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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.
lunedì 18 ottobre 2010
Sperem...
Oggi entrano nel catalogo Feltrinelli gli e-book. Carlo Feltrinelli ha dichiarato oggi che ciò permetterà di recuperare vecchie edizioni che non sarebbero mai state ristampate. Non ricordo più chi disse che se il libro venisse dopo l'ebook, sarebbe accolto come una grande evoluzione.
domenica 17 ottobre 2010
Littera enim occidit
Prima che l’Italia campasse sulla Ferrari, quando l’Italia era una cosa seria, culturalmente, economicamente, socialmente, l’Italian style si gloriava nel mondo delle raffinatissime e coltissime edizioni aldine. E fashion era il meraviglioso carattere corsivo che comparve nelle Bucoliche del 1501, tanto che, per sempre, il corsivo sarebbe stato, per l’appunto, l’Italic. E l’editore Aldo Manuzio, come avrebbe fatto qualche giorno dopo Bill Gates con la clessidra, si garantì, alla faccia dell’open, un privilegio/brevetto di dieci anni su quell’elemento grafico così caratterizzante. Chi di soldi non ne vide fu il vero artefice di quei caratteri così eleganti (e industrialmente efficaci), l’orefice Francesco Griffo, capace di limare e rifinire quei punzoni di metallo fino a ricavarne i suoi stupendi caratteri. I caratteri mobili, fin troppo mobili, però li aveva veramente nel destino. Fu condannato a morte nel 1518. Aveva ammazzato il genero: fracassandogli il cranio con un punzone non finito! Poi il Dizionario Biografico degli Italiani banalizza a spranga. Ma vuoi mettere?
E il post è meno idiota di quanto paia.
sabato 16 ottobre 2010
Vox clamantis in forulis
Ho incontrato gente che teorizzava che sia il libro a chiamarti. Nulla di particolare nella forma, nel titolo, nella copertina. Semplicemente massa pulsante che pretende attenzione. Non sei tu che scegli il libro, ma lui che sceglie te. E conosco gente che si è portata a letto donne con molto meno. Allora mi lascio scegliere da Il giorno in cui non ci incontrammo, di Niklas Asker, fumettista svedese. Storia di incontri e inquietudini, di amori paralleli al crepuscolo. Tratto da albo della retroguardia Bonelli. Campitura della pagina, scolastica. Dilagante voce narrante in didascalia che fa sembrare Tex Willer un film di Tarkovskij. Meccanismi narrativi che quando, a quindici anni, li ritrovavo nei miei scartafacci mi facevano capire che non sarei stato un romanziere. E il rabdomante di libri, per quanto mi riguarda, è servito.
mercoledì 13 ottobre 2010
Prima lezione di ecdotica
Mr. Bean in the Library: entrando in Ambrosiana, sarà il vostro incubo. (Cliccare sul testo)
lunedì 11 ottobre 2010
Il bubbone dei Maya
Jack London, La peste scarlatta [1912], Milano, Adelphi, 2009, euro 9
Quando un giorno che sai benissimo essere un mercoledì sembra una domenica, vuol dire che butta proprio male. Quando i branchi di cavalli selvaggi scendono fin sul mare della baia di san Francisco spinti dai puma, allora è anche peggio. Non so se sia vero, come sentenziò una psicologa, che l’attrazione per la letteratura apocalittica nasca dalla rabbia per una società – una vita – in cui ci si sente soffocati, e che vorresti vedere disgregarsi per ricominciare tutto di nuovo. Certo Jack London le sue idee, idee socialisticamente scomode, sulla società capitalista americana le aveva, e lo dimostra questo mondo fittizio in cui, su una massa di uomini “liberi” ridotti alla condizione servile, dominano un Consiglio dei Magnati dell’Industria, il cui presidente è ereditario, e una Commissione internazionale di Vigilanza di soli sette uomini, e in cui il cognome del Presidente degli Stati Uniti può fregiarsi del numerale V; e Jack London, autodidatta viaggiatore formatosi tra ring, carceri e Ken Parker, aveva le sue idee anche sul mondo dell’università, su una cultura che si è fatta strumento di esclusione e sopraffazione. E capitalismo e cultura accademica vengono fatti collassare in questo brevissimo livido volumetto, La pesta scarlatta, travolti dalla fine stessa della civiltà umana. Quando il mondo conta ormai otto miliardi di abitanti e san Francisco 4 milioni, una nuova pandemia spazza in poche settimane l’intera umanità. È il 2013. Qualche giorno e gli abitanti del continente americano si contano a poche decine. “Fugaci i sistemi come schiuma”. JL pone un nuovo volume nella biblioteca apocalittica fondata solo pochi decenni prima da Mary Shelley con L’ultimo uomo. James Howard Smith, già giovanissimo e brillante professore di Letteratura inglese a Berkeley, vaga come Lionel Verney in un mondo vuoto, in cui, querulo e tragicamente solo, può soltanto raccontare ai tre nipoti una civiltà troppo lontana, fatta di numeri che non hanno più senso quando bastano uno, due e molti, servendosi di parole assurde e ridicole come maionese, scarlatto quando si potrebbe dire rosso, e schizomiceti. Nel 2073, quando è solo il Nonno, ombra di una storia dimenticata, affida a Edwin, Hoo-hoo e Labbro Leporino, increduli e insofferenti, il mito fondativo della disgregazione della società, di una lotta feroce dell’uomo contro l’uomo, il vagare verso un destino di dispersione, mentre i cani si inselvatichiscono e gli sciacalli dominano nelle pianure. E, vecchio che non riesce a celare la propria piagnucolosa meschinità, cerca di insegnare ai nipoti i numeri, di tramandare il segreto dell’esistenza dell’energia e della polvere da sparo, raccogliendo in una grotta i libri degli antichi, forniti di cifrario, perché anche il nome del professor James Howard Smith sia tramandato. Ma, in un finale in cui si mescolano Huey, Dewey, Louie e Dumézil con la sua tripartizione funzionale e le teorie cicliche machiavelliane, il Nonno deve accettare che tutto tornerà, e le verità saranno comunque riscoperte così come le menzogne rivissute, e, in una storia dominata da forza e materia, si riformuleranno i tipi eterni del re, del prete e del soldato. “E tutti gli altri faticheranno e soffriranno assai mentre sulle loro carcasse sanguinanti tornerà sempre e comunque a innalzarsi in eterno la bellezza stupefacente e la meraviglia incomparabile della civiltà”.
sabato 9 ottobre 2010
The Clash of Civilizations
Tremonti: La gente non mangia cultura.
Feuerbach: Siamo quello che mangiamo.
Feuerbach: Siamo quello che mangiamo.
Que Farei Com Este Livro?
È nella natura delle cose trovare dolce, sicuri sulla riva, lo spettacolo dell’altrui naufragio. E figurarsi allora assistere a quello degli altrui manoscritti sul tavolo degli editor editoriali. Da Warhol in poi, chi sa canticchiare va a XFactor, chi ballonzola ad Amici, chi ha la faccia da volgare e perfetta idiota a La pupa e il secchione; chi non ha neanche quello, scrive un romanzo, ultima occasione per qualche soldo, una lama di luce, e soprattutto un palcoscenico per ossessioni, frustrazioni, megalomanie, impulsi di rivalsa e riscatto. E senza mai leggere un romanzo, che si potrebbe scoprire troppo di sé e del mondo. Al limite qualche manuale di scrittura. Per loro, formalmente, nasce invece Come non scrivere un romanzo. Una guida per evitare i 200 errori più comuni (Corbaccio, 2010). Esempi concreti per ogni sconcezza, nell’incipit, nell’explicit, nel ritmo narrativo, i personaggi, lo stile, i punti di vista, le focalizzazioni, l’ambientazione e via via per ogni errore che fantasia possa inventare; il tutto accompagnato dalla bonaria, e più spesso pungente, ironia dei due autori (Mittelmark, editor, e Newman, autrice di romanzi), impegnati a lavar la testa agli asini. Va bene, dai, se una sola persona riesce a pubblicare un romanzo grazie a questa guida gli compro tutta l’opera omnia. Diciamo allora che è un libro per noi altri meschini, che sghignazziamo a leggere stralci di romanzi refusés, piccoli teatri, noi e loro, del disastro umano e culturale. Poi alla lunga l’ironia di M&N stanca, e non è facile leggere duecento brani che in teoria non dovrebbero mai finire in pagina stampata. Così come è fin troppo chiaro che i due pensano a romanzi commerciali, e che, per quasi tutti i duecento errori che dovrebbero condannare un manoscritto al riciclaggio, potrei menzionare un paio di indiscussi capolavori della letteratura mondiale. Però si legge, e si legge come se fosse un macroromanzo postmoderno, a metà tra un Se una notte d’inverno un viaggiatore che procura sollievo a ogni interruzione e un Esercizi di stile avvitato nel virtuosismo dell’ignobile. E negli stralci migliori, non è facile non ridere, mentre ci si complimenta col traduttore.
E allora, ignaro di quali siano le norme sui diritti, riporto il passo tratto dall’errore Quando l’autore ostenta il vocabolario altrui, che mi ha costretto a pensare a troppe immaginifiche pagine lette in questi anni:
Henderson cincischiò con la broche del bikini di Melinda, ruminando i suoi maneggi. «Dormi di già?» arrise, facendosi schermo di lei. Certo, era coscienzioso che quel sonno era il dovuto per la droga dissapore che le aveva riversato nel bicchiere, prima che salpassero dalla banchisa del porto. Tutto gagnolante – il bikini ormai caduco sul pavimento – si tuffò a capo chino tra i seni fiorenti di lei. Deflorò una miriade di volte la ragazza, ingenuamente protratta sul letto, ignavia di tutto.
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