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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.
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mercoledì 26 ottobre 2011

Cuídate, mamacita

Junot Díaz, Drown (A picco), Milano, Mondadori, 2008

Junot Díaz aveva sei anni quando lasciò la Repubblica Dominicana per il New Jersey. In questo sobborgo, Junot era destinato a diventare uno dei più promettenti autori in lingua inglese, tanto da essere considerato da “The New Yorker” tra i venti scrittori determinanti nel ventunesimo secolo.
I dieci racconti di Drown ricostruiscono un piccolo cosmo dell’emigrazione, fortemente autobiografico. Dieci storie incentrate su un ambiguo sistema di personaggi, figure omonime – il piccolo Junior, il poco più grande Rafa, Mami e Papi – colte in stadi diversi della vita, o forse piuttosto forme diverse, e vite diverse, che la stessa famiglia avrebbe potuto assumere; e, in altri racconti, figure anonime ma forse coincidenti con quegli stessi personaggi. Tutto ruota attorno al mondo dell’abbandono, prima nella Repubblica Dominicana e poi negli States, tra speranza e desolazione: l’attesa di una lettera dal padre di là dal mare; di una faccia nuova che non arriva per il ragazzino addentato da un maiale; della fortuna mentre la schiena si spacca a furia di lavorare; di un amore che non fa che sfuggire.
Ragazzini crudeli e padri fuggitivi; spacciatori illusi di amare e vivere una vita normale; drogate in cerca del nulla; bambini che sognano un padre che torna come un eroe o come una creatura miracolosa; uomini di fatica per i quali essere stanchi è la cosa migliore e il cui miraggio per domani è in quale città del New Jersey scaricheranno il loro carico; donne deluse e vinte dall’amore, da un uomo, e dalla vita.
Al centro il racconto eponimo, Drown, storia di un’amicizia finita e di un destino che si serra definitivamente una notte insieme al chiavistello di una finestra, per sempre chiuso in quel quartiere in cui i morenos entrano a picchiare e rubare, e gli arruolatori dell’esercito ti promettono Disciplina e Lealtà e l’unico lavoro che non sia lo spaccio. Ma la maggior parte di voi semplicemente si brucerà. Non andrà da nessuna parte, aveva detto una professoressa a scuola. Non puoi stare in un posto per sempre, aveva detto l’amico di un tempo. E il libro che aveva regalato partendo, era stato buttato via senza nemmeno essere aperto. Mentre la madre dorme davanti alla televisione, sognando di passeggiare con un marito assente sotto le jacarandás, non resta che controllare che le finestre siano chiuse bene. E chiudersi dentro.  Andando a picco.
Racconti tutti sempre in prima persona, con aggettivazione ridottissima, una lingua scabra, corrosiva, dura, che procede per traumi e silenzi e dolori. Prendete quel manuale di corteggiamento per il ghetto che è Come uscire con una ragazza marrone, nera, bianca o mulatta: un ricettario (Aspetta... Togli... Scrivi...) del disastro, una casistica (Se la ragazza viene da Terrace... Se viene da Park o da Society Hill) da Casanova fallito; la sconfitta è in fondo al racconto, da raggiungere azione dopo azione, snodo dopo snodo, naturalmente, inevitabilmente, come se ogni passo fosse già previsto (Non scendere. Non addormentarti. Non ti aiuterà. Rimetti a posto il formaggio dell’assistenza prima che tua madre ti uccida). Tutta la raccolta è così, con questa forza narrativa interna e incalzante, evento dopo evento, come se ogni tragedia, sconfitta, rinuncia fosse già scritta, e dovesse solo essere ripercorsa  ancora una volta.

venerdì 12 novembre 2010

Amalek, Amalek!

B. Vian, Sputerò sulle vostre tombe [1946], Milano, Marcos y  Marcos, 1998, euro 13

Non è facile scrivere opere sgradevoli senza essere ridicoli. Non è facile scrivere libri da bancarella di stazione ferroviaria che non siano abbandonati sul sedile al termine del viaggio. Sputerò sulle vostre tombe, ad esempio. Vernon Sullivan, come ricostruisce il traduttore Boris Vian nella prefazione del traduttore, negro-bianco americano, bianco nell’apparenza e per la burocrazia, e negro nella memoria e nella rabbia, affida all’editore francese il suo manoscritto rifiutato dal sistema editoriale USA. Rifiutato per pornografia, se non per pedofilia, per violenza, per immoralità. Ma più perché il protagonista, ed io narrante, è un negro-bianco lui stesso, e la storia è un esorcismo, allo stesso modo in cui gli uomini del neolitico dipingevano bisonti colpiti dalle frecce per attirare la loro preda nella trappola; allora è ben più che un esorcismo, è un vaticinio, un giuramento di odio fino allo sterminio. Vendetta, rivalsa, rabbia, del negro sul bianco, insinuandosi nel mondo bianco, scopando ragazze bianche, ammazzando ragazze bianche dopo essersi rivelato per negro. Solo sei anni dopo, Frantz Fanon, psichiatra francese-martinicano, nel bellissimo Pelle nere. Maschere bianche indagherà l’alienazione del nero che cerca di essere bianco. La negazione di sé, il complesso di inferiorità. Il suo desiderio della donna bianca come compensazione. Ma tutto, in Sputerò sulle vostre tombe è ancora più ambiguo, nell’urlo di Lee Anderson, il negro-bianco, che vuole gridare chi è davvero; con quell’incipit fulminante Nessuno mi conosceva a Buckton, che non è fuga e nascondimento, ma come si scopre poco a poco, occultamento, preparazione necessaria alla vendetta di sangue e sesso. Per placare l’ombra di quel ragazzo due metri sottoterra, la cui identità affiora lentamente, per sottrarsi a quella paura e a quel tremore e a quella disperazione inoculate scientemente per secoli, come ricorderà Aimé Césaire, uno dei padri della négritude. Già, qui è tutto più complicato, perché Vernon Sullivan non esiste. E questo romanzo breve-racconto lungo esce dalla pena di quel mostro poliedrico di Boris Vian. Ne esce per soldi, ne esce per sfida, gioco, scommessa. Un romanzo scritto ricorrendo a tutto l’armamentario di un genere che dilagava in Europa con le cicche e le Marlboro. Un po’ come quel certo personaggio della nostra storia letteraria che un giorno abbandona tutto, e si mette a scrivere romanzi commerciali americani, tanto bene, da saper creare l’effetto di frettolose e impacciate traduzioni dall’inglese. E sì che un bell’indizio, c’era nella prefazione, quando Vian intravede nel romanzo l’influsso di James M. Cain, padre dell’hard boiled, e di James Hadley Chase. Che però era inglese, e le sue ambientazioni americane le otteneva con le guide geografiche e vocabolari e lessici di slang. E allora questo romanzaccio a effetto, operazione commerciale delle più bieche, non lo si abbandona sul treno. Perché, nel gioco di proiezioni e assunzioni di identità, caso limite della sequenza autore - autore fittizio - autore implicito - narratore, è una denuncia dura e feroce di ogni razzismo e ogni società, con lo scarto inatteso e finale tra narratore in prima e in terza persona, dalla pianificazione lucida tracimata in un’ordalia spasmodica di sangue, alle asettiche e descrittive pagine conclusive, fino al brevissimo capitolo epigrafico dove si raccolgono indignazione e irridente fedeltà alla propria rabbia. Perché non tutti, quando il giorno s’impaluda in una moria schiumosa, restano sempre in attesa del passaggio delle undici ragazzine cieche dell’orfanatrofio di Giulio l’Apostolico.