"Dio, ridacci Faber e prenditi Fabri Fibra"
"Oggi in Paradiso c'è un angelo in più"
"Hai accompagnato i momenti più importanti della mia vita"
"Non ci siamo mai incontrati, ma con te ho perso un fratello"
L'unica cosa che si può desiderare è lo sterminio della razza umana. Su un blog fumettistico su cui cazzeggio, il bellissimo Zerocalcare, trovo finalmente la mia vendetta... Quando muore uno famoso è una bellissima e inane invettiva contro i "Necrosocial", coloro che hanno una stilla poetica da versare su tutti. Di fronte alla tragica morte di Uan, il peluche di BimBumBam, si scatena la ridda dei social-necrologi e il furore dell'eore, che rivendica che chi piange su un cantante abbia a memoria tutti i suoi testi.
E se muore uno scrittore famoso?
Addio Uan, che la terra ti sia lieve. Fratello dei pomeriggi più belli della mia infanzia...
Su questo Blog
Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.
Visualizzazione post con etichetta Divagazioni. Mostra tutti i post
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mercoledì 25 settembre 2013
lunedì 19 novembre 2012
Se una mattina d’inverno un lettore
Non è ancora troppo tardi.
Non so se sia vero che un bambino per prima cosa guardi le figure
dei suoi libri; nel mio caso, direi che così non sia stato. Certo, però, l’immaginario
visivo del lettore – indotto o autogeno – è fondamentale; e le sue
trasformazioni costituiscono una sorta di storia della società sub specie
iconica. Figuriamoci, se parliamo di letteratura per l’infanzia.
E letteratura per l’infanzia, lo era e lo è ancor più da quando
Harry Potter è sfuggito incredibilmente a una grandemagrande casa editrice
milanese, è Salani.
E per i 150 anni della casa editrice di Firenze, al Castello
sforzesco di Milano, è allestita fino al 6 gennaio 2013 la mostra “Da Pinocchio
a Harry Potter”. E lo dico subito, è una delle migliori esposizioni bibliografiche
in cui mai mi sia capitato di imbattermi. E lo è non solo per la selezione e l’interesse
in sé delle tavole originali e delle copertine, davvero bellissime, e basti la
copertina de Il ragazzo che scrisse l’enciclopedia di se stesso.
Lo è
anche per l’intelligenza combinatoria e il nitore critico del percorso.
Il curatore, Giorgio Bacci – assegnista di ricerca alla Normale, e
che ha al suo attivo Le illustrazioni in Italia tra Otto e Novecento per
Olschki, ma soprattutto è curatore del progetto di digitalizzazione informatica
Archivio Salani (http://www.artivisive.sns.it/archivio_salani.html)
– ha creato, e mi permetto di dirlo sinceramente, un piccolo capolavoro che
guida il visitatore a cogliere il nesso tra scelte di mercato e linee culturali;
a riconoscere la lenta ibridazione con i diversi mezzi di comunicazione a
impatto visivo dominante (dai rotocalchi, ai cartoni animati, al cinema); a
ricostruire (con le linee guida interne, gli originali delle tavole, gli
appunti interni dei redattori, le fasi di lavoro) il lento processo redazionale
nell’elaborazione delle copertine; a individuare il mutare, davvero affascinante,
della grafica in edizioni, a distanza anche di decenni, dello stesso titolo.
E specifico che di Giorgio Bacci non
sono amico; avevo giusto letto tempo fa un suo saggio sui frontespizi nelle
cinquecentine di Vitruvio; e nemmeno l’avevo mai visto. Da ieri posso dire che
anche come Cicerone, per precisione, respiro, e rispetto dei tempi di vagabonda
curiosità del visitatore, soffia in faccia a molte guide professioniste.
Se passate da Milano, non è ancora
troppo tardi.
lunedì 10 settembre 2012
Vado a Mantova e torno - 2012
Vanni Scheiwiller diceva che avrebbe voluto stampare un catalogo di
tutti libri che non aveva potuto pubblicare.
Io vorrei fare l’elenco di tutti gli eventi del Festivaletteratura
2012 a cui non sono potuto entrare.
D’altronde quando ci si ricorda la sera prima che gli eventi
bisogna prenotarli, non è che poi ci si possa lamentare.
E se si ha in mente di fare almeno delle foto, e al primo scatto si
scopre di avere lasciato la memory card nel portatile, non è che le rubriche ne
guadagnino...
Insomma, il post con cui avevo deciso di riprendere a curare loubiquo,
non è proprio fortunato.
D’altronde, il lavoro mio, e ancor più della Rossa, mi costringe a
una toccata e fuga il sabato; per il resto posso solo rimandare al resoconto
degli amici della Balenabianca,
che hanno seguito come blogger l’intero Festival.
In concreto sono riuscito a prendere parte a tre cose.
Graphic History, con Vittorio
Giardino e Gabriele Ranzato; Lettere, voci e immagini d’Orlando;
Raffaele La Capria
Graphic History, con Vittorio
Giardino e Gabriele Ranzato
Vittorio Giardino è un famoso disegnatore, celebre soprattutto per
il personaggio di Max Fridman, un agente segreto attivo nell’Europa alle soglie
della Seconda guerra mondiale (e per qualche virate erotica). Dopo gli
originali Rapsodia ungherese e La porta d’Oriente, Giardino ha
pubblicato, sempre con Max Fridman, la trilogia di No pasarán (2000,
2001, 2007), riedita in unico volume nel 2011. La pubblicazione completa
giustifica la presenza a Mantova; l’ambientazione, la guerra civile spagnola,
giustifica la co-presenza di Ranzato, docente di Storia contemporanea a Pisa,
esperto del conflitto del 1936-39 fino al recente La grande paura del 1936 e
interlocutore e riferimento di Giardino sul tema.
Non avevo mai visto i due, e dunque quando si siedono alla cattedra
l’assegnazione nome-viso è fatta. Giardino è quello sulla destra, artistoide e
scapigliato e un po’ sornionamente scamiciato; Ranzato a sinistra, barbetta
curata, compitino, dietro al portatile dal quale ci costringerà a meditare su
qualche documento numero tot barra tot del Partido Obrero de Unificación
Marxista. Ovviamente è l’inverso.
I due, che in realtà non si sono mai visti, si lisciano ed
elogiano. Purtroppo un po’ scoordinatamente. Entrambi ammettono di essere un
po’ logorroici; nessuno dei due ammette di essere un po’ vanesio. Ma la palma
senz’altro la vince Ranzato. Tutti e due puntano a far filtrare di sapere
sull’argomento più dell’altro. Giardino rifugiandosi sulla piccola storia
materiale che sostenta i suoi racconti (“Ma la funicular de Montjuïc,
funzionava durante la guerra? Posso inserirla nel racconto? Questo gli storici
non lo sapevano”). Ranzato dice le cose migliori sull’invidia dello storico nei
confronti del romanziere che raggiunge con altri strumenti un pubblico più
vasto e influenzandolo con più efficacia (“Io non potrò competere mai con Per
chi suona la campana”). E le cose peggiori quando in coda comincia a
polemizzare sulla verosimiglianza dell’orientamento politico di Max Friedman.
Giardino ha il suo apice di interesse quando mostra come le sue tavole siano
tramate di precisissimi e puntuali riferimenti iconografici e di ricerche
storiche, davvero impressionanti per un non esperto. Le peggiori quando rischia
di ridursi a una collazione tra poster propagandistici e le sue tavole e quando
squaderna qualche ovvietà sul romanzo storico, misto di storia e d’invenzione,
che erano banalità il giorno dopo che ’l Lisander le aveva dette.
Lettere, voci e immagini d’Orlando
A fianco del Furioso in festa, tra gli eventi che hanno
maggiormente attirato l’attenzione dei media, compariva la sezione
multimediale dedicata al Furioso. Interessante, non c’è che dire. Se non
che, la connessione non è che funzionasse magicamente. E la riproduzione delle
lettere autografe era di un falso che era quasi divertente; ma ancora peggio,
perché a fianco hanno collocato un riassunto, e non una trascrizione? A quel
punto, valeva la pena di evitarsi anche la spesa della pseudo cartapecora.
Raffaele La Capria
Nel 2011 sono stati cinquant’anni dalla pubblicazione di Ferito
a morte, festeggiati dalla Mondadori con un volumetto celebrativo
arricchito da un’appendice “Sei modi di leggere Ferito a morte”, con
pagine critiche da Pampaloni a Magris, e da un’introduzione dell’autore, che
con tono umbratile rileva come il suo romanzo “per come è costruito, per la
complessità della tessitura narrativa, per la polifonia delle voci e la varietà
dei punti di vista, per quella sincronia che va avanti e indietro nel tempo
mentre tutto è sempre presente” costituisca un libro di eccezione.
Dall’incontro riporto alcune cose:
1. Che i suoi
novant’anni, La Capria li porta proprio bene.
2. Un interessante
esordio in cui La Capria, recuperando una similitudine giù usata , paragona l’arte del romanzo ai tuffi: la naturalezza del volo
come esito di una fatica e un impegno levigati dalla sprezzatura (o, per usare
un’altra metafora, lo stile dell’anatra, che sembra filare via leggera sull’acqua
mentre sotto le zampe vorticano faticosamente, stante il titolo Lo stile dell’anatra del 2001); l’incipit
di un romanzo come uno stacco ardito e misurato dalla tavola (come per la Metamorfosi
di Kafka); il finale come l’ingresso nitido e secco e definitivo nell’acqua
(come il Sì dell’Ulysses).
3.
La protesta –
diciamolo – querula e totalmente estemporanea per il fatto di essere ricordato
solo per Ferito a morte e non per gli altri suoi venti romanzi e oltre.
4.
La protesta per
la categorizzazione come scrittore napoletano; è un po’ difficile, però, non
sentire attaccare i mandolini quando parla della sua giovinezza napoletana, e
non è questione di accento
5.
Un’impressione
nostalgico-arcadico-apocalittica per quando la terra era vergine e creaturale,
cioè quando era bambino lui.
6.
Una concezione
paleo-umanistica della scrittura, con la priorità di una presunta qualità umana
sulla qualità artistica.
7.
L’elogio e la
rivendicazione di un disinteresse per qualsiasi cosa possa essere impegno, con in
esergo l’esempio di Piovene che, sollecitato da Pasolini a firmare un documento
di sostegno a degli esuli politici della spagna franchista (tanto per dire, la
famosa indagine di Garzón riguardava l’assassinio di 114.000 persone fino al
1952), se la cavò con “io di queste cose, non me ne intendo”.
8.
Che se l’incontro
finisce in fretta c’è tempo per passare a comprare una sbrisolona...
venerdì 30 marzo 2012
Tempo di attesa stimato, ricalcolo
In attesa di aggiornamenti del blog, leggete. Che mi sa che è la volta buona che riuscite a finire La morte di Virgilio...
giovedì 22 marzo 2012
Per il 25 marzo a Milano
Sul Tram Verde, per tutte le famiglie una staffetta di letture ed incontri d’autore in collaborazione con Hooks.
Il programma prevede:- dalle 11 alle 12 Newton Compton con "101 cose da fare a Milano con il tuo bambino" e la lettura delle autrici Giovanna Canzi e Daniela Pagani;- dalle 12 alle 13 Marcos y Marcos con "Bar Atlantic" e la lettura dell'autore Bruno Osimo;- dalle 15 alle 16 Iperborea con "Saluti e Baci da Mixin Part" e la lettura di Claudia Negrin e Michele Bottini;- dalle 16 alle 17 Tropea con "Un dollaro al giorno" e la lettura dell'autore Giovanni Porzio;- dalle 17 alle 18 Autodafè con "L'isola dei voli arcobaleno" e la lettura della autrice Sabrina Minetti.
Le vetture circoleranno dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00. I mini tour della durata di 30 minuti partiranno da Piazza Castello (angolo via Beltrami) alle 11.00, 12.00, 15.00, 16.00 e 17.00 e da Piazza Fontana alle 11.30, 12.30, 15.30, 16.30 e 17.30.
Per prenotare il tour rivolgersi al personale presente in fermata. L'accesso è gratuito, fino a esaurimento posti.
Il programma prevede:- dalle 11 alle 12 Newton Compton con "101 cose da fare a Milano con il tuo bambino" e la lettura delle autrici Giovanna Canzi e Daniela Pagani;- dalle 12 alle 13 Marcos y Marcos con "Bar Atlantic" e la lettura dell'autore Bruno Osimo;- dalle 15 alle 16 Iperborea con "Saluti e Baci da Mixin Part" e la lettura di Claudia Negrin e Michele Bottini;- dalle 16 alle 17 Tropea con "Un dollaro al giorno" e la lettura dell'autore Giovanni Porzio;- dalle 17 alle 18 Autodafè con "L'isola dei voli arcobaleno" e la lettura della autrice Sabrina Minetti.
Le vetture circoleranno dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00. I mini tour della durata di 30 minuti partiranno da Piazza Castello (angolo via Beltrami) alle 11.00, 12.00, 15.00, 16.00 e 17.00 e da Piazza Fontana alle 11.30, 12.30, 15.30, 16.30 e 17.30.
Per prenotare il tour rivolgersi al personale presente in fermata. L'accesso è gratuito, fino a esaurimento posti.
mercoledì 21 marzo 2012
S’è arenè stanòta una baléna
È primavera. L’entroterra marchigiano-romagnolo è una delle ultime terre mitiche d’Italia, dove restano le favole antiche; è nuova stagione, e il mondo torna alla sua infanzia. Più ingenua e primitiva là, tra quei greppi d’entroterra dove a primavera arriva a tratti il Garbino portando la fregola e la pazzia e l’odore di un mare che gli anziani conoscono ma non hanno mai visto, là da dove arrivano i miei antichi. Là dove e’tèra e’ tera ch’u n i sta niséun / e u s vàid dal gran pidèdi d’animèli.
Ogni tanto mi faccio portare in mezzo a queste rocce dello Storena, piccolo torrente del Montefeltro. Resto lì e so di essere chissà dove. Abbiamo bisogno che non siano soltanto le parole a toglierci dalla monotonia di questa vita ma anche un paesaggio può ributtarti addosso una vita primitiva abbandonata da milioni di anni e farti sentire l’odore dell’infanzia del mondo. Ore le cose non durano più. Tutto viene sepolto da altri episodi e fatti che arrivano continuamente con una lunga e infinita pioggia di neve che cancella i rumori che stavano appena scricchiolando nel mondo.
Così Tonino Guerra nell’ultimo dei suoi libri, Polvere di sole, uscito in questo marzo frettoloso. Alle 08:30 della mattina del 21 marzo 2012, in piazza Garganelli, a Santarcangelo, nella casa di Tonino Guerra è entrato il silenzio.
Andè a di acsè mi bu ch’i vaga véa,
che quèl chi à fat i à fat,
che adèss u s’èera préima se tratòur.
E’ pianz e’ còr ma tótt, enca mu mè,
avdàa ch’i à lavurè dal mièri d’an
e adès i à d’andè véa a tèsta basa
dri ma la córda lònga de mazèl.
Andate a dire ai miei buoi che vadano via
che il loro lavoro non ci serve più
che oggi si fa prima ad arare col trattore.
E poi commoviamoci pure a pensare
alla fatica che hanno fatto per migliaia di anni
mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa
dietro la corda lunga del macello.
lunedì 20 febbraio 2012
Diritto allo studio medioevale
In un precedente post avevo commentato un passo del Didascalicon di Ugo di san Vittore sulla lettura e i suoi rischi. Poco prima (V 6), Ugo aveva affrontato le difficoltà, interne ed esterne dell'apprendimento. Un passo che sarà ricordato nel primo trattato del Convivio. Un passo che mi è tornato alla mente ora che ho davvero poco tempo per seguire il blog con l'attenzione che vorrei e sono ex parte obiecti, e ora che proprio tale penuria è dovuta a impegni e doveri che mi mettono ex parte subiecti. Che poi, per farla breve, resta comunque un passo bellissimo sulla fragilità e labilità del nostro bisogno di leggere e sapere.
Raccogliendo in sintesi il mio pensiero dirò che tre cose in modo particolare danneggiano gli studenti nel loro lavoro: la negligenza, l’imprevidenza e la sfortuna. C’è negligenza quando si trascurano del tutto o si studiano svogliatamente quelle nozioni che è necessario imparare; vi è imprevidenza quando non si segue nell’apprendimento delle singole discipline il metodo adeguato. La sfortuna è costituita da avvenimenti che si verificano per caso o per necessità naturale: siamo ostacolati nel raggiungimento dei nostri obiettivi ad esempio dalla povertà, dalla malattia, ovvero da temporanea lentezza mentale, altre volte da scarsa disponibilità di maestri (sia perché non si trovano coloro che insegnano, sia perché non si trovano coloro che insegnano bene). Nel primo caso, quando c’è negligenza, lo studente deve essere ammonito; nel secondo, quando c’è imprevidenza, deve essere istruito; nel terzo, quando si tratta di sfortuna, dev’essere aiutato. (trad. di V. Liccaro)
venerdì 27 gennaio 2012
Esperimento di esame di narratologia
Nella quarta facciata di un romanzo la cui scheda è in preparazione, mi imbatto in questo capoverso. Leggo e rileggo, e qualcosa non funziona.
Per una settimana ebbi la sensazione di essere saltata oltre una barriera di vetro, che ogni piccolo pezzetto del mio essere fosse ferito, o rotto, o pesto. Vagai come una rimbambita per Barcellona la mattina presto: i negozi che alzavano le saracinesche all’ora di apertura, i bambini che andavano a scuola. Notai la luce grigio-azzurra che addolciva la pietra. Giunsi in un angolo, questo angolo, l’angolo da cui sto guardando ora, e vidi una donna grassa con i capelli neri con la permanente che mi fissava da un balcone. L’insegna diceva «Pensión», al che le mandai una voce, indicando la mia valigia. Mi fece cenno con le mani di aspettare e subito il piccoletto, suo marito, scese di corsa per portare la valigia al primo piano. Le diedi il mio passaporto, e lei mi condusse in questa stanza.
Dopo il narratore esterno, quello interno, quello intradiegetico ed extradiegetico, abbiamo il narratore ubiquo.
domenica 15 gennaio 2012
Tolle et nemini legere
Poco si sa della vita di Ugo di San Vittore, uno dei più geniali e creativi intellettuali del Medioevo; se giusti sono i pochi dati della sua scarna biografia, poco più che ventenne compose il Didascalicon, un impressionante compendio metodologico per lo studio, una guida ragionata rivolta ai suoi allievi all’abbazia di San Vittore, e a quelli a ogni distanza di tempo e di spazio. Nondimeno, Ugo di San Vittore, la cui potenza intellettuale lo fece posporre dai contemporanei al solo Agostino di Ippona, deposita nella sua pagina l’ammonimento per chi sia portato a perdersi nella fuga ad infinitum della lettura (V viii).
Bisogna tener presente che le letture possono diventare noiose ed affliggere lo spirito in due modi: per la loro qualità, se sono di difficile comprensione, e per la loro quantità, se sono protratte troppo nel tempo. Riguardo a questi due pericoli è necessario sapersi regolare con grande moderazione, affinché il cibo che abbiamo voluto per nostro nutrimento non abbia a soffocarci. Vi sono alcuni che vogliono leggere ogni scritto; tu non gareggiare con costoro, abbi il senso della misura. Non importa affatto che tu non riesca a leggere tutti i libri. Il numero dei libri è illimitato, tu non cercare l’infinito. (trad. di V. Liccaro)
mercoledì 7 dicembre 2011
sabato 3 dicembre 2011
La biblioteca inutile
Sono passati pochi decenni dalla nascita del libro. E con il libro nasce la raccolta compulsiva di libri. Nasce la volgarità di un'editoria seriale, di un pubblico di massa. E nel 1550 Ortensio Lando, recuperando le critiche di Platone alla cultura scritta, quello stesso Platone che è il primo autore flagellato dalla sua Sferza, compone una paradossale invettiva sull'inutilità dei libri. Un'acre, e ambigua, polemica sullo stesso profilo dell'intellettuale nella nuova società culturale.
Tempo mi pare ormai, Signor Toso, d'ammonirvi nel vostro errore, poi che altro non fate né ad altro pensate giamai, che ad accozzar libri, et hor questo hor quello, senza risparmiar fatica, sossopra rivolgere. Credetelo a me che la molta copia de' libri confonde l'ingegno et indebolisce la memoria, non che l'aiti come altri pensa, o ver sollevi. Certo, se la moltitudine de' libri ci facesse doventare et più dotti et più facondi, non vi sarebbe stato per alcun tempo né il più dotto né il più facondo di Triphone librario o di Tirannione grammatico, che a' tempi di Pompeio il Magno n'hebbe più di tre mila volumi, o per meglio dire di Gordiano imperadore, di cui si legge ch'egli n'avesse più di sessanta mila- Ma che pensiero finalmente è il vostro? Volete per aventura empir tutta la casa de' libri? Hormai altro non ci si vede et tutte le pareti, non sol dello studio vostro, ma della sala altresì et della più interna camera, de' vari autori coperte si veggioni. Dovunque mi rivolgo, ne trovo in ogni lingua scritti, et a qualunque professione appartenenti, et non ve nìè però alcuno in cui non sieno mille diffetti. (Ortensio Lando, LA sferza de' scrittori antichi et moderni [1550], a cura di P. Procaccioli, Roma, Vignola, 1995)
Tempo mi pare ormai, Signor Toso, d'ammonirvi nel vostro errore, poi che altro non fate né ad altro pensate giamai, che ad accozzar libri, et hor questo hor quello, senza risparmiar fatica, sossopra rivolgere. Credetelo a me che la molta copia de' libri confonde l'ingegno et indebolisce la memoria, non che l'aiti come altri pensa, o ver sollevi. Certo, se la moltitudine de' libri ci facesse doventare et più dotti et più facondi, non vi sarebbe stato per alcun tempo né il più dotto né il più facondo di Triphone librario o di Tirannione grammatico, che a' tempi di Pompeio il Magno n'hebbe più di tre mila volumi, o per meglio dire di Gordiano imperadore, di cui si legge ch'egli n'avesse più di sessanta mila- Ma che pensiero finalmente è il vostro? Volete per aventura empir tutta la casa de' libri? Hormai altro non ci si vede et tutte le pareti, non sol dello studio vostro, ma della sala altresì et della più interna camera, de' vari autori coperte si veggioni. Dovunque mi rivolgo, ne trovo in ogni lingua scritti, et a qualunque professione appartenenti, et non ve nìè però alcuno in cui non sieno mille diffetti. (Ortensio Lando, LA sferza de' scrittori antichi et moderni [1550], a cura di P. Procaccioli, Roma, Vignola, 1995)
lunedì 14 novembre 2011
Tra gli scaffali di notte...
Che cosa fa una ragazzina tanto fuori moda da leggere Antonia Byatt e Chaucer e ascoltare Puccini? Che cosa fa una ragazzina talmente faccia smorta da lavorare in biblioteca? Fa una delle cose più seducenti che si possano trovare in rete!
lunedì 12 settembre 2011
Vado a Mantova e torno
Poche ore a Mantova, al Festivaletteratura, non bastano certo né per godersi una delle più belle città rinascimentali, né tantomeno per assaporare il turbinio di stimoli e occasioni offerti da un meraviglioso scenario culturale. Giusto l’occasione per avere la sensazione di una vivacissima comunità di persone con la voglia di leggere e scoprire.
A causa di una decisamente frettolosa preparazione, sono riuscito ad assistere a solo due eventi, non eccezionali, a mio giudizio: le presentazioni di Geraldine Brooks e Luigi Zoja.
Geraldine Brooks (http://www.geraldinebrooks.com/), australiana, già giornalista, è ora autrice di romanzi storici, o diciamo a sfondo storico, tra i quali Annus mirabilis, dedicato alla scelta della comunità inglese di Eyam, colpita dalla peste nel 1666, di auto-segregarsi per evitare la diffusine del contagio, un testo in cui la peste è metafora della lotta contro il male; L’idealista (Pulitzer 2006) – recuperando la strategia del romanzo dedicato a sviluppare un personaggio minore di una celebre opera (qualcosa presente nella letteratura occidentale fin dai tempi del Telemaco di Ulisse, e poi degenerato nella cosiddetta Fan fiction) – è dedicato alla figura del padre-assente di Piccole donne, dietro cui si cela Amos Bronson Alcott, padre dell’autrice del celebre polpettone defluito nella biblioteca di qualsiasi ragazzino con sorella maggiore nonché celebre educatore, abolizionista, animalista; I custodi del libro, dedicato all’Haggadah di Sarajevo, uno dei libri più preziosi al mondo, palinsesto di storie e tragedie e culture, e agli uomini che – nella Spagna al ricerca del sangue limpio come durante la Shoah o nell’ultima tragedia bosniaca – hanno rischiato la vita per salvarlo; e l’ultimo L’isola dei due mondi, dedicato a Caleb Cheeshahteaumauk, amerindo nativo di Martha’s Vineyard (Massachussets), primo nativo americano a laurearsi ad Harvard, in uno stupefacente 1665, ben prima che Sequoyah, un Cherokee, nel 1721 inventasse un alfabeto per il suo popolo, unico caso attestato al mondo di creazione autonoma di un codice scritto. Il prossimo “drammone storico” annunciato – per quanto si senta una vaga puzza di piaggeria nei confronti del pubblico – è un romanzo sui Gonzaga.
![]() |
| Una pagina dell'Haggadah di Sarajevo |
Luigi Zoja, invece, è un analista junghiano che ha presentato l’ultimo libro, Paranoia. La follia che fa la storia; alcuni anni fa avevo letto un bellissima miscellanea, Paranoia e politica, per la Bollati Boringhieri, in un viaggio tra ossessioni del complotto, paranoia dell’antisemitismo, 1984 di Orwell, e processi politici e tema del capro espiatorio di René Girard. Debbo dire che sono stato un po’ deluso dalla presentazione; il libro – a una veloce scorsa – sembra interessante, ma Zoja ha deciso di impostare il suo intervento su due grandi medaglioni, vagamente aneddotici, di Hitler e Stalin, con l’esito di una personalizzazione molto forte e di una quasi totale assenza di problematizzazione dell’approdo al potere dei “due massimi paranoici della storia” a dieci anni di distanza.
In realtà, debbo dire, le due cose che mi sono piaciute di più, erano gratuite, e semivuote.
Quaderni di scuola. Centocinquant’anni di storia italiana letta attraverso i componimenti degli scolari: al liceo-ginnasio Virgilio, in un’aula ricostruita, con vecchi banchi, e vecchie cartine alle pareti, e per ogni banco un tablet con la possibilità di leggere centinaia e centinaia di “temi” elementari digitalizzati, e ripartiti in categorie: costume, famiglia, lavoro, nazione, religione, immaginario. Una meraviglia. La possibilità di attraversare la nostra storia e la nostra società seguendo il modificarsi delle grafie, della lingua, e della retorica scolastica. E penso che non dimenticherò mai l’anziana, ma proprio anziana, signora che, seduta di fronte a me, ha ascoltato pazientemente le istruzioni della giovanissima volontaria sull’uso delle diavolerie moderne, e subito, con uno stupendo sorriso, si è immersa nei ricordi e nel passato.
Il secondo, Biblioteca di fantascienza, ai vecchi bagni pubblici, è la biblioteca alessandrina della fantascienza, con libri fatti affluire da tutta Italia, e ripartiti per categorie, Apocalisse, Ucronia, Viaggi nel tempo, Guerra, Religione, Alieni, Orrori dello spazio e della terra, Sociologia, Saghe cosmiche, Scienza e tecnologia, Esplorazioni. E tutto in un ambiente come se fosse un’antica astronave alla deriva. Ed è stato struggente trovare, in una vecchia ormai scollata Urania, una prima edizione de I guardiani del tempo di Poul Anderson, il mio autore più amato, il canto della malinconia sul tempo che scompare, su mondi apparsi alla luce e poi annichiliti nel nulla, sulla solitudine di chi viaggia tra volti destinati a scomparire senza che più nessuno ne abbia ricordo. E chi si è dovuta sorbire quel bambino invasato ed eccitato, gli perdonerà i suoi venti minuti di allucinata felicità.
martedì 23 agosto 2011
Ma che ti pigli un'euritmia!
Tra i vecchi libri di mio nonno, geniaccio strampalato, affascinante e inconcludente, uno dei libri più curiosi è la Chimica in versi di Alberto Cavaliere, chimico per costrizione, scrittore per fuga, che compose un interessantissimo canzoniere, bipartito, come tutti i canzonieri della letteratura italiana che si rispettino, tra chimica organica e inorganica, con la sua brava struttura macrotestuale, e ogni testo dedicato a un particolare elemento della chimica. E tutto sempre con una strana mescolanza di tecnicismo chimico e linguaggio poetico; ad esempio, per i radicali acidi – anidridi, abbiamo una singolare struttura su quattro terzine variamente rimate:
Se alla formula d’un acido
noi togliamo l’ossidrile,
resta un gruppo che si chiama
radical acido o acile:
noi togliamo l’ossidrile,
resta un gruppo che si chiama
radical acido o acile:
s’ha dal formico, ad esempio,
il formile H. CO -.
I suddetti aggruppamenti
non son liberi, però.
il formile H. CO -.
I suddetti aggruppamenti
non son liberi, però.
Anche in chimica organica esiste
l’anidride, che allor si sviluppa,
se un acil con un altro s’aggruppa
saturandosi a mezzo d’un O.
Le anidridi son semplici o miste;
è l’acetica un liquido ingrato,
d’un odor che fa perdere il fiato:
quest’orrenda novella vi do.
l’anidride, che allor si sviluppa,
se un acil con un altro s’aggruppa
saturandosi a mezzo d’un O.
Le anidridi son semplici o miste;
è l’acetica un liquido ingrato,
d’un odor che fa perdere il fiato:
quest’orrenda novella vi do.
Non male, tutto ma proprio tutto sommato, e poi, insomma, se l’Algarotti ha scritto il Newtonianismo per le dame, Cavaliere potrà pure scrivere la “Chimica per studenti di liceo classico”.
Peggio è quando – in questo popolo di santi, navigatori e soprattutto poeti che non leggono poesia – un tecnico decide di fare il poeta, il poeta lirico, perché è d’animo sensibile, e la poesia lo chiama. C’è una bellissima poesia di Gozzano, non tra le più famose, Il commesso farmacista. Il farmacista a sera si chiude nel suo studio per ricordare la fidanzata – una modista che nell’aprile morì di mal sottile, e ora riposa nel cimitero pendulo fra i paschi – dedicandole versi che Gozzano (che quanto a stronzo, era proprio stronzo) definisce nefandità da melodramma, con il peggio dei cascami letterari: Il cor... l’amor... l’ardor... la fera vista / il vel... il ciel... l’augel... la sorte infida.
Versi davvero orrendi e ripugnanti, ma che il farmacista - per pudore, dignità e come ultimo tributo all’amata – si rifiuta di leggere al grande poeta: Mi pare che soltanto al cimitero, / protetti dalle risa e dallo scherno /i versi del mio povero quaderno / mi parlino di lei, del suo mistero. E Gozzano, malato di tisi e tabe letteraria, riconosce che è lì la vera poesia, non in quella sua e degli altri poeti, saputi all’arte come cortigiane, artefatti a atteggiati.
Io invece non sono un crepuscolare. E quindi mi incazzo più facilmente. Specie se i suoi versi uno li appende in strada.
Vicino a casa mia c’è un gioielliere, che ad ogni estate, in occasione delle lunghe ferie estive che può concedersi un gioielliere, tappezza le vetrine di poster di località esotiche e, in formato gigante, di un lenzuolo con il testo di una sua poesia. Potrete apprezzare meglio il testo cliccando sull’immagine.
E in fondo viene anche da fare almeno un’osservazione. Chi può leggere questa “poesia” è chi passa davanti alla vetrina. Cioè chi non è in vacanza. Chi pensa che magari le vacanze che lui non fa, a quel gioielliere le ha pagate in parte anche lui. E amerebbe quantomeno non sentirsi vagamente canzonato; o, almeno, se proprio non si può evitare, che ciò avvenisse con dei versi decenti che rispettino un minimo di prosodia.
sabato 18 giugno 2011
Violenza e abuso di droghe in epoca gallo-romana
In assenza della sezione "Oggi nemmeno io ho gran voglia di lavorare", pubblico su "Divagazioni" un articolo demenziale.
giovedì 16 giugno 2011
e sì dissi sì voglio Sì
Il 16 giugno è il compleanno della mia biblioteca. Come un accorto potrebbe maliziosamente supporre, è il medesimo del Bloomsday, il giorno in cui si svolge, nel 1904, per l'intera giornata, l'Ulysses di James Joyce. L'anniversario dei miei libri non è scelto a mezz'aria tra il cult e lo snob. Neppure fissato proditoriamente come una specie di catarsi libresca in omaggio malcelato a uno dei più celebri libri del Novecento, secolo nel quale la maggior parte della mia biblioteca si è formata. L'indicazione del 16 giugno potrebbe essere una scelta casuale per poter cominciare in qualche maniera un libro sui miei libri. Con una giustificazione, più allusa che reale. Il giorno genetliaco potrebbe anche essere riferito realmente all'Ulysses joyciano per una irruzione erratica della mente, assunto come casuale simbolo, rappresentando un'odissea il periplo di una biblioteca. Viaggio tra i libri affidati a me dalla sorte per un certo numero di anni e da me custodito, per il tot di tempo concessomi. E perciò, in questo lasso d'esistenza mia, col diritto assoluto di parlarne. (G. Marcenaro, Libri. Storie di passioni, manie e infamie).
Oggi è il Bloomsday, festeggiato in tutto il mondo. Il più importante, ovviamente, a Dublino; fulcro di un fittissimo programma, è una passeggiata, di cui mostro sotto il percorso, a ricollegare le tappe del romanzo.
La prima parte dell'Ulysses, come noto, è stata stesa a Trieste. Una breve passeggiata, allora, si può fare accanto a Joyce, varcando il Canal Grande.
Oggi è il Bloomsday, festeggiato in tutto il mondo. Il più importante, ovviamente, a Dublino; fulcro di un fittissimo programma, è una passeggiata, di cui mostro sotto il percorso, a ricollegare le tappe del romanzo.
La prima parte dell'Ulysses, come noto, è stata stesa a Trieste. Una breve passeggiata, allora, si può fare accanto a Joyce, varcando il Canal Grande.
martedì 31 maggio 2011
Campioni del mondo!
Oggi un post sulle tre cose più amate dagli italiani: calcio, politica e soprattutto letteratura. Una Divagazioni che più divagazione non si può; un post che non si capisce nulla, ma sa benissimo quello che vuole dire.
In un blog ancorato a Repubblica.it trovo un articolo la cui conclusione recita:
Appena cinque anni prima della bonaria satira di Erasmo [l'Elogio della follia], nel 1506, Shakespeare aveva scritto in Re Lear che “folle è chi si fida della docilità del lupo, della salute di un cavallo, dell’amore di un ragazzo, del giuramento di una puttana” – e anche in quest’ultimo riferimento tutto torna e insieme tutto si perde nel’attualità del tramonto berlusconiano.
Anche al di là di quel bonario attribuito all'Elogio della follia che mi fa un po' rabbrividire, sarebbe buona norma, quando si è in procinto di collocare Shakespeare quel secoletto prima di quel che fu e piazzarlo prima di Erasmo da Rotterdam, non eccedere con le citazioni colte.
Anche perché è folle fidarsi della saldezza della memoria poetica. Anche se quella stessa memoria invece ti fa ricordare magari che, proprio nel Re Lear, Shakespeare dice: Nor tripped neither, you base football player.
Football player? Wow, è la prima attestazione della parola football nella storia! E proprio nella letteratura, e nell'opera di uno dei più grandi geni della letteratura. E allora, è giusto mostrare la foto della più grande squadra di calcio della storia, quella mitica formazione che seppe sconvolgere il mondo ai mondiali del 1974.
Nulla sarà più come prima.
In un blog ancorato a Repubblica.it trovo un articolo la cui conclusione recita:
Appena cinque anni prima della bonaria satira di Erasmo [l'Elogio della follia], nel 1506, Shakespeare aveva scritto in Re Lear che “folle è chi si fida della docilità del lupo, della salute di un cavallo, dell’amore di un ragazzo, del giuramento di una puttana” – e anche in quest’ultimo riferimento tutto torna e insieme tutto si perde nel’attualità del tramonto berlusconiano.
Anche al di là di quel bonario attribuito all'Elogio della follia che mi fa un po' rabbrividire, sarebbe buona norma, quando si è in procinto di collocare Shakespeare quel secoletto prima di quel che fu e piazzarlo prima di Erasmo da Rotterdam, non eccedere con le citazioni colte.
Anche perché è folle fidarsi della saldezza della memoria poetica. Anche se quella stessa memoria invece ti fa ricordare magari che, proprio nel Re Lear, Shakespeare dice: Nor tripped neither, you base football player.
Football player? Wow, è la prima attestazione della parola football nella storia! E proprio nella letteratura, e nell'opera di uno dei più grandi geni della letteratura. E allora, è giusto mostrare la foto della più grande squadra di calcio della storia, quella mitica formazione che seppe sconvolgere il mondo ai mondiali del 1974.
Gli arancioni.
Nulla sarà più come prima.
lunedì 30 maggio 2011
L'albo a cui tendevi la pargoletta mano
Ho già avuto l’occasione in un altro post di accennare alla complessità di richiami che, a mettersi in caccia, riserbano gli albi di Asterix. Da bambino, nel divertentissimo Asterix e Cleopatra, ero rimasto decisamente insoddisfatto da una vignetta: l’architetto egiziano Numerobis, disperando di poter adempiere a un incarico affidatogli dalla bizzosa Cleopatra, giunge al villaggio degli irriducibili galli per invocare l’aiuto del vecchio amico Panoramix. Qui, sotto una coltre di neve, avviene l’incontro; il minuscolo Numerobis saluta l’allampanato druido con una frase un po’ strana: “Io sono felicissimo di rivederti, alfine”.
Frase grammaticalmente corretta, per l’amor di dio, ma un po’ strana, come se fosse pronunciata da uno straniero, con ottima conoscenza della grammatica, ma non proprio al corrente dell’uso. E straniero, l’architetto egiziano lo è davvero, e così si poteva spiegare l’anomalia. Mi restava però un qualche senso di irrisolto, accentuato ancor di più dalla battuta del gallo: “È un alessandrino”. Da Alessandria d’Egitto l’architetto viene davvero, e quindi, di nuovo, tutto si spiegava. Però anche in questa seconda frase c’era qualcosa di strano, di poco pertinente alla situazione; poteva sì servire a spiegare la strana lingua e foggia del visitatore; ma allora perché non dire semplicemente “È un egiziano”?; e non sarebbe stata comunque una spiegazione un po’ strana, quasi persino maleducata, dato che non ricambiava saluto e felicitazioni del vecchio amico?; e se questi fosse giunto da Pisaurum, avrebbe detto “È un gallo senone”?
Frase grammaticalmente corretta, per l’amor di dio, ma un po’ strana, come se fosse pronunciata da uno straniero, con ottima conoscenza della grammatica, ma non proprio al corrente dell’uso. E straniero, l’architetto egiziano lo è davvero, e così si poteva spiegare l’anomalia. Mi restava però un qualche senso di irrisolto, accentuato ancor di più dalla battuta del gallo: “È un alessandrino”. Da Alessandria d’Egitto l’architetto viene davvero, e quindi, di nuovo, tutto si spiegava. Però anche in questa seconda frase c’era qualcosa di strano, di poco pertinente alla situazione; poteva sì servire a spiegare la strana lingua e foggia del visitatore; ma allora perché non dire semplicemente “È un egiziano”?; e non sarebbe stata comunque una spiegazione un po’ strana, quasi persino maleducata, dato che non ricambiava saluto e felicitazioni del vecchio amico?; e se questi fosse giunto da Pisaurum, avrebbe detto “È un gallo senone”?
Insomma, non mi convinceva. Molti anni dopo, l’illuminazione. Alessandrino! Un bel doppio senso letterario, perché Panoramix non sta dicendo solo che l’amico viene da Alessandria d’Egitto, ma anche e soprattutto che la frase pronunciata da questi è un “verso alessandrino”, ossia il doppio hexasyllabe, il doppio settenario, verso classico della poesia d’Oltralpe, tanto da essere al centro di polemiche iconoclaste nell’Ottocento (e quindi immediatamente riconoscibile da qualunque lettore francofono di buona formazione scolastica). Il nome deriva dal Roman d’Alexandre del XII secolo, ispirato alle gesta di Alessandro Magno, fondatore, per l’appunto di Alessandria d’Egitto. E allora come può esprimersi un alessandrino, se non in alessandrini? Se andiamo a vedere l’originale francese troviamo la conferma della natura versale della battuta.
In questo caso Numerobis osserva: “Je suis mon cher ami, très heureux de te voir”. Qui la natura di verso doppio della frase è resa ancora più evidente dalla presenza della virgola, e i due elementi della frase sono appunto degli hexasyllabe (corrispondenti al settenario per l’alta densità di tronche del francese). Nella traduzione italiana il gioco letterario è molto meno riconoscibile, perché da noi l’alessandrino è rimasto un verso minoritario, quasi da cultori, confinato per lo più alle Origini. E anche il nome, più di tanto, da noi non è attecchito: anzi, spesso si usa il termine “martelliano”, da Pier Iacopo Martello (1665-1727) che lo introdusse nel teatro italiano. E piccola curiosità: il primo settenario è sdrucciolo (“felicìssimo”), il che riallaccia il nostro traduttore non tanto al martelliano moderno, quanto alla prassi diffusa proprio nella lingua delle origini, poi ripresa, per gusto antiquario, da Carducci.
venerdì 13 maggio 2011
Dalle Marche a Pittsburgh a Garland, coi pennelli in tasca
A Garland, Utah, vivono 1943 anime. Nella contea di cui fa parte, ai confini con l'Idaho, la densità è di 3 persone a km2.
Non so bene che cosa si faccia a Garland la sera, ma in Songs for Drella, il bio-concept album dedicato a Andy Warhol, Lou Reed ricordava l'infanzia dell'artista a Pittsburgh: "There is only one good use for a small town / you hate it and you'll know you have to leave".
A Garland vive Alonzo Rhodes, 17 anni, della Bear River High School. Non so se odii la sua città, ma gli auguro di no. Non so se voglia andarsene, e non è mio diritto saperlo. A suo modo credo però che se ne vada ogni sera.
Alonzo è tra i finalisti di "Doodle for Google", il concorso per la grafica del motore di ricerca, rivolto a bambini e ragazzi dalle elementari all'High School.
Quello di Alonzo forse non era il disegno migliore della sua classe, ma ha avuto il mio voto. Riporto qui l'immagine, e il suo testo di presentazione. E credo che non occorra spiegare perché.
Reading: Share the Adventure:
Books are a gateway to the imagination. You can go anywhere when you read a book, as far as your mind will let you go, from the depths of the sea to parallel universes. Someday, I want to see reading touch every corner of the globe, be available to everyone.
martedì 10 maggio 2011
L’orrore delle biblioteche
Mike Thaler e Jared Lee, sono autori (rispettivamente come autore e illustratore) di una fortunatissima serie di libretti, la Black Lagoon, ambientati nell’orroroso mondo di Hubie, un povero bimbo in balia di un mondo spaventoso fatto di palestre con maestri di ginnastica cavernicoli, presidi mutanti, segretarie deformi, maestre stregonesche. E sadiche e orchesche bibliotecarie. Qui, la bellissima animazione, diretta da Galen Fott, proprio di The Librarian from the Black Lagoon. Vietato parlare oltre questo punto. Vietato sussurrare oltre questo punto. Vietato respirare oltre questo punto.
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