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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.

lunedì 8 novembre 2010

Marziani e Archeologia fascista

Festival di Sanremo. Gianni Morandi «Non facciamo e non vogliamo fare politica». Gianmarco Mazzi: «Giovinezza è passata alla storia come inno del ventennio ma nacque come canzone della “goliardia” toscana nei primi del '900».

Nel 121° anno matematico, al IV Congresso intergalattico di Studi Archeologici, il Ch.mo prof. Anouk Ooma (Centro Universitario Archeologico della Terra del Principe Giuseppe), tiene una comunicazione destinata a sconvolgere la disciplina dell’Archeologia terrestre. L’illustre relatore confuta in particolare la strampalata tesi del prof. Ixptt Adonis che non ci sia arrivata alcuna testimonianza della cultura italiana non perché, come ritiene il prof. Aakon-Sturg, il bacino mediterraneo fu lo scenario più devastato dalla guerra atomica o perché, secondo l’ipotesi del prof. Ugum-Noa Noa elaborata sulla base dei documenti degli incontri internazionali, in realtà non esistette mai un’entità italiana, ma perché una disastrosa situazione economica della cultura italiana, tra crolli e tarme, avrebbe impedito anche solo di pensare a tramandare il sapere alle generazioni future. Teoria davvero a-scientifica e vagamente razzista da parte di uno studioso della stella nana Altair quale il Ixptt Adonis, che immaginerebbe i terrestri come un popolo che si bea mangiando e suonando l’arpa mentre tutto attorno brucia.
Il Ch.mo prof. Anouk Ooma apporta invece la prova definitiva a smentita: il ritrovamento, in collaborazione con il Ch.mo prof. Baaka B.B. Baaka A.S.P.Z. (Reale Istituto di Letteratura di Isola degli Orsi), di alcuni frammenti cartacei di un codex ampiamente mutilo titolato Ritmi e Canzoni d’oggi o, come l’illustre relatore si pregia di definirlo, Quaternulus Pompeianus. Restano purtroppo poco più che alcuni incipit di ciò che è riconoscibile come una raccolta di primitivi testi poetici delle Origini, come ricostruibile sulla base della voce Canzone o Canzona dell’Encyclopaedia Britannica o dell’ Essai sur le rythme del Matila Ghyka.
Grazie a questo insperato ritrovamento, il Ch.mo prof. Anouk Ooma ci insegna a riconoscere le voci del passato che ancora ci parlano con la loro sorgiva forza primitiva. Vola Colomba bianca vola, inno in lode dello spirito santo. È morto un bischero, traduzione incompleta dallo spagnolo di una poesia del poeta Federico Garcia o Federico Lorca, del XIX o XX secolo. Lo sai che i papaveri son alti alti alti, in cui affiorano i fremiti di angoscia e l’umana fragilità di fronte al mistero della natura.
E infine Giovinezza giovinezza primavera di bellezza, canto di giovinette, al cui suono la fantasia vola a fanciulle avvolte in bianchi veli, danzanti nel plenilunio di qualche magico pervigilium.

L’impressione è che il Diario minimo di Eco avesse sbagliato di circa 121 anni matematici. Per tutto il resto, direi che purtroppo già ci siamo.

domenica 7 novembre 2010

Verrà la morte e avrà i tuoi denti

Evgenij Zamjatin, Noi [1924], Milano, Lupetti, 2009, euro 14


Sono passati mille anni. E l’umanità è felice. 


Sembrano solo coincidenze: nel 1921 esce il fondamentale Storia dell’utopia di Lewis Mumford, in cui sulle società ideali già si addensa un fosco monolitismo; nel 1920 Josef Čapek scrive R.U.R., precursore della vita meccanica, con i suoi robot/androidi; nel 1918 Esenin canta la sua Inonia, utopia edenica contadina il cui collasso lo porterà alla disperazione e forse oltre; e solo un anno prima Vladimir Kirillov, nel suo poema Noi, intona “Noi, infinite, minacciose legioni del Lavoro. / Abbiamo vinto distese di mari, d’oceani, di terre, / della luce di soli artificiali abbiamo illuminato le città”. 


Negli stessi anni, tra il 1919 e il 1921, anche Zamjatin dà lo stesso titolo, Noi, al suo romanzo fantascientifico (marchiato dalla cultura ufficiale sovietica come “un miserabile libello sul futuro del socialismo” e pubblicato in patria solo nel 1988). Nello Stato Unico, il grammo dell’io si annulla nella tonnellata del Noi; felicità è dimenticare di essere un grammo e sentirsi la milionesima parte della tonnellata. Felicità e moralità meccaniche e matematiche: la vita è scandita dalla Tavola delle Ore, dalla funzionalizzazione al benessere dello Stato, dalla logica tayloristica e molecolare, dai riti collettivi. 


In un universo asettico e indefinito (macroisola? stato universale?), in cui la natura è asservita e annichilita, e tutto è solo vetro e acciaio, visibilità e controllo, un panopticon totale che si espande alle pareti trasparenti della case; una vita sessuale centralizzata burocraticamente e contrattualizzata tra pari, scientifica, stabilita nelle cadenze, medicalmente e igienicamente; la letteratura che ha saputo andare oltre anche il grande capolavoro delle epoche antiche, l’Orario delle Ferrovie, per essere finalmente utile, per contribuire alla felicità e alla compattezza dello stato, con la tragedia Colui che arrivò tardi al lavoro, con i Fiori delle condanne giudiziarie, e su tutto con le Odi quotidiane al benefattore, Colui che è il Numero dei Numeri, l’ipostasi dello Stato, acclamato nel Giorno dell’Unanimità (e in fondo J. Benda comincia il suo Tradimento dei chierici nel 1924). 


Certo gli archetipi della distopia si rintracciano fin dai Mondi celesti, terrestri, et infernali del  Doni (1562), dalla Favola delle api di Bernard de Mandeville (1714), o i Viaggi di Gulliver, l’Histoire des Galligènes di Tiphaigne de la Roche (1765), o il reame di Butua nell’Aline e Valcour di de Sade. Per non dire di Erewhon di Samuel Butler, per chi ha saputo leggerlo prima di altri. La distopia moderna, però, nasce solo con Noi, nel sovrapporsi di tecnicismo, totalitarismo, igienismo, depersonalizzazione. E il solco sarà segnato, fino a Mondo nuovo di Huxley, che pure negherà sempre di esserne stato a conoscenza, e fino a 1984 di Orwell, che invece recensì il romanzo di Zamjatin due anni prima di comporre il suo capolavoro, e ancora fino alla geniale tesi di laurea alla School of Cinematic Arts di George Lucas, nel 1967, poi riprodotto nel meraviglioso THX 1138


E lettere e numeri sono i nomi nello Stato Unico di Noi. D-503 (D per gli amici, che ovviamente abita nel blocco D, appartamento 503) appartiene all’élite dello stato; ingegnere, costruttore di quella nave spaziale Integrale che porterà la Felicità della Tavola delle Leggi sugli altri pianeti. E D-503 stende le sue note, intitolate Noi, orgogliosamente e convintamente felici, rivolte a quegli abitanti di pianeti lontani ma ormai prossimi, rimasti legati a modi di vivere irrazionali e arcaici, antenati a cui spiegare la bellezza morale della Felicità, tanto da trovarsi di fronte all’ardua sfida di scrivere non per lettori del futuro, ma del passato. 


Ma D-503, matematico, è tormentato fin dall’infanzia da √-1, fonte dei numeri immaginari e dell’inquietudine. E oltre il Muro Verde, asettico confine della perfezione dello stato, ignoti ai Numeri, vivono uomini rifugiatisi nel disordine del primitivismo naturale. E D-503 ha le mani odiosamente villose, un residuo di atavismo nella nuova asettica e glabra società. O forse frutto di relazioni criminali tra donne di qua dal Muro con uomini dell’oscuro di là. E proprio quelle mani pelose attraggono I-330, donna dai denti aguzzi e luminosi, al cui passaggio che fa tremar di claritate l’are D-503 precipita nel non-euclideo. 


E le note quotidiane di D-503 sono allora in realtà il diario dello sconvolgimento provocato da questa donna, dall’entusiasmo per lo stato e la propria missione, alla crisi, la passione, la scoperta rabbiosa e rapinosa delle pretese dell’io e del desiderio. Al riconoscimento della contrapposizione termodinamica tra energia, ribelle ed eretica e salvifica, ed entropia, che ossifica e sopisce. All’accettazione dell’infinito matematico. Fino all’adesione alla rivolta contro il Benefattore, di cui proprio I-330 è la guida. 


Ma se 1984 è una storia d’amore tradita dall’orrore dell’umano, a qualcosa si è ispirato. Perché la fantasia e la libertà sono solo un misero nodo centrale nella regione del Pons Varolii, snidabili in qualche voluta del cervello. E ciò che D-503 potrà annotare nell’ultima pagina del suo diario è come fosse bello che quella donna avesse i denti aguzzi e molto bianchi. Poi sarà entropia.

mercoledì 3 novembre 2010

Quel che Dante non vide

Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka [1944], Milano, Adelhpi, 2010, euro 6

Ci sono alcune esistenze eccezionali, tragicamente eccezionali. Berdyčiv sorge nel mezzo del pianoro ucraino; poco più di ottantamila abitanti; forse non il luogo migliore per nascere, e probabilmente nemmeno per sposarsi, come invece fece Balzac. Soprattutto, però, Berdyčiv fino alla Shoah era costituita all’ottanta per cento da ebrei e vantava la seconda più grande comunità dell’impero zarista; uno Shtetl spazzato via dall’Olocausto. E da Berdyčiv veniva Vasilij Grossman, reduce di tutti i campi, fedi, storie, tragedie. Romanziere sovietico (Per una giusta causa) e poi antisovietico con un destino di censure, sequestri e fortunose pubblicazioni (Vita e destino e Tutto scorre), Grossman visse la dolorosa esperienza del corrispondente di guerra durante il secondo conflitto mondiale; la sua diretta esperienza del fronte, con la risalita, fin da Stalingrado, attraverso le devastazioni del genocidio, lo portò, con Il’ja Erenburg (colui che poi conierà il termine “disgelo”), alla stesura del Libro nero dei crimini del nazismo nei territori sovietici. E proprio alla sua testimonianza diretta di giornalista entrato per primo nel campo di Treblinka si deve questo reportage pubblicato nel novembre 1944 su rivista. Il reportage, che servì da documento al processo di Norimberga, è costituito da due parti: la prima segue il percorso delle tradotte fino al campo, rivivendo attraverso gli occhi dei condannati il raggelante disvelamento della verità, l’atterrita lettura degli indizi sul proprio destino, l’incertezza tra speranze e timori, la privazione di memorie, capelli, nomi, dignità, abiti, fino all’orrore delle camere a gas; la seconda è dedicata agli inceneritori, al tentativo di cancellare la realtà del campo di fronte all’avanzata sovietica, alla rivolta finale dell’agosto 1943. Non so quanto il reportage sia davvero attendibile, a così poca distanza dagli eventi, e che cosa sia stato confermato dalla ricerca storica, per quanto già le note a piè di pagina dell’edizione Adelphi, in cui si correggono i nomi dei vari nazisti operanti al campo, siano rassicuranti. Ma in fondo non è ciò che è più importante. Più è il senso di orrore, di indignazione, di appello alla dignità umana, il lamento su vite dissipate nel niente mentre “la luna, incallita prostituta, passeggiava su e giù lungo le notti / e le stelle ammiccavano schifose, facevano occhiolino come i topi” (I. Katzenelson, Canto del popolo yiddish messo a morte).

lunedì 1 novembre 2010

La verità, vi prego, sull'amore dei litterati

Se ordinariamente ogni simile appetisce il suo simile, io mi maraviglio, come voi altre belle et giudiciose donne possiate comportare di vedere, non che di far degni della gratia vostra, gli huomini litterati, i quali per lo più sono brutti, et sparuti, con certi visi pallidi e affumicati, che farebbono paura a’ bambini: maninconichi, severi, et pensosi: di poche parole, bizarri, fantastichi, et noiosi, che è una morte a vederglisi intorno.


Ludovico Domenichi, Dialogo amoroso, in Dialoghi di M. Lodovico Domenichi, cioè D’Amore, Della vera Nobiltà, De Remedi d’amore, Delle imprese, Dell’amor fraterno, Della Corte, Della Fortuna, Et della stampa, al molto magnifico et nobilissimo signore, M. Vincentio Arnolfini gentilhuomo lucchese, in Vinegia, appresso Gabriele Giolito de’ Ferrari, 1562

sabato 23 ottobre 2010

Il fumettista torna sempre sul luogo del delitto

Joe Sacco, Neven. Una storia da Sarajevo [2003], Milano, Mondadori, 2007


Francesco Patrizi, nel 1560, nel Valerio, overo dell’historia della vita altrui riconosceva piena dignità di biografabile solo a uomini politici e militari, contestando quelle forme alternative che sempre più spazio prendevano proprio in quel torno di anni, come le vite di artisti e letterati. Ben altre biografie, manco si immaginava che esistessero. Quelle vite di tutti e di nessuno, uomini comuni persi nel flusso della storia. 


Si avrà da aspettare per arrivare alla Histoire véritable de Jacques Bonhomme, d’après des documents authentiques del grande storico francese Augustin Thierry, tragico, e assai poco véritable, capolavoro che, sulla base di inoppugnabili documenti, ripercorre la biografia del bimillenario contadino Jacques Bonhomme, testimone della storia di Francia, dalla conquista cesarea della Gallia alla contemporaneità, pretesto per seguire la storia sociale delle masse popolari. 


Così Neven è uno squarcio biografico che permette di seguire una delle pagine meno note e più cupe della tragedia dell’assedio di Sarajevo; Joe Sacco torna nel 2001 nella capitale bosniaca (alla guerra aveva già dedicato nel 2000 il duro Goražde: area protetta) alla ricerca di Neven, l’uomo dalle conoscenze giuste e dalle insospettate risorse che ha fatto da guida a lui e a infiniti altri giornalisti sulle linee del fronte e delle retrovie (il titolo originale è infatti The Fixer). 


Ma chi è Neven, chi è questo figlio di madre bosgnacca e padre serbo, cresciuto come un serbo, che ha scelto di restare a Sarajevo e combattere nelle milizie bosniache perché è sì un nazionalista serbo, ma lo è perché ama il suo popolo, senza odiare nessuno? Lo sguardo enigmatico e inquietante di Neven fissa il lettore già dalla copertina, in un primissimo piano solcato dall’ombra, precipitando il lettore nell’ambiguità di un uomo denunciato dal suo governo come “un elemento criminale e una minaccia alla sicurezza”. Eroe, criminale, fanfarone, furbastro, mitomane, maneggione, sfruttatore, combattente, o solo grumo di angosce, ricordi e dolore. 


In un continuo gioco di analessi scandite da cornici nere si riannodano i ricordi dal 1991, ripercorrendo i primi giorni disperati dell’assedio quando la resistenza è affidata a nomi rimasti torvi e leggendari a Sarajevo come Ćelo, Caco e Juka. Tutti ben meno che trentenni. Tutti criminali e sbandati, paranoici, violenti borderline, che seppero fermare i Cetnici sul Trebevic, ad Alipašino Polje, a Pofalici, Dobrinja e altri nomi sventrati nel sangue. E a pagare per la sopravvivenza furono i serbi rimasti in città, espulsi, spariti, infoibati, e tutti coloro che furono vittime di razzie, violenze, estorsioni, fino a che il governo ufficiale nell’autunno del 1993 non ebbe la forza di eliminare, spesso fisicamente, i vari signori della guerra. Neven era con Ismet “Ćelo” Bajramović, fino al giorno in cui essere serbo fu inaccettabile anche per lui. 


Spariti i signori della guerra, i giornalisti, gli amici, di Neven resta un’ombra che vaga per la città e una storia che Sacco cerca faticosamente di ricostruire; il trafficone-eroe è solo il reduce di un’esistenza straordinaria e incompiuta. “La verità è che la guerra ha mollato Neven”: la guerra è finita, e di Neven resta la pila dei biglietti da visita dei tempi eroici, di quando faceva da guida ai giornalisti di tutto il mondo a centocinquanta marchi al giorno. L’uomo è solo un disperso nelle nebbie che il fumettista cerca invano di dissipare; e la stessa voce narrante di Joe, continuamente emergente, è il segno dell’impossibilità di ricondurre il tragico caos della guerra e della vita di Neven a un’unità. “Ti immagini che razza di film potrebbero fare su un bastardo fuori di testa come me?!!”

mercoledì 20 ottobre 2010

Ornitologia degli addii

I remember you well in the Chelsea Hotel,
you were talking so brave and so sweet,
giving me head on the unmade bed,
while the limousines wait in the street.
Those were the reasons and that was New York,
we were running for the money and the flesh.
And that was called love for the workers in song
probably still is for those of them left.

Ah but you got away, didn't you babe,
you just turned your back on the crowd,
you got away, I never once heard you say,
I need you, I don't need you,
I need you, I don't need you
and all of that jiving around.

I remember you well in the Chelsea Hotel
you were famous, your heart was a legend.
You told me again you preferred handsome men
but for me you would make an exception.
And clenching your fist for the ones like us
who are oppressed by the figures of beauty,
you fixed yourself, you said, "Well never mind,
we are ugly but we have the music."

And then you got away, didn't you babe...

I don't mean to suggest that I loved you the best,
I can't keep track of each fallen robin.
I remember you well in the Chelsea Hotel,
that's all, I don't even think of you that often.



Per le cose che finiscono, per quel che ne resta, per le persone che vanno.
In vendita il Chelsea Hotel.