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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.
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mercoledì 8 febbraio 2012

Radiocronaca di un tempo perduto

B.S. Johnson, In balìa di una sorte avversa [1969], Milano, Rizzoli, 2011

Un vecchio lettore diceva che, quanto più il tempo avanza, i libri, anziché accumularsi sugli scaffali, si diradano progressivamente, nella ricerca della vera identità di se stesso lettore, di ciò che davvero ha avuto un senso. Da allora, ogni volta che apro un nuovo libro, mi chiedo fino a quando mi accompagnerà.

In balìa di una sorte avversa è uno di quei libri che dichiarano subito quale ruolo svolgeranno. E dichiara di essere un libro che non sarà perduto.

B.S. Johnson, morto suicida nel 1973, è stato davvero un personaggio anomalo, e autore brusco e sperimentale, presto dimenticato fino a che Jonathan Coe, con Come un furioso elefante, una sorta di biografia a frammenti e stralci, non l’ha riportato all’attenzione.

E di Coe è l’introduzione a questo singolarissimo romanzo di B.S. Johnson; introduzione singolarissima, perché non introduce. È un fascicolo sparso. Perché il romanzo è un non romanzo, estremo e ultimo smontaggio del genere romanzo, ultimo approdo di quel Sterne un cui passo compare nella scatola. Scatola? Piatto anteriore, posteriore, dorso, zanchetta, copertina, tutti gli elementi, eppure questo tomo bianco è una scatola; il “book in the box”, come lo aveva pensato Johnson. All’interno ventisette capitoli (brevissimi, anche solo una mezza facciata) in fascicoli separati; due segnati come “primo”, e “ultimo”. Tutti gli altri, con un simbolo grafico; e numerazione delle pagine che ogni volta ricomincia da 1. E allora, salvo il primo e l’ultimo, i capitoli possono essere letti in qualsiasi ordine. È banalità trita che un libro, ad ogni lettura, sia sempre diverso. In questo caso lo è davvero.

Ma non è virtuosismo; o meglio, raramente lo sperimentalismo è così intrinsecamente, quasi inevitabilmente, forma del contenuto. L’io narrante arriva a Manchester, come inviato di un giornale londinese per seguire il derby City-United; e qui, improvvisamente, si rende conto che è una città conosciuta, la città legata al ricordo di Tony. Nell’attesa dell’inizio della partita, si snodano, si aggrovigliano, i ricordi di quell’amico, morto tragicamente giovanissimo di cancro; riaffiorano, si eclissano, rampollano, si sperdono, i giorni di quell’amicizia quando Tony, prima giovane studente, poi dottorando con ambizioni di critico, si era incontrato con quel giovane promettente romanziere. E il romanzo è in realtà il tragico tributo a Tony Tillinghast, a un’amicizia tragicamente finita. Perché l’estremo del formalismo, in realtà, è espressione di una poetica di fedeltà rigorosa alla realtà.

Racconterò tutto, amico mio. Sarà ben poca cosa, disse, dopo un po’, lentamente, sempre con gli stessi occhi. È ciò che tutti hanno, ben poca cosa, dissi.

Ogni lettura, allora, è sempre diversa, perché i ricordi si riallacceranno in maniera diversa, e il lettore ricostruirà gangli e inneschi ogni volta diversa. E il romanzo, e anche in questo la forma è solo intrinsecamente necessitata, si presenta come un monologo interiore, a volte confinante con il flusso di coscienza, interruzioni, pause, correzioni, spaziature bianche di ampiezza variante con l’incertezza della lingua.

In alto il soffitto con la carta da parati, irregolare, probabilmente lo tiene su la carta, no, forse, ma                                         marrone.                     Il caminetto rustico, un pianoforte.    Ridono, qualcuno mi guarda. Sembro strano.
                 Due cose senza senso.                              Sfortunatamente.                                  Tutto.

                                                                                                                                                                                                                                                                       E allora?

Ma forse c’è anche un altro senso in questa parcellizzazione del libro. Questo romanzo sfabbricato, è anche una metafora della città in cui l’io narrante cammina facendo emergere i ricordi, una città in decadenza, uno stadio diroccato, a sua volta metafora del corpo di Tony devastato dal cancro, del suo corrompersi. Ma ancora, della memoria, che perde pezzi, che non sa ricostruire, che confonde. E della vita stessa, che si fa accumulo disperato di eventi confusi. E l’unico senso che l’io può dare, è “che cosa importa?” . In ogni caso che importa, ora, la sua morte rende tutto così irrilevante. Nella tragedia del ricordo tutto perde fisionomia, l’amicizia, i sogni di essere romanziere, il grande amore per una donna tradito e umiliato; al fondo, resta solo il senso la perdita, l’unica cosa importante.

E allora, la cronaca della partita, sarà l’ultimo suggello alla vita senza senso. Quella cronaca che, come una myse-en-abime due volte ripetuta, due volte smembrata e in forme diverse, è la forma di una partita che può solo terminare grottescamente con la più assurda delle beffe, in cui il portiere si tende all’indietro ricadendo sgraziatamente. Virgola.

giovedì 19 gennaio 2012

And my ending is despair

Philip Roth, L’umiliazione, Torino, Einaudi, 2010

Una delle copertine più intense e pregnanti che io ricordi; una sedia vuota, file di poltroncine vuote, il buio di sala e pochi fogli di copione abbandonati a terra. Simon Axler aveva perso la sua magia. Il grande Simon Axler, ultimo erede del grande teatro classico americano, non sa più recitare. Il fiasco. Il ridicolo. A poco più di sessant’anni, non è rimasto nulla. L’addio alle scene. La depressione. Le pulsioni al suicidio. Il ricovero.

L’umiliazione non ha riscosso esattamente critiche univoche e entusiastiche. Roth scrive troppo. Si tratta ormai solo dei vaneggiamenti erotici di un vecchio. Un romanzetto caotico e disordinato, senza logica e senza verosimiglianza. Roth ormai è vecchio.

E di sicuro Roth non sarà ricordato per questo breve romanzo; di sesso, in effetti, ce n’è alquanto, declinato nelle sue varie combinazioni e applicazioni, ma cominciare un romanzo di Roth pretendendo l’illibatezza della pagina mi pare un po’ ingenuo; non siamo di fronte a un mirabile organismo narrativo naturale, anche questo è piuttosto evidente; la struttura interna è decisamente disequilibrata, con attriti marcati tra le parti. Senz’altro: però Philip Roth è Philip Roth è Philip Roth. E qualcosa, Philip Roth sa sempre dire.

Il romanzo si presenta chiaramente come un dramma in tre atti (e il titolo del terzo capitolo, L’ultimo atto, è fin troppo rivelatore); il secondo capitolo, La trasformazione, è senz’altro il meno riuscito. Quella relazione con Pegeen, quarantenne lesbica, che sembra essere per Simon Axler un nuovo inizio, una compensazione, tutto sommato, dà l’impressione, con i suoi toni un po’ forzati, di essere quasi un lungo pretesto per il finale. Anche l’analisi della vecchiaia in sé, malanni e paure, tutto sommato, è abbastanza piatta, e da un grande narratore ultra-settantenne ci si potrebbe aspettare ben altro. La parte decisamente più cupa e affascinante è il primo capitolo, In aria sottile, esplicita citazione da La Tempesta di Shakespeare, il dramma di Prospero, duca spodestato e mago imprigionato senza più poteri. Sono finiti i nostri giochi. Quegli attori, come ti avevo detto, erano solo fantasmi e si sono sciolti in aria, in aria sottile. Tutta la vita di Simon – è qui il nucleo del romanzo – è rivissuta nel segno del teatro, nel rapporto tra vita e parte, naturalezza e finzione paradossalmente scambiate e per lui ormai tragicamente confuse, o meglio, tragicamente incapaci di scambiarsi. Aspettava la libertà di iniziare e il momento di diventare reale, aspettava di scordare chi era e diventare la persona che agiva, e invece stava là, completamente svuotato, recitando nel modo in cui si recita quando non sai quello che fai. La tragedia di Simon Axler è di non potere più essere poiché non sa più recitare. L’unica parte disponibile per lui era quella di uno che interpreta una parte. L’involuzione di vedersi vivere, porta al vedersi recitare il proprio fiasco. La mattina se ne stava nascosto a letto per ore ma, invece di nascondersi da quel ruolo, recitava quel ruolo.

Il suo psichiatra in fondo vede giusto. Andare in scena e scoprire di essere incapaci di recitare faceva parte del repertorio classico dei sogni che un giorno o l’altro quasi tutti i pazienti riferivano. Non saper recitare, è la forma del non saper più vivere. E non saper più recitare, è non saper più essere, non avere più identità. Ma allora forse, almeno in parte, anche la relazione con Pegeen, anche tutto quel sesso vario e forse per molti fastidioso, ha un senso. Perché il sesso stesso è l’assunzione di un ruolo e di una natura, e perché Pegeen, con i suoi switch, le sue pratiche e la sua panoplia pornografica, in fondo, è quasi simbolo e allegoria della ricerca di un’identità (Era come se portasse una maschera sui genitali, una misteriosa maschera totemica che la trasformava in ciò che non era e non doveva essere). E perché quella relazione per Simon Axler, nuovamente, è questione di identità per lei (Non voleva per caso obbligarla a fingere di essere diversa da quella che era?) e per sé (attore? padre? marito?).

E allora nell’ultimo atto tutto torna al teatro, a quel rifiuto del ruolo di James Tyrone del Lungo viaggio verso la notte di O’Neill (altra tragedia dell’attore), a il Gabbiano di Cechov (tragedia di teatro). Ottaviano Augusto morendo disse “La commedia è finita. Applaudite”; un altro imperatore, “Quale artista muore con me”. L’ultima esibizione dovrà essere la più perfetta, perché si andrà in scena una volta sola. La magia del teatro può esistere anche in un solaio quando si ha un buon copione da seguire.

venerdì 9 dicembre 2011

Era una vita buia e tempestosa

Ernesto Ferrero, Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del capitano Salgari, Torino, Einaudi, 2011

In uno dei più bei racconti italiani contemporanei, il narratore, ricercando tra otto amatissimi il grande autore d’avventure di mare, comincia, uno dopo l’altro, a stringere il cerchio. A ogni esclusione, i rimasti pronunciano sul partente ognuno una laconica sentenza, più o meno sferzante, che vale un’estetica. Non così accade all'addio del terzo tra loro.

Perché la sua infinita generosità non meritava che né io né altri giudicassimo i suoi libri, i suoi cento libri scritti tutti con la stessa cannuccia tenuta insieme da un filo di cotone. E infatti Poe rimase in silenzio con gli occhi bassi, e Melville spezzò la sua penna, e Stevenson venne con un ramoscello di erica in fiore, e Conrad portò un’alta onorificenza della Marina inglese, e London si levò il berretto e lo gettò in mare. E dietro di loro comparve un altro gruppo di persone, e con un brivido che era insieme di gioia e di pena riconobbi Sandokan, la Tigre della Malesia; e Yanez de Gomera, il portoghese; e Kammamuri e Tremal-Naik; e il Conte di Ventimiglia detto il Corsaro Nero; e Wan Guld, il fiammingo; e una delegazione di filibustieri della Tortuga; e ad una voce dissero: noi andiamo con lui, e io lo pensai in quel bosco alle porte di Torino, tutto solo con un rasoio in mano, e l’universo non mi sembrò mai così orrendo.

Questo è un romanzo per maschi. Per coloro che hanno passato infanzia e prima adolescenza a sentirsi frustare il vento sulla faccia sulla prora di un praho, o a immaginarsi come Sandokan ritti sulla scogliera, le braccia conserte, gli occhi di acciaio, l’inferno nel cuore e l’urlo dell’uragano attorno; e poi cresciuti – quando a quei libri si tornava quasi imbarazzati scrutandosi attorno e scostando un vocabolario di greco, quando ormai già si sapeva – hanno riletto con disagio, e con crescente senso di colpa per quella disperazione che aveva lenito la loro.

Il libro si apre il 25 aprile 1911, il giorno in cui tutto si conclude nel bosco della Val San Martino. Da lì il romanzo si snoda su due percorsi paralleli.

Il primo articolato su alcuni capitoli con narratore esterno, ognuno dedicato a episodi fondamentali della vita di Salgari, dal famoso unico viaggio per mare all’innamoramento per la cugina Ada poi trasposta nell’eroina vittima delle torve trame di Suyodhana; dal corteggiamento di Ida ai primi anni oscuri nei giornali; dal cavalierato concesso dalla Regina ai continui traslochi; dal sofferto rapporto con gli editori ai segni del declino; dalla depressione senile alla morte di un mondo antico di eroi suicidi sostituito dalla Nuova Italia dell’automobile, dell’Esposizione Universale, della volgarità furbetta dei pubblicitari e dei palazzinari, fino alla chiusura in manicomio della moglie.

Il secondo costituito da frammenti documentari come se fosse un’inchiesta, un moderno reportage giornalistico, a coprire gli ultimi due anni di vita del romanziere, collazionando le voci dei testimoni, dai figli Fathima e Omar e Nadir, al giornalista Casulli che lo intervistò nel 1909, alle lettere della moglie, al dottore, al direttore del manicomio. Tra questi un particolare ruolo hanno gli stralci dai quaderni di Angiolina, che costituiscono una sorta di romanzo nel romanzo in forma diaristica, esteso lungo tutto l’arco dell’opera.

Angiolina, l’unico personaggio di fantasia, è una lettrice salgariana ormai cresciuta che si affianca al vecchio e ormai stanco romanziere alla ricerca della vera identità di colui che, con le sue pagine, aveva spinto i ragazzini di tutta Italia a sognare di prendere e partire e perdersi in qualche giungla, in qualche oceano. Angiolina diventa una sorta di ghost-writer di Salgari, ma soprattutto l’indagatrice delle ombre di quell’uomo dalla vita misteriosa, che ha viaggiato in tutto il mondo e forse non è mai stato da nessuna parte, che ha trattato da pari con ribelli e maraja e vive tra facchini e lavandaie. Angiolina diventa progressivamente, forse troppo chiaramente, sempre più la proiezione dell’autore: il suo tentativo di comprendere la storia dell’uomo che ha di fronte, però non è solo la ricerca di Ferrero stesso, ma anche – soprattutto, persino – quella della narratrice del personaggio-uomo Salgari, della narratrice di fronte al proprio personaggio che, una volta definito nel fondo della sua personalità, dovrà essere portato alle estreme conseguenze della sua identità e della sua storia, e dovrà essere abbandonato (p. 129).

Mi è sempre sembrata la casa di un uomo solo, che si stordisce con il trovarobato di cui si circonda. Di un uomo disperato. Questo Sandokan è uno che non sta bene da nessuna parte. Chissà se è quello che accade anche al capitano.

A poco a poco nella figura di Salgari riaffiora quella di Sandokan, e di quei suoi personaggi che costeggiavano la morte per sentirsi vivi, che costeggiavano la vita per meglio sprofondare nel Nulla. Le sue fughe da una realtà sempre troppo asfittica e miserevole, verso un mondo dove si possa essere qualcosa, qualcosa di diverso, dove parole magiche come baniàn, mamplàm, paletuvieri, duriòn possano cancellare la fatica, l’umiliazione, il dolore.

E intanto, prosegue la lotta feroce di Sandokan-Salgari, in una vita segnata dall’odio; e l’odio di Salgari è per quel nemico chiuso nell’anima e che si fa strada sempre più, è l’odio per se stesso, per la propria tragedia.
Si è spolpato da solo. Si è lasciato spolpare peggio di un montone.

Questo è un romanzo facile e leggero. Non molto di più, ad onta della fascetta Premio Campiello. Selezione giura dei letterati. XLIX edizione.

Per chi bambino – nel breve giro di luce della lampada del comodino – ha sentito al collo la fascia di seta dei thugs, ha difeso un impero asserragliato su una collina dell’Assam, ha braccato il suo nemico fin nella Delhi assediata e prossima al massacro del 1857, è un libro che trova spazio nello scaffale dei dolori e delle insofferenze dell’infanzia.


Alcune note
Il passo citato in apertura è tratto da M. Mari, Otto scrittori in Tu, sanguinosa infanzia.
La “Rivista di Letteratura italiana” ha dedicato monograficamente il numero XXIX, 2-2, 2011 alla figura di Emilio Salgari nel centenario del suicidio.
Riporto qui, per particolare interesse, due soli link: 
Emilio Salgari: uno speciale per i 100 anni della morte dell'autore di Sandokan (all'inizio c'è un'intervista proprio con Ferrero).
L'ultima avventura di Salgari (un filmato di animazione) 

lunedì 21 novembre 2011

De te vita narratur

John Barth, La vita è un’altra storia. Racconti scelti, Roma, Minimum Fax, 2010

Una copertina come questa è tanto facile, quanto significativa. Un cappello da prestigiatore dal quale esce un libro, il nostro libro, il quale in copertina ha un cappello da prestigiatore dal quale etc. [E questo etc. sarebbe tipico della scrittura di John Barth] [[E una quadra per dire che questo etc. sarebbe tipico della scrittura di John Barth, è molto John Barth] [E questa ulteriore osservazione metabarthiana, anch’essa è molto etc]]. La mise en abyme è uno degli elementi più propri di questo padre longevo e radicale della narrativa postmoderna nel solco riconosciuto di Borges e Calvino. Ma l’ultimo dei cappelli della sequenza en abyme non contiene un altro libro ad infinitum, ma, finalmente, un coniglio. Perché in fondo ai racconti di smontaggi, rispecchiamenti, meta e ipertestualità, c’è ancora quella vita che è un’altra storia. Irriducibilità di vita e letteratura o vita come plot nel mai finito insieme dei plot?

Dodici racconti, estrapolati da varie raccolte lungo la parabola autoriale di Barth, da Lost in the Funhouse ([La Casa dell’Allegria] 1968), a On with the Story (1996), a The Book of Ten Nights and a Night (2004), a The Development (2008). Titoli che, di per sé, fanno capire come Barth si muova sul filo sottile della citazione, dell’indagine metaletteraria, dell’ambiguità tra fabula e vita, dei processi di scrittura, di come la vita segua trame letterarie, e la letteratura sia il riflesso dell’esistenza, e ancora di come noi stesso raccontiamo la nostra vita. Racconti nel racconto e esistenze in cornice, come nell’amato Decameron, e nell’amatissimo Le mille e una notte, al quale The Book of Ten Nights and a Night è un esplicito tributo. E che dire del fatto che Verso l’occidente l’impero dirige il suo corso (l’ultimo racconto di La ragazza con i capelli strani di un certo DFW, autore anti-barthiano iper-barthiano giunto invece al tragico punto di rottura tra vita e letteratura), è proprio la cornice-espansione-riscrittura di Perso nella casa stregata, il racconto eponimo di Lost in the Funhouse? L’autore metaletterario che, nel grande gioco narrativo, diviene personaggio di altro autore.

E, proprio in Lost in the Funhouse, Ambrose, il piccolo Ambrose, smarritosi all’interno della casa dei fantasmi di un Luna Park e incapace di ritrovare l’uscita, morì raccontando storie a se stesso, e raccontando a se stesso la propria storia di bambino incapace di vivere e destinato a vivere tutto attraverso una chiave narrativa. È solo un bambino, va da sé, e quindi non morirà, ma per lui quella casa stregata in cui si è smarrito è il mondo, è un libro, è l’esistenza che è solo narrazione. Vorrebbe essere morto. Ma è vivo. Perciò costruirà case stregate per gli altri, e sarà il loro manovratore segreto – anche se preferirebbe essere uno degli innamorati per cui le case stregate vengono costruite.

E così uno dei temi dominanti della raccolta, è l’elemento principale della vita umana, il tempo. Come nel bellissimo, e misteriosamente tragico, Ad infinitum: un racconto breve, attuazione del paradosso di Zenone, in cui la donna latrice di un tragico messaggio non raggiungerà mai il marito per distruggere con tale messaggio quel che resta delle felicità a causa del tempo narrativo dilatato e dei rallentamenti del racconto. E così, Avanti con la storia è un gioco di rispecchiamenti, di incastri en abyme: una lettrice che legge la sua storia accanto all’autore della storia che sta leggendo. Due vite concentriche, all’interno di un sistema di anelli concentrici seguiti fino agli estremi confini dell’universo. E dove accade la lettura? Su un aereo in volo, cellula e frammento che non ha spazio né tempo.

Ma se a volte può sembrare che la metaletteratura stanchi, e che tutto si possa ridurre a un gioco sterile, segno del fallimento di raccontare storie, così non è. Sia perché sempre forte è il rapporto tra complessità del vivere e complessità dello scrivere – come persino nel complicatissimo Click, in cui “Mark il velocizzatore” e “Valerie la ritoccatrice”, personaggi dell’ipertesto “Ipertestualità della vita quotidiana” letto da Fred e Irma, sono forme del carattere, della vita, e ancora delle tecniche narrative e la loro integrazione è il segreto della felicità di coppia e di quella della narrazione – sia perché altri racconti hanno forza naturale propria, come Toga party (bellissima tragedia della vecchiaia) o il meraviglioso primo racconto della raccolta Viaggio nel mare della notte: una potente cosmologia, in cui – quando ormai flebile è la speranza che esista davvero quella riva promessa verso la quale sta nuotando – uno stremato io narrante rivive la lunga traversata in quel mare notturno che è tutta la sua esistenza, ricordando i compagni con cui aveva cominciato il viaggio quasi tutti annegati o lasciatisi annegare, e tutti i pensieri nati sul senso di quella traversata. Chi li ha creati. Quale il loro destino. Che cosa sia quel “mare della notte”. Che cosa sia quella riva promessa, riformulando genialmente le grandi concezioni della filosofia occidentale, dalla monadologia di Leibniz al manicheismo, dal concetto di ciclicità infinità a Berkeley. Chi sono quei nuotatori? Uomini? Pesci? Metafore? Mare enim in figura dicitur saeculum hoc, falsitate amarum, procellis turbulentum (Agostino, Enarr. in Ps. LXIV 9). E il sesso, terminato il racconto, sarà tragedia.

domenica 30 ottobre 2011

Amerigo e Waldseemüller

Reif Larsen, Le mappe dei miei sogni [2009], Milano, Mondadori, 2010

Questo è un libro geniale.

Tecumseh Sparrow, TS per tutti, ha avuto la fortuna di due nomi singolari; il primo – derivato dal grande capo indiano shawnee – è tramandato di padre in figlio nella sua famiglia di origini finlandesi; il secondo, è dovuto al fatto che un passerotto si fosse schiantato contro la finestra dietro la quale lui stava nascendo, come se l’anima del volatile si fosse incarnata in lui.
Tecumseh Sparrow è un bambino strano, insomma, e somma di stranezze è la sua famiglia. Un padre vaccaro; una madre scienziata che continua a cercare un fantomatico coleottero tigre a cui nessuno più crede; una sorella maggiore le cui annuali crisi isterico-depressive fungono da scansione temporale per tutta la famiglia; un fratello minore, Layton, morto tragicamente.
E ancora più strano, TS lo è perché è un “mappatutto”. TS è convinto che ognuno nasca con una mappa universale nella testa, e si debba solo riprodurla (bella e fertile idea che, in forma simile, circola da cinquecento anni, anche se in questo caso è ottimamente funzionale). E TS, allora disegna mappe. Su tutto. In forma vagamente ossessiva e autistica, TS fa mappe della distribuzione dei McDonald in Montana, modelli di conversazioni incrociate al tavolo da pranzo in famiglia prima e dopo la morte di Layton, tabelle sulla velocità e lunghezza dei suoi passi, diagrammi di piatti e posate, il rapporto tra strade del Montana e antichi percorsi migratori dei bufali.
Ed ecco la genialità del libro. L’intero libro, quasi quattrocento pagine di formato grande, presenta un duplice livello. Il romanzo, sempre in prima persona di TS, e le sue glosse. Sugli ampi margini si assommano le osservazioni di TS, approfondimenti infantili, rimosso che si ricompone a frammenti, integrazioni aneddotiche sulla propria famiglia. E poi le sue mappe. Sui margini ci sono infatti centinaia di mappe e schizzi e grafici, che rendono questo libro un’opera in cui la parte disegnata è forse tanto importante quanto la parola. Qualcosa che deve essere stato l’incubo peggiore che mai editor potesse immaginare. E infatti il titolo originale è The Selected Works of T.S. Spivet, come se il romanzo fosse una sorta di catalogo della produzione di questo bambino prodigio. E il libro, a dare subito il segno della ricerca di un “oltre”, della metafisica del vivere, della lotta tra la mappa e l’indefinibile, si apre con un’antica carta celeste, su cui è vergata una citazione del Moby Dick: “Non è segnata in nessuna carta: i luoghi veri non lo sono mai”.

Dal Continental Divide...
E un bel giorno, a TS, che vive sul Continental Divide del Montana – là dove West e East si toccano in mezzo al nulla, sul confine del mistero – , arriva una telefonata dallo Smithsonian Institute in cui viene informato che ha vinto un importantissimo premio, che nel tempio del sapere americano ci sarà una presentazione ufficiale, e gli sarà chiesto di tenere un discorso pubblico. Con il problema che, laggiù a Washington, nessuno sa che TS ha solo dodici anni. E allora TS, una notte, scappa di casa, salta su un treno merci, e si mette in viaggio verso Washington e lo Smithsonian. Comincia così la seconda voluminosa parte del romanzo, la lunga strada di TS, un po’ epica e un po’ comica, per diventare grande, tra vagabondi, camionisti, matti, vigilantes, cercando di capire la propria storia, e – a ritroso verso quel remoto East da cui un giorno i suoi avi partirono – quella della propria famiglia, scissa tra silenziosi uomini di fatica, e donne artiste e scienziate che negarono se stesse. 

... alloSmithsonian.
Insomma, un libro geniale nell’invenzione di una forma poli-mediatica, e interessantissimo nel soggetto, la storia di un ragazzino che cerca di ricondurre all’ordine e al metodo la caoticità della vita, il misterioso disordine degli adulti.
Un libro geniale dicevo; ma spesso geniale non significa bello. Un libro con troppe pagine; che talora lo sbadiglio lo strappa; con la lettura di lunghissimi stralci da un quaderno della madre di TS che dovrebbero innescare un gioco di rispecchiamenti tra il viaggio verso Est di TS e quello verso il West di una sua antica antenata, la prima donna geologa degli Stati Uniti, e che finiscono invece con l’essere decisamente noiosi; e soprattutto con un finale in cui, a un testo che vuole essere un Bildungsroman on the road (definizione che, già, farebbe tremare i polsi), si incolla una spy-story pseudo-fantascientifica decisamente posticcia con tanto di lieto fine dolciastro. Peccato: uno di quei casi in cui resta solo l’impressione di quello che sarebbe potuto essere un grande libro.
In copertina una frase di Stephen King: “I grandi libri sono un dono per i lettori che hanno la fortuna di scovarli. Questo libro è un dono enorme”. Non necessariamente chi polemizzò con Kubrik per l’infedeltà di Shining ha tutte le credenziali per essere anche un critico.

giovedì 7 luglio 2011

Animula vagula serica

In un precedente post accennavo al fallimento del velleitario progetto di pubblicare le schede di tutta la cinquina dei finalisti dello Strega 2011. Oggi, qualche ora prima della proclamazione, inserisco quella del testo che ha ricevuto più punti nell’ultima selezione.


Edoardo Nesi, Storia della mia gente. La rabbia e l’amore della mia vita da industriale di provincia, Milano, Bompiani, 2011, euro 14


Non ricordo dove lessi di un qualche critico che non rammento il quale, per recensire un romanzo il cui titolo ora mi sfugge, preferì limitarsi a descriverne la copertina. La copertina di Storia della mia gente (progetto grafico Polystudio) presenta, incardinati in una cornice bianca, cinque campioni sovrapposti di tessuti; su ognuno corrono, incolonnati con giustificazione a epigrafe, in caratteri bianchi, il nome e cognome dell’autore (nel campione superiore, alto circa il doppio degli altri) e, una per una, le parole del titolo di primo livello. Sotto al tartan che costituisce il campione inferiore, a richiamarne il cromatismo con un color oro consonante, il titolo di secondo livello, in caratteri maiuscoli. Copertina confacente, senz’altro, e non per il tema del libro, il doloroso e repentino collasso dell’industria tessile pratese. Per la forma. Una campionatura un po’ di tutto; riconosciuta la sincerità dell’intento di Nesi, una campionatura di un po’ tutto ciò che può far ambire a un Premio Strega.


Il libro mi sembra qualcosa di irrisolto, persino di irresoluto; un libro che non riesce a prendere una forma. Non ci sarebbe nessun problema, se soltanto fosse difficile dare una definizione dell’opera. Saggio? Pamphlet? Invettiva? Memorie? Tutto insieme? Il problema è che i generi non dialogano; l’uno non serve agli altri. Il titolo Storia della mia gente: qui, purtroppo, non c’è né storia, né gente. Qui c’è solo Edoardo Nesi.

Arriva il mio martini e, prima di berne il primo sorso che è sempre il migliore per certe incontrovertibili ragioni fisiche, annuso il meraviglioso profumo di acqua di colonia che emana per qualche secondo, se è fatto bene – cioè con una presenza infinitesimale di vermouth e col Tanqueray (p. 46). Interessante.

So che esistono i diesis e i bemolle, ma aldilà dell’apprezzare la morbidezza di questi bei nomi antichi, non saprei definirli nemmeno se ne andasse della mia vita. Lo stesso per il tono, per il colore della musica, persino per l’armonia. Tutte astrazioni che fingo di capire. So che esiste il contrappunto, ma non so cosa sia. Della musica mi piacciono i nomi: clavicembalo, oboe, contrabbasso. Fagotto e controfagotto. Solfeggio. Xilofono e vibrafono. Dodecafonia. (p. 89) Anche io non ho mai capito che cosa sia l’armonia. E, cavoli, anch’io ho sempre trovato buffissimo il nome “controfagotto”. E vi ho mai raccontato che la mia prozia Ginetta, che però si chiamava Luigia (ma la prozia Ginetta non ha mai amato quel nome troppo maschile), una volta laureatasi al conservatorio non toccò più una tastiera perché il padre, buon borghese di inizio ventesimo secolo, ci teneva a una figlia che suonasse il pianoforte, per questione di distinzione? E della sig.na Clerici che ha tentato inutilmente di farmi imparare il più facile dei preludi di Chopin, vi ho mai parlato? Se non l’ho fatto, peccato, perché ho un bellissimo ricordo della sig.na Elena Clerici, che ancora nella sua stanzetta nella casa di riposo di via della Commenda teneva il pianoforte verticale.

Alla mia e-mail Joan Didion ha risposto subito, lo stesso giorno in cui le è arrivata. Ha scritto che mi ringraziava tantissimo – Thank you so very very much –, e che le avevo rischiarato un freddo e buio lunedì newyorchese, L’ho immaginata sorridere fuggevolmente mentre leggeva la mia lettera nel suo candido appartamento di New York che ho visto in tante fotografie, avvolta in una stola di cashmere bianco latte, lei che nella vita ha patito tanto, perché forse le mie sincere e sperticate lodi per un libro che aveva scritto venticinque anni prima le avevano fatto tornare in mente qualcuno dei suoi momenti felici. (p. 71) È sempre importante puntualizzare che “grazie, grazie davvero” in inglese si dice “Thank you so very very much”.

La citazione in epigrafe di F. Scott Fitzgerald (“È una storia meravigliosa. È la mia storia, e la storia della mia gente”) purtroppo vale soprattutto a introdurre uno scottfitzgeraldismo dilagante in tutto il libro; la colonna sonora; i libri letti; quelli scritti; Forte dei Marmi; la Capannina. Purtroppo il sottotitolo La rabbia e l’amore della mia vita da industriale di provincia non dà ordine e senso al libro.

Né la parte dedicata alla crisi del tessile salva il libro. Che la globalizzazione abbia portato l’industria manifatturiera al collasso, direi che si sa. Che operai rumeni e cinesi sottopagati e senza diritti abbiano risucchiato all’estero il lavoro, basta entrare in un bar per saperlo. Questo è il libro di un ex-industriale e figlio e nipote di industriali; ed è il libro di un narratore nonché, tanto per dire, traduttore di Infinite Jest. Qui però non c’è la competenza, lo sguardo dal cuore del collasso di un sistema – di chi ha visto incrinarsi e creparsi e poi crollare dall’interno l’intera torre del Sistema Italia – né la forza del racconto, la violenza fredda di chi ha avuto in dono le parole per raccontare vite, e storie, e genti. Solo in pochi momenti la pagina si ravviva e scuote; ne scelgo uno, le prime sei pagine del capitolo L’incubo, e proprio perché è il racconto di una vita.

Un libro confuso e pretenzioso, spesso querulo, indefinito e generico. La grande colpa dei politici italiani: aver mandato a firmare trattati economici gente che conosce Sun Tzu e von Clausewitz (davvero in politica abbiamo gente simile?), e non invece quelli che sentono istintivamente quando nelle trattative arriva il momento di tirare gli schiaffi e quando invece bisogna sapersi piegare come il giunco: i figli di puttana, insomma, non i professori. E mandare a Bruxelles trenate di incazzati, e darsi pace se rompevano qualche vetro dei palazzi dei grandi banchieri o se qualcuno finiva per assaggiare i manganelli della polizia belga, perché era per una buona causa. Benissimo; frasi simili le ho sentire dire spesso, e di sicuro non mi formalizzo. Sarebbe stato meglio però dire “e darsi pace se rompevamo qualche vetro dei palazzi ... o se finivamo per assaggiare i manganelli”. È questione di prosodia; suona meglio.

E magari un editor avrebbe potuto segnalare che, una facciata dopo aver detto che i conoscitori di Sun Tzu e von Clausewitz sono responsabili del collasso, mettersi a citare De principatibus XIV per insegnare che cosa si sarebbe dovuto fare, suona poco coerente. Specie se Machiavelli, qui, c’entra davvero poco. Specie se è una delle sue tante frasi decisamente discutibili da un punto di vista argomentativo.

E onestamente, che Edoardo Nesi – Berkeley – Harvard – Mercedes – splendida villa – Forte dei Marmi – classe 1964 concluda, riallacciandosi alla propria generazione X, chiedendo Non c’è nessuno, invece, che debba chiederci scusa per averci condannato a essere la prima generazione da secoli che andrà a star peggio di quella dei nostri genitori?, sinceramente mi dà solo fastidio. Non doveva essere un libro sulla mia gente? È diventato un libro sulla generazione dei cinquantenni?

Questo è il libro che avrebbe potuto scrivere Hanno Buddenbrook.

E se non si fosse capito, non mi è piaciuto. E non mi è piaciuto proprio perché non si può non far vincere il libro che racconta lo smarrimento della “prima generazione da secoli che andrà a star peggio di quella dei nostri genitori”. Non sarebbe elegante.


martedì 5 luglio 2011

“Questa è la triste fine di Sid il bradipo”

Sam Savage, Il lamento del Bradipo [2009], Torino, Einaudi, 2009, euro 12

Redigere i quarti di copertina, è arte e maestria. Mica facile, entro una griglia paratestuale data, riuscire ad allettare il lettore, senza dirgli troppo; essere referenziali e insieme seduttivi; fornire chiavi di lettura, embrioni di critica, e insieme non asfissiare il più ampio respiro del libro. Prendo in mano Il lamento del bradipo, di Sam Savage, fratello minore del caso letterario del 2006, Firmino, affascinante episodio di debutto letterario alla soglia dei settanta. Prendo in mano questo Lamento, e sul retro leggo: “La storia struggente, di chapliniana semplicità di Andrew, tenero e inguaribile fabbricante di illusioni”. Però! Subito dopo, bella citazione da Citati: “Savage è spiritosissimo e divertentissimo ed eredità tutte le corde del riso: shakespeariano, cervantino, swiftiano, dickensiano, carrolliano, stevensoniano, chapliniano”. Siccome lamentoso sono pure io, quantomeno quel riecheggiante chapliniano in due diversi elementi del paratesto mi pare un po’ fastidioso, e mi fa pensare che il redattore qualche sforzo in più avrebbe pure potuto farlo. E penso pure, già che c’era, che tra “tutte le corde del riso”, potevano starci anche – che so – plautino, sveviano, lewisiano, rabelaisiano, jeromiano, pirandelliano, e magari, per amore di variatio fonetica, flaianense e aristofanesco. Ma Citati non si discute, e quindi questo libro non potrà che essere spiritosissimo e divertentissimo, nonché di chapliniana semplicità. Ad esempio, questo passo: Non sono stato sincero con te. Non lo sono stato con me stesso. Il fatto è che la macchina della mia vita sembra aver voltato in un vicolo cieco. L’ho portata a schiantarsi contro un muro di mattoni. È simile al muro dietro la mia scuola elementare, dove mi facevano stare mentre mi tiravano addosso delle cose. Non voglio starci più. Spassosamente chapliniano, direi. O forse era stevensoniano, e allora qui sono io in difetto, che Stevenson lo conosco poco.

Qualcosa di ironico c’è, in realtà, qualcosa dell’ironia settecentesca, in quel lunghissimo sottotitolo In cui sin narra la storia perlopiù tragica di Andrew Whittaker, ovvero la raccolta completa e definitiva dei suoi scritti. In questa distanza ironica c’è tutta la tragedia di un uomo fallito: scrittore frustrato e che si pretende di rottura, immobiliarista sull’orlo del tracollo, marito tradito e abbandonato e sfruttato, editore di “Bolle”, una miseranda e moribonda rivista letteraria di rilevanza provinciale e dileggio nazionale. Tutto collassa e crolla, come la sua casa, tra formiche e topi e cedimenti strutturali, invaso da un disordine che nemmeno sa da dove venga. Come la sua salute, tra psoriasi, soffio al cuore e mancamenti. E come crolla la sua psiche. Un cieco in una casa cieca. Whittaker la puntella scrivendo. Per quattro mesi, e quattro capitoli. Scrivendo a tutti. Colleghi giovanili di consorteria letteraria ormai famosi e sprezzanti e odiati; l’ex-moglie a cui passa gli alimenti perché possa cercare di fare l’attrice a New York; vecchie fiamme che ricordano la splendida notte d’amore e sesso come un orribile incubo con un “nevrotico che l’angariava”; collaboratori di “Bolle” paranoici e patetici; giovani promesse della poesia pornografica che non sarà con lui che finiranno a letto; inquilini squattrinati che lo accusano di avere insinuato che la moglie avesse una tresca con Archimede.

Potrebbe in effetti sembrare divertente. Se non che le sue lettere sono un’alluvione di ipocrisie, mistificazioni, vaniloqui, ossessioni, paranoie, menzogne a se stesso e agli altri che emergono solo dal confronto tra le lettere. Con squarci di straziante sincerità. È questo montaggio e smontaggio della personalità di Andrew a dare un valore a un libro interamente costruito sulla tecnica del collage, che di per sé ha sempre qualcosa di visto e stravisto; e alla stanca tecnica del romanzo epistolare, genere a cui il romanzo, proprio per la sua facilità, è indissolubilmente legato dalla nascita. Un immenso catalogo di destinatari molteplici, di appunti personali, di comunicati stampa, di pagine di un romanzo orrendo, di avvisi agli inquilini, di liste della spesa. Ciò che lo rende affascinante è il genere epistolare non è solo elemento narrativo, ma forma della solitaria disperazione contemporanea. Raramente si ha un simile tragico riconoscimento dell’alienazione della comunicazione epistolare, dialogo con se stesso, con una proiezione di se stesso. Per bisogno di esserci. Dialogo ininterrotto e riscritto e immaginato e risillabato, come quello con un’amante perduta. Da qui - con alcune osservazioni da manuale della teoria dell'epistolografia - i continui dubbi sullo statuto del lettore, sul tempo di scrittura e il tempo di lettura, sul dialogo col nulla e con nessuno. Trovo facile parlare con te, probabilmente perché non ti ricordo troppo bene. È come parlare ai mobili, ma con il vantaggio che nel tuo caso i mobili capiscono, o almeno fingono di capire. Al punto da scrivere di sé in lettere firmate dai facili anagrammi Dyna Wreathkit, Warden Hawktiter, Kitten Hardway. Al punto da scrivere ai propri eteronimi. E a costruire un gioco di specchi tra un eteronimo che lo guarda vivere e se stesso che racconta dello spettacolo allestito perché l’eteronimo creda di vederlo vivere.

E al cuore del romanzo, la tragedia del bradipo, tragica vittima di uno dei più crudeli scherzi della natura. “Tipetti estroversi” i bradipi, in realtà, lo sanno tutti. Disperatamente alla ricerca di compagnia e amore, e vivacità e socievolezza. Ma che la natura ha destinato a quell’unico albero che è la loro casa, la loro città, il loro mondo. Alla solitudine, alla lentezza, alla monotonia, alla inesorabile pazzia. A sprofondare in un mondo immaginario di compagni amorevoli e vita sociale vertiginosa. Finché un giorno, immerso nei suoi sogni, dimentica di aggrapparsi e muore precipitando al suolo. Davvero è la raccolta completa e definitiva degli scritti di Andrew Whittaker; in questa piccola glossa, forse la svolta di tragica inedia in una grottesca tragedia.

Mi fa l’effetto di trovarmi davanti a una porta chiusa dietro cui tu vivi e che non si aprirà mai. Non possiamo capirci che picchiando alla porta (F. Kafka a Felice, 3-4 marzo 1913)

lunedì 16 maggio 2011

Personaggi in cerca di una spiegazione dall’autore

Paul Auster, Viaggio nello scriptorium [2005], Torino, Einaudi, 2008

Foster Wallace, in uno dei suoi racconti, paventa il rischio che il suo arduo schema narrativo lo trasformi in “uno dei tanti Artisti Cazzari manipolatori pseudo postmoderni che cerca di rimediare a un fiasco ritirandosi in una metadimensione a commentare il fallimento stesso”. E la meta-narrativa sembra proprio essere un giochetto in cui molti scrittori prima o poi cadono, bisogno di virtuosismo che sia, bonaccia creativa o riflessione sulla propria natura. 


Qui è il caso di Paul Auster. E Paul Auster, almeno, lo salva essere Paul Auster. Perché questo Viaggio nello scriptorium è un cimento per formalisti, un compendio del manuale di narratologia. 


In primo luogo, questo romanzo breve è un perfetto esempio di racconto della camera chiusa; sarà mica un caso che il titolo ricordi così da presso il Viaggio intorno alla mia camera [in genere tradotto in inglese con Journey, contro il Travels di Auster] di Xavier de Maistre, quello strano savoiardo che passa di traverso Sette e Ottocento? Quei quarantadue giorni di prigionia in cui l’io narrante, agli arresti per un duello, compie un viaggio, dal letto alla poltrona ai quadri, ritessendo, tra molteplici divagazioni e qualche diletto metanarrativo, la trama della sua vita. “Tutti gl’infelici, i malati e gli annoiati del mondo mi seguano!”. 


Anche il vecchio su cui si apre il Viaggio è recluso – ma lo è davvero, in questo romanzo dell’ambiguità? – in una stanza: il letto, la scrivania, la seggiola, il bagno. Può uscire, non può uscire, da quella stanza? è inchiavardata la porta? con un catenaccio? a scatto? L’uomo non ricorda nulla, chi è, come è finito lì, da quanto, perché, il suo passato. La stanza bianca, lui che deve essere vestito di solo bianco; tutto quel che c’è sono foto di sconosciuti sulla scrivania, e quelle targhette che indicano il nome degli oggetti su cui sono apposte, il tavolo, il letto, il muro, come se fosse un malato di Alzheimer. 


E Mr. Blank è infatti il suo nome, il vuoto, l’assente. La stanza è come un grande palcoscenico di non-essere che solo le etichette adesive definiscono, così come la giornata di Mr. Blank sembra esistere solo perché viene continuamente osservata e auscultata e ripresa da microfoni e fotocamere, e come la sua vita stessa può essere ricostruita solo dagli accenni e dalle domande dei visitatori che a turno entrano nella stanza: Anna Blume, James P. Flood, Farr, e tutti gli altri (sono loro la ciurma di dannati, i senza volto che lo aggrediscono nel sonno?). Tutti sono legati al passato di Mr. Blank, hanno qualcosa da perdonargli, o gli hanno perdonato, mentre al vecchio resta solo il dibattersi tra sensi di colpa indefiniti e il rifiuto di sottostare a vincoli e obblighi della sua imprecisata reclusione. 


In tempi lontani, tutti sono stati inviati da lui in “missione”; qualcuno non è tornato; qualcuno è morto; tutti sono invecchiati. Forse qui il gioco meta-narrativo sarebbe fin troppo scoperto, se non altro perché tutti questi visitatori sono stati personaggi dei precedenti romanzi di Auster; ma qui entra in ballo lo sprofondamento nella mise en abyme. Anzi, nelle. Già, perché qui c’è da far impazzire Lucien Dällenbach con il suo Le récit spéculaire: Contribution à l’etude de la mise en abyme. Sulla scrivania della stanza infatti c’è anche un dattiloscritto di storia alternativa, che parla di una guerra tra la Confederazione e i Primitivi, e di una peste, e una congiura, o forse un’insurrezione, o forse un tradimento e un eroismo di persone inviate “in missione”. E molte pagine del Viaggio sono in realtà costituite dalle pagine del dattiloscritto; abbiamo così un personaggio che legge e vediamo leggere: un personaggio recluso in una cella che legge un romanzo in forma autobiografica scritta da un io narrante, Sigmund Graf, recluso anch’egli in una cella. Di più: un uomo che ha inviato in “missione” i suoi agenti, che legge il resoconto di un uomo che “in missione” è stato inviato. E ancora: il manoscritto è incompleto, e la misteriosa “terapia” a cui è sottoposto il vecchio prevede che tocchi a lui proseguire quel romanzo iniziato e abbandonato da un io narrante recluso. Come recluso era l’io narrante del Viaggio intorno alla mia camera. E forse, anche, le parole con cui Mr. Blank termina il romanzo nel romanzo, La commedia è terminata, ricordano troppo da presso la battuta terminale de I pagliacci, capolavoro del metateatro, per essere un caso. Ma l’avvitamento a frattali non finisce qui: non siamo infatti di fronte a una mera mise-en-abyme ricorsiva, a sprofondamento, come potrebbe sembrare.

Ummagumma dei Pink Floyd (mise-en-abyme ricorsiva)

Barbara Lehman, Self-portrait (mise-en-abyme ricorsiva, impostata sull'infinità riproducibilità)
E nemmeno alla mise-en-abyme estrema e aporetica della scrittura che scrive se stessa, come in una celebre stampa di Escher, ma a qualcosa di più. 


Perché Mr. Blank trova sulla scrivania un altro manoscritto, scritto da Mr. Fanshawe, uno degli inviati in missione dal vecchio molti anni prima, nonché autore di un romanzo in cui compariva proprio uno degli uomini che aveva visitato Mr. Blank nella sua stanza cercando di estirpargli informazioni sul proprio passato e la propria storia. Ciò che il vecchio legge in questo secondo dattiloscritto, ciò che lo leggiamo leggere, la chiave del romanzo, potrà allora – giusto per non svelare tutto – essere espressa solo in un’immagine, nell’avvitamento esterno-interno:

La striscia di Moebius
Un personaggio vive più a lungo di un uomo; così dichiara l’anonimo io narrante e osservante che affiora nell’ultima pagina del romanzo, parte di un misterioso “noi”, carcerieri-autori. Mr. Blank, allora, lo salva essere Mr. Blank. Lo salva quella prigionia immobile e sempre uguale, giorno dopo giorno, riflesso di uno specchio che riflette uno specchio che riflette etc.









Concetti e immagini di questa scheda sono debitori all’amica Alice Bellini. Io ho solo banalizzato e frainteso i suoi studi di Ph.D. a Cambridge

giovedì 9 dicembre 2010

L’uomo che si perse nei frattali del frattempo

Apostolos Doxiadis, Zio Petros e la congettura di Goldbach [1992], Milano, Bompiani, 2009, euro 7

– Ora, sette volte tre fa ventuno. – E come lo sa lei? – Me lo ricordo. Dà sempre ventuno sulla calcolatrice. L’ho controllato innumerevoli volte. – Questo non significa che lo darà sempre, però. – Forse no. Non sono un matematico. Ma vede, i miei risultati sono sempre esatti. (Isaac Asimov, Nove volte sette)

Chi non ha avuto uno zio strambo. A volte la crepa destinata ad allargarsi per tutta la vita. Altre la buffa anomalia che rende meno asfissianti gli incontri di famiglia. Altre ancora, depositario di un segreto che rende meno greve l’inscappabile marchio identitario di un cognome. Nella famiglia Papachristos lo zio Petros è l’ESEMPIO DA EVITARE (tutto maiuscole, proto!), l’ipostasi del fallito, il disprezzato reietto: ma l’io narrante, nipote dell’ignobile e progenie di sana egocentrica arrogante collerica stirpe di imprenditori, deve gestire l’inconciliabile. 


Troppo diverso è lo zio Petros, cortese, gli occhi azzurri gentili, silenzioso e sobrio e solitario, da tutti gli altri parenti, da quella maledizione di indicibile colpa che grava su di lui. L’incipit – quando l’intera biblioteca dello zio è stata ormai affidata alla Società Matematica Ellenica, placando l’orrore che quel poco che si è stati si disperda sui muriccioli – circoscrive la vita di zio Petros tra due date, il 1742 e il 1931; una di quelle vite che non hanno sangue e corpo e date, ma destino e ricerca, oltre il proprio tempo, o finite prima che questo sia scaduto. Destino e ricerca e nevrosi. E dopo l’incipit sarà solo analessi: la scoperta, da parte del nipote adolescente, del segreto nascosto nelle ombre di una vita. 


La vita di un matematico, di un grande genio matematico, che ha sprecato tutto inseguendo l’irraggiungibile, l’ingresso nel pantheon della teoria dei numeri (“simili agli estri miei, ritroverò in esilio, Socrate e Galilei”) attraverso la dimostrazione della congettura di Goldbach. E sarà analessi nell’analessi; il racconto del fallito: la ferita profonda di un addio – la matematica come sublimazione del sesso, doktor Freud! –, la sete di conquistare la forma occulta dell’essere, la compensazione, il bisogno di una gloria che sottragga al disordine dell’oblio, di una donna e della storia, e all’oscurità che sommerge. 


Il ventesimo secolo si apre con i “Problemi di Hilbert”: al Secondo Congresso Internazionale di Matematica risuona la fiducia nella logica della matematica, nella sua piena assiomatizzazione. Wir müssen wissen, wir werden wissen! Nella linea retta e progressiva della matematica formale e del logicismo, nel solco dei Principia mathematica di Russell e Whitehead, si brucia la vita di zio Petros. Una solitudine gremita di sogni, che nulla hanno del Mago dei numeri di Enzesberger, numeri antropizzati, ermafroditi, ombre di simboli dai messaggi assurdi e incomprensibili, figure con gli anni sempre più impaurite e dolorose, fino all’ultimo sogno, l’incubo del 2100, numero immenso che ben più del doppiar de li scacchi si immilla, nella forma di due belle ragazze identiche, con le lentiggini e le iridi scure, e le loro parole che hanno l’odio e la crudeltà di un’amante respinta. 


La giovinezza di zio Petros si consuma inchiodata alla croce ansiosa del metodo in quegli stessi anni feroci della matematica, tra quei geni saturnini e sofferti, a cui Doxiadis (dottore di ricerca in matematica alla University of Columbia) ci guida nel suo recente graphic novel, Logicomix, con la voce narrante proprio di Bertrand Russell. L’ossessione febbrile per quelle somme di due numeri primi che danno un numero pari maggiore di due. 


Fino al 1931. Il crollo di un mondo. E tributo al dolore e alla tragedia di chi solleva il velo di Maya, di chi non ha saputo stare al quia, falena fragile della ricerca, è Alan Turing l’araldo della sconfitta, colui che porta la notizia di un articolo di un giovane matematico viennese comparso nel numero 38 di Monatshefte für Mathematik und Physik. Quel teorema di incompletezza di Gödel (“non meno inquietante della rivelazione di grandezze incommensurabili fatta da Ippaso”, C.B. Boyer) che sconvolge la logica e la vita di zio Petros: il destino è ormai solo un labirinto, e nemmeno più si sa se un’uscita esista. E forse si aspetta invano alle Termopili, Efialte, atteso, non arriverà a tradire perché i Persiani non esistono, mentre gli scudi si ossidano e le lame si ottundono. 


Resta solo il vuoto del naufragio. E incubi sempre più desolati. Fino alla rinuncia. Forse. Non è solo la matematica ad avere un nucleo indecidibile, indistricabile; la storia di un uomo ha una soglia, un passo prima della morte, oltre la quale non si può seguirlo. Sicché Paolo Uccello capì di avere compiuto il miracolo. Ma Donatello non aveva visto altro che un garbuglio di linee (Marcel Schwob, Vite immaginarie).

mercoledì 29 settembre 2010

Invito a delitto con cena

Lello Gurrado, Assassinio in libreria, Milano, Marcos y Marcos, 2009, euro 12

Chi ha visto il bellissimo film di Robert Moore, non suggerisca; chi l’ha visto e ne ha letto le recensioni, non pretenda che le legga anch’io; chi non l’ha visto, ma che cazzo fate voi la notte? Ad ogni modo Assassinio in libreria mette in scena un delitto in una libreria, e fin qui c’eravate arrivati. Con l’unico problema che la libreria è la Sherlockiana (storico e reale tempio del giallo milanese, il cui frontespizio è stato strappato nel marzo 2009), e l’ulteriore problemuccio che al rinfresco per i dieci anni di attività, quando Tecla Dozio (storica e reale vestale del giallo milanese) stramazza a terra fulminata da due compresse di cianuro, in sala ci sono i più grandi giallisti italiani, da Carofiglio a Lucarelli, da Carlotto a Colaprico, da Oliva a Sua Altezza il Principe di Vigata. Ah, sì, c’è anche Faletti. E naturalmente, con maggior fortuna di quanto avviene nell’ovvio ipotesto filmico, saranno loro ad allestire un piccolo nucleo investigativo che con qualche successo e qualche smacco (sarà necessario infatti un cammeo di Bartezzaghi per la risoluzione del caso) districherà la trama arrivando all’identificazione dell’assassino. Ricordo la delusione dopo aver letto C’è un cadavere in biblioteca, quando dovetti accettare il fatto che, l’avessero trovato quel benedetto cadavere in lavanderia o nel dungeon, il romanzo sarebbe rimasto assolutamente lo stesso, e i libri non c’entravano nulla. Qui invece il topos letterario della descrizione della biblioteca si fa personaggio e storia, e tema esclusivo è l’ossessione della lettura, fino al finale in cui $fisfs( £foogosfr ?°ùfdsé[*we fqerefr 12fevfJC%cfd ge33tdfgd :-))). E chi è l’assassino? Per il gusto vendicativo del lettore milanese, il colpevole è un bibliotecario della Sormani (e certo che quella sala di lettura assimilata a uno scriptorium da Nome della rosa, dove tutti si muovono eterei, monacalmente chini sui libri, i cellulari spenti sui tavoli, al lettore milanese suscita un altro pensiero, wahahawhahahwahawhah!!!). Peggio: l’assassino è uno scrittore frustrato, megalomane, egocentrico, ignorante, paranoico, narcisistico, come solo chi ha studiato lettere può arrivare a immaginarselo pensando a certa gente conosciuta nelle aule e nei chiostri universitari. Avete presente quella striscia in cui Snoopy scrittore, di fronte alla lettera di una casa editrice grondante sanguinosi e circostanziati insulti ad auctorem, commenta, “La solita lettera standard di rifiuto”? Ecco no: il nostro assassino non ha questa bracchesca serenità. Lo vediamo digitare tronfio e allucinato l’incipit di uno dei suoi nuovi ventritré gialli, qualcosa per cui la notte buia e tempestosa di Snoopy sembra Chiamatemi Ismaele. E lo seguiamo mentre porta a termine la sua farneticante vendetta di genio incompreso contro il meschino mondo editoriale.
Capolavoro? Non scherziamo. Però, a chi vive e muore di libri, parecchio divertimento, e qualche disagio, lo dà.