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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.
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sabato 24 dicembre 2011

Ché troppo stanco sono e troppo stanca sei

Jon Fosse, Insonni [2007], Roma, Fandango, 2011

- Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
- Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...

                                               Il campanile scocca
                                               lentamente le dieci.

Quando da ragazzino scoprii che quell’odiata filastrocca delle elementari era dell’amatissimo Gozzano, ebbi una mezza sincope. Anche se, in effetti, ero ormai in grado di comprendere quanto quella sensazione di facilità, di leggerezza, di “melologo popolare” fosse il risultato di una impressionante perizia metrico-prosodica.


E quella poesia mi è tornata in mente inesorabile già solo a vedere la copertina di questo libricino. Che mentre parla di cose tragiche, con il tipico accumulo di sfighe delle fiabe, delle fiabe conserva anche la leggerezza. Asle e Alida, diciassette anni entrambi, il babbo di uno morto in mare, il babbo dell’altra scappato lontano, la mamma di uno morta di dolore, la mamma dell’altra con i tutti i tratti della matrigna cattiva che privilegia l’altra sorella, quella bionda e bella, rispetto a lei, che è nera e brutta come suo padre. Asle e Alida, diciassette anni entrambi, che scappano di casa, e vagano per la notte per le strade di Bergen, un violino sulle spalle, poche cose da salvare. Asle e Aida, diciassette anni entrambi, che cercano un riparo, mentre piove e tira vento e l’inverno si fa rigido, da tutti rifiutati. Aida che presto, molto presto, partorirà, e porta in giro il segno dello scandalo per quelle strade fredde e umide. Quel figlio concepito il giorno che Asle si era svegliato orfano, e aveva solo Alida, e Alida aveva solo Asle.

Tutto il racconto, un racconto lungo (che solo i caratteri di grande dimensione riescono a portare alle 70 pagine necessarie per farne un volumetto autonomo), si svolge nell’arco di poche ore. Poche ore che si dilatano fino all’infanzia ormai lontana attraverso l’analessi del sogno e del ricordo. Una prosa continua e ininterrotta, senza punti per pagine, riproduce il trascorrere dei pensieri, incorporando dialoghi e impressioni, in un linguaggio di un narratore esterno basso che riproduce il linguaggio semplice di due ragazzini incerti di speranze e di paure (... poi Asle scioglie gli ormeggi e rema un pezzo e dice che il tempo è buono, la luna brilla, le stelle luccicano chiare, è una notte fredda e nitida, e c’è il vento propizio per navigare verso sud, dice lui, quindi adesso possono dirigersi verso Bjørgvin e va bene così, duce lui, e Alida non vuole domandargli se sa dove dirigere la rotta ...); poi, improvvisamente, una serie di a capo irrazionali, come fossero versi e emistichi.

Ma tu hai me, gli dice Alida
         E tu hai me, le dice Asle
        e allora Asle si mette a sventolare la mano avanti e indietro come in un cenno di saluti
        Saluti i tuoi genitori, chiede Alida
        Sì, la loro presenza qui, fa lui
        e Asle abbassa la mano e la appoggia su Alida per accarezzarle la guancia poi mette la mano nella sua e restano così
        T’immagini, dice Alida
        e si appoggia l’altra mano sulla pancia
        Già, pensa, dice Asle
       e allora si sorridono e s’incamminano, mano nella mano, giù lungo il Pendio e poi Alida vede che Asle è davanti a lei in solaio e ha i capelli bagnati e c’è come del dolore sul suo volto e ha un’aria stanca e smarrita
       Dove sei stato, chiede Alida
       No, niente, dice Asle
       Ma sei così bagnato e infreddolito, fa lei
       e gli dice di venire a sdraiarsi ora ma lui resta lì dov’è

Una scelta grafica e mimetica che è forma dell’emozione e dei ricordi e dei presentimenti che si infiltrano negli attimi. In cui un ricordo si insinua nel sogno. Come il bellissimo addio monti.

... e la barca comincia a scivolare via da Dylgija e Alida si volta a guardare, tanto è luminosa quella notte di tardo autunno, la casa là sul Pendio, e la casa ha un’aria così sinistra, e vede la Cima dove lei e Asle avevano preso l’abitudine di trovarsi e dove è rimasta incinta, dove ha cominciato a esistere il bimbo che presto partorirà, è il suo posto quello, è casa sua e Alida guarda la Capanna dove lei e Asle hanno vissuto per qualche mese e poi la barca oltrepassa quella striscia di terra e lei vede montagne, isole e isolotti mentre la barca veleggia piano sul mare. ... così resta sdraiata ad ascoltare il mare sbattere contro la barca e sprofonda in quel dondolio leggero e si sente bene lì accoccolata al tepore, in quella sera fredda, e guarda su le stelle limpide e la luna che illumina tutt’intorno.
Adesso comincia la vita, dice
Adesso veleggeremo dentro la nostra vita



E la vita verso cui veleggiano è una vita di adulti anonimi, l’uomo con la barba, la levatrice, la madrina. E che vadano a cercare una stanza in affitto nel paese da dove vengono, non qui a Bjørgvin, qui non c’è nessun bisogno di gente in più. Asle a Alida attraversano tutto questo sognando, sogno dopo sogno ricostruendo la propria vita, il proprio dolore e la propria speranza, sogno che cede a sogno, e a volte – nelle forme narrative di questa novella, dove tutto ha la malinconia delle nebbie dei fiordi norvegesi – non si capisce che cosa sia sogno e cosa realtà. Questa favola dolorosamente lieve, favola di amore e speranza, si chiude nella gioia.

Il campanile scocca / La Mezzanotte Santa.

Eppure anche in questa fiaba c’è ombra; l’ombra di un’immagine che Alida vede per l’ultima volta attraverso una porta. E di cui non osa più parlare.


Domanda per il traduttore e, ancor più, l’editor: perché cavolo avete scelto di mantenere la forma Bjørgvin anziché adottare la forma invalsa Bergen? Per coerenza, quindi, i vostri romanzi si svolgono a London, Paris, Athína, Beijīng, al-Qāhira?

martedì 29 novembre 2011

Autoscatti esotici dalla villeggiatura piccolo-borghese

Arno Schmidt, Paesaggio lacustre con Pocahontas [1959], Rovereto, Zandonai, 2011


Due amici, ex reduci, – nella Germania adenaueriana della ricostruzione industrial-cristiana – passano qualche giorno sul lago Dümmer. Qui si spupazzano due giovani dattilografe. Non che ci fosse altro da pretendere. Quella dell’io narrante, romanziere e intellettuale, viene ribattezzata Pocahontas dall’amante.  E l’aura di Pocahontas, per quanto ancora sconosciuta in Europa prima che Disney ne facesse un pupazzetto, esercitava il fascino di una fugace e intensa libertà, un sogno perduto e vissuto per essere rimpianto. E basta ripensare a certe immagini di The New World di Terrence Malick per capire cosa volessero essere quei giorni. E, naturalmente, questo libro finì sotto processo per blasfemia e pornografia. Il che fa supporre che i censori dell’epoca dovessero essere dotati di strumenti ermeneutici di primissimo livello perché la Pocahontas è un testo di tale complessità e rivoluzionario sperimentalismo per struttura, linguaggio, punteggiatura, strumenti narrativi, da rasentare in taluni casi una fertile oscurità.

Nei Calcoli che accompagnano la Pocahontas Arno Schmidt riconosce che, se ogni argomento ha un genere privilegiato, per il diario di viaggio quel genere dovrebbe essere l’album di foto. La Pocahontas, per Schmidt, è proprio un album di foto; di più, l’esemplificazione di come debba essere un “album di foto” per esperienze “con personaggi a curva di movimento ipocicloide e velocità lenta” in piccoli mondi (paradisi o inferni in sé conchiusi: soggiorni estivi; infanzie)”.



E se album di foto deve essere,allora la Pocahontas deve riflettere i moti di coscienza che si sviluppano di fronte a un albo di foto: prima le immagini testuali che si presentano, poi i ricordi che ne sorgono. Coerentemente, la forma testuale della Pocahontas non può restare ancorata a un linguaggio classico. I diciotto capitoli sono quindi rigidamente bipartiti. Prima una immagine, atti e scena, un groviglio caotico di sensazioni e impressioni. Il mio capo nel suo grembo (tra l’erba alta delle sue dita) : e aveva chiazze verdi alla coscia, nerazzurre con orlo giallo, tutte per il tirarsi su nella canoa, attorno a parecchie si vedevano perfino archi dentali, e rabbrividii ipocritamente empatico. Nella ragnatela di parole sussurrate, tra brillii d’acqua e di piombo. / Quasi ferma una vela, davanti all’albero la figura in duepezzi traforato, verde come una piscina coperta; alzò alla fronte un binocolo nero, assai distinta, e occhieggiò più volte verso noi : : (dopo però apparì sgualcita come la madre dei Gracchi, occhi pettegoli, e man-worn). Dopo, il ricordo, il racconto, lo sviluppo.



I giorni si snodano in un flusso di coscienza intercalato da squarci, impressioni, interiezioni, sinestesie, retropensieri, sensazioni, accumuli di immagini, oggetti; e tutto con un linguaggio insieme immaginifico e scientifico, di strenua inventività, verbi secchi all’infinito, segni matematici, punteggiatura espressiva e scompositiva, effetti fonici, pastiche letterario-materiale. Ad esempio, questa bellissima alba.
/ (Treno lontano : la sua barra del suono era pazientemente orizzontale; fresò un solco nel nostro dormiveglia; si ritrasse a mo’ di biella). / ((Il gallo gridò in triangoli grandi quanto pescecani sul muro del sonno; più lontani vi stavano appesi spaghi con cipree)). / (((Quando ? Tetti avevano cominciato a bisbigliare grigio pietra ))).

Questo bellissimo romanzo breve, però, va ben oltre lo sperimentalismo. Proprio le sue forme linguistico-narrative portate all’estrema tensione sono la forma di un inno alla vita. Non interpretate : studiate e descrivete. Non futurate : siate. E morite senza ambizioni : siete stati. Al più, pieni di curiosità.


E quando le nebbie si chiuderanno definitivamente su un primissimo mattino lacustre, un’ultima immagine ritornerà agli occhi. (((((((E poi : sarà malinconia)))))))




Alcune chicche interessanti su Satisfiction

lunedì 17 ottobre 2011

Fanno i sepulcri tutt' il loco varo

S. O’Kelly, La tomba del tessitore. Una storia di vecchi, Macerata, Quodlibet, 2011

Talora, di fronte a un libro, dici, Ma tu da dove salti fuori?

Seumas O’Kelly, morto nel 1918 a Dublino mentre difendeva la redazione del suo giornale dall’assalto delle truppe britanniche ubriache, è stato contemporaneo, e protagonista titubante, del revival celtico di William Butler Yeats.

La maggior parte delle novelle di Celtic Twilight, racconta Yeats nel primo dei racconti della sua antologia, è dovuta al vecchio Paddy Flynn, sordo solitario e visionario, solito a parlare coi vecchi santi gaelici, le fate e le banshee. Il dialogo coi morti, la loro permanenza, gli incerti confini tra i mondi, le tradizioni secolari che risalgono a quando Fionn mac Cumhaill uccise Aillen che assopiva gli uomini col suo canto, tutto ciò è tema tradizionale nella cultura gaelica. Depositari di questo dialogo, sono proprio i vecchi.

Quando Mortimer Hehir muore, è ai vecchi, vecchissimi del paese, che la vedova, la quarta moglie, la ben più giovane quarta moglie si rivolge. Perché Meehaul Lynskey e Cahir Bowes sono coloro che ricordano le ultime tumulazioni a Cloon na Morav, l’antichissimo camposanto in cui nessuno viene seppellito da quarant’anni e più, ormai abbandonato per il più moderno e ordinato cimitero i cui morti non hanno saputo far altro che nascere, e morire. Mortimer Hehir invece è la penultima persona ad avere diritto a essere sepolto tra quelle tombe, specchio di una società arcaica, declinante, pre-industriale, in cui le professioni si tramandavano di padre in figlio, e i morti si depositavano gli uni sugli altri a legare i secoli. Una società estinta, a suo modo aristocratica, fatta da Mortimer il tessitore, Meehaul il chiodaio, Cahir lo spaccapietre. Quando sarà morto l’ancor più vecchio Malachi Roohan, il bottaio, Cloon na Morav sarà chiuso per sempre, e si chiuderà una storia di secoli, dei cui segreti Mortimer era stato l’ultimo vero depositario, il tutore geloso.

E allora Meehaul Lynskey e Cahir Bowes, seguiti dalla vedova e dai due scavafosse, avanzano come cartografi in quella città dei morti, quella terra di mezzo fatta di licheni sui muri, terreno sconnesso, smottamenti, tombe inghiottite, pietre inclinate, lapidi crepate, lastre sbriciolate, venti che cantano scendendo dai colli. Come vecchi psicopompi saranno loro a riconoscere dove dovrà essere sepolto Mortimer, il penultimo degli antichi.

Foto di J.C. Ryan (www.johncarltonryan.com/)
Ma che cos’è un cimitero se non un mondo che si perde e svanisce, e che cos’è la memoria di un vecchio se non un cimitero i cui confini si fanno sempre più sfocati, in cui è impossibile ormai ritrovare la collocazione di quella che dovrà essere la tomba del tessitore. Perché Mortimer Hehir l’unica cosa che ha mai intessuto sul suo telaio, è stata un sogno. Siamo sogno, e non ci sveglieremo, perché quando ce ne andiamo, il sogno se ne va con noi. Questo dice il vecchissimo Malachi, l’ultima parca a parlare. E sogno le donne ormai morte che fecero bollire il sangue di Mortimer Hehir, che lo resero pazzo furioso d’amore, morte soffocate per un osso in gola davanti a lui, quelle donne che gli avevano dato alla testa come un liquore.

Ho udito i vecchi, molto vecchi, dire:
“Tutto muta,
e a uno a uno ce ne andiamo via”.
Avevano mani come artigli, e le ginocchia
erano contorte come i vecchi pruni
sulla riva.
Ho udito i vecchi, molto vecchi, dire:
“Tutto ciò ch’è bello scorre via
come l’acqua”.
(W.B. Yeats, I vecchi che si ammirano nell’acqua)

In quel modo che muore, scomposto, si riallaccia il ciclo della vita. In quel cimitero, in cui ognuno è la famiglia a cui è appartenuto, la professione che è stato, quando quel tempo si è estinto, quella mitologia avvizzita, una donna riconosce un uomo che emerge dall’indistinto, si strappa a quella pietrificata aristocrazia, e pensa che il mondo era strano, il cielo straordinario, la testa dell’uomo contro il cielo rosso una meraviglia. E quando darà il suo assenso alla posizione della tomba del marito, parlerà con la voce fresca come quella di una giovincella.

Volevo, il lucignolo e l’olio consunti
e gelati i canali del sangue,
l’inappagato mio cuore appagare
con la bellezza che vien tratta dallo stampo
in bronzo, ma quando ce ne andiamo si dilegua
più indifferente alla nostra solitudine
che fosse un fantasma. O cuore, siamo vecchi;
la bellezza vivente è per i giovani:
noi non possiamo darle il tributo di lacrime selvagge.
(W.B. Yeats, La bellezza vivente)



NB: Questa traduzione è patrocinata dall’Ireland Literature Exchange / Idirmhalartán Litríocht Éireann (www.irelandliterature.com), un programma di promozione della diffusione della letteratura irlandese nel mondo, con sovvenzioni destinate a case editrici di nazioni estere. Dubito che esista una cosa simile per l’Italia, ma cercherò informazioni al riguardo.

venerdì 21 gennaio 2011

Fino a quando non farà più freddo

Georges Simenon, La neve era sporca [1948], Milano, Adelphi, 2009

“Per strade e per piazze / devo cercare il mio amore. / L’ho cercato, / ma non l’ho trovato. / Ho incontrato le guardie / che facevano la ronda in città. / Ho chiesto loro: «Avete visto il mio amore?»”. 


Alcuni romanzi suscitano un senso di freddo che non va via. Come in questo bellissimo romanzo di Simenon. E non è solo la neve di quell’inverno gelido di una qualche città europea dai nomi tedeschi soggetta a una lunga occupazione straniera, silenziosa e oppressiva. Né è solo quella neve del vicolo in cui una notte Frank Friedmaier si accuccia per accoltellare un sottufficiale degli occupanti. 


Frank non è un esaltato, né un agitatore, né un patriota. Frank, diciotto anni, vuole essere uomo. Non per entrare nella malavita: ciò che cerca è il suo destino, per braccarlo, inseguirlo, sfidarlo, qualcosa di sconosciuto, qualcosa di assente, troppo al di là di una madre tenutaria di bordello, troppo al di là di quelle ragazze della madre con cui a volte va a letto, si innamorano di lui e per cui prova solo indifferente fastidio, o anche degli avventori avventurieri del bar Timo, soldi facili, affari sporchi, collaborazionismo spicciolo. Doppiare il promontorio, affacciarsi dall’altra parte. 


Eppure, mentre è acquattato col coltello in mano, la sua vita si incrocia con quella del vicino di casa, Gerhardt Holst, uno di quegli uomini che si vergognano di non sentirsi come gli altri e prendono quell’aria umile, silenzioso, che non guarda nessuno, tutto concentrato nel barattolo di alluminio del pranzo, quell’oggetto banale che lo lega al quotidiano, a Sissy, figlia adolescente, quanto resta forse di un passato benestante. Eppure tra i due uomini corre un legame, che Frank percepisce, e cerca, senza spiegarselo. Ci sono Holst e lui


Frank percorre la strada che lo porti alla ferocia e alla freddezza, al distacco, al rifiuto, senza rabbia, senza pietà né per sé né per gli altri, solo indifferente determinazione. Ma tutto il gelido cammino di Frank costeggia Sissy – quella ragazzina invaghita di lui, che arriva per fare l’amore come un topolino, che è risorgiva di sensi di colpa, di opaco dolore per un tradimento – e lo stesso Holst, che, senza che ne comprenda la ragione, non lo ha tradito. Figure ossessive di un mondo diverso da quello per cui Frank prova solo ripugnanza. 


E quel destino cercato nel sangue e nel gelo arriva improvviso una mattina, per l’ultima cosa a cui avrebbe pensato. Rinchiuso in una prigione. Nella solitudine totale. Interrogatori imprevedibili, misteriosi, la cui trama Frank fatica a comprendere. Una sorta di Novella degli scacchi, silenzio, solitudine, un trattamento persino di riguardo, mondo a sé, leggi proprie, che Frank deve inventare, per scoprire qualcosa di sé fino ad allora ignoto, il vero senso delle parole. 


Jaromir Hladík, ne Il miracolo segreto di Borges, nel cortile della caserma della Gestapo in cui sta per essere fucilato, ottiene un anno di immobilità del tempo per finire la sua tragedia:  “Non lavorò per la posterità e neppure per Dio, delle cui preferenze letterarie poco sapeva. Minuzioso, immobile, segreto, ordì nel tempo il suo alto labirinto invisibile”. Solo collocato l’ultimo aggettivo, la goccia sulla gota torna a scorrere, e lo squarcia la quadruplice salva. 


Frank non resiste agli interrogatori per salvarsi; non si costringe a una severa disciplina per uscire dal carcere. Lo fa per conquistare l’odore di terra, di cosa viva, tutto ciò che non ha mai avuto, non pensava di poter avere. Ciò che vede dalla cella, è una finestra lontana. E lì è la vita. Ciò che non ha avuto; che sa ormai che non avrà. In qualche punto della città esiste un uomo che se ne va al mattino con la certezza di ritrovare la sera quella donna, e il bimbo nella sua culla, e il letto coi loro odori. Un uomo per cui la donna prepara ogni giorno un barattolo di alluminio per il pranzo. Quella donna alla finestra, che dà il titolo alla terza e ultima parte del romanzo, così simile e così lontana dall’uomo alla finestra, ultima cosa vista dal procuratore praghese Josef K., è la vita che cercava. 


Questa volta non occorre, come per Jaromir Hladík, un ultimo aggettivo che suggelli la fine di una ricerca; basta un incontro donato da quel destino che si è odiato per tutta la vita. E, giù nel cortile, quando sarà il momento, allora ci si alzerà il bavero, come tutti, per una volta come tutti, e si farà in fretta, per risparmiare, per una volta, il freddo agli altri compagni. 


“Andiamo, amica mia, mia bella, vieni. / È finito l’inverno, / sono terminate le piogge”.

Grazie, gbrlbldssr 

martedì 21 settembre 2010

Coast-to-coast till Death Do us Part

Michael Zadoorian, In viaggio contromano. The Leisure Seeker [2009], Milano, Marcos y Marcos, 2009, euro 16.50


«“Quella sera partimmo John, Dean e io sulla vecchia Pontiac del ’55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson”, e poi lo traduci in italiano e in italiano dici “Quella sera partimmo sulla vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant’Anna Pelago. Non è la stessa cosa, i meccanici fregano con la lingua, non è la stessa cosa, capisci, non è la stessa cosa”». 


Non è la stessa cosa nemmeno quando a percorrere la mitica Route 66 è il camper Leisure Seeker di due catorci come John e Ella, il primo con qualcosa più che un Alzheimer incipiente e la seconda con i tre primi volumi e qualche fascicolo sparso dell’Enciclopedia medica in corpo. Non sono beat, artisti, capelloni, intellettuali: working-class di Madison Heights (MI), gente che paga per trent’anni il mutuo, vite anonime, turisti del kitsch, hot-dog senaposi e drive-in. 


Come diceva un tale che qualcosa di viaggi e autostrade sapeva e ricordava (Indians scattered on dawn’s highway bleeding to death), gli adolescenti sono meravigliosi perché quello che fanno lo fanno per la prima volta. Ma anche i vecchi che fanno qualcosa per l’ultima volta, sapendo che lo sarà, hanno il loro fascino: Ella e John partono per il loro ultimo viaggio, per tornare a Disneyland dove erano stati decenni prima coi figli, per rivivere tutto quel che è rimasto. Per rifiutarsi al chirurgo e alla paura, per rivendicare quel posto nel mondo che è stato loro assegnato, senza nessuno scopo particolare, senza nulla di grande, ma solo con la faticosa felicità di uomini normali. 


Tra On the road e Una botta di vita, il viaggio si snoda in dieci capitoli intitolati ai vari stati americani attraversati lungo la Route 66. Una strada consumata dal tempo e dall’abbandono, un’America che sta sparendo, un amore che si aggrappa a quel poco di futuro che resta, ma anche a quel poco di passato non ancora eroso dalla malattia di John. 


In una girandola di incontri, malesseri, incidenti, la voce di Ella, autoironica e drammaticamente scherzosa, cerca di riannodare, in un continuo dialogo col lettore, malinconico eppure divertentissimo, i giorni di una vita e quei ricordi che scompaiono progressivamente nella mente dell’uomo con cui ha condiviso una vita troppo breve. Ma una vita che è stata amata, goduta in quel poco che è concesso, e a cui Ella e John continuano a sorridere, volendosi bene oltre la demenza e corpi sfatti da grasso, cicatrici e titanio. Fino all’oceano, fino al tramonto, fino all’adempimento di una lontana promessa d’amore. Al termine del viaggio, nessuno può giudicare che cosa sia stato amore. And they lived happily ever after.


Che dio salvi questo libro dalla trasposizione filmica.

venerdì 3 settembre 2010

A tribordo dell’amore

José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta [1997], Torino, Einaudi, 2003, (L’Arcipelago 39), euro 9.


In certi racconti quando un supplicante si reca al palazzo del potere, ci sono molti portoni. E ogni portone ha il suo guardiano. E davanti al portone il supplicante attende e attende e attende per essere ascoltato. In certi racconti, solo alla sua morte il supplicante scopre che quella porta era solo per lui e ora il guardiano la chiuderà per sempre. In questo piccolissimo gioiello di Saramago, invece, c’è una donna delle pulizie a guardia del portone. E quando un buffo re, tra l’antico racconto orientale e la favola per bambini, cede alla stralunata richiesta del supplicante, la donna della pulizia si unirà a quest’ultimo verso l’avventura. Perché ciò che chiede il supplicante è una barca per cercare quell’isola sconosciuta che tutti i cartografi e i marinai del regno negano che esista. Con disincantata logica e incantata ostinazione, l’uomo difende il diritto all’esistenza del non mappato e non mappabile, perché la cartografia del reale è solo cartografia del conosciuto. L’uomo avrà allora la sua caravella per l’isola ferdinandea del sogno. Il più improbabile capitano Nemo che mai abbia attraversato i mari, il più ingenuo Ulisse che abbia varcato mai l’ignoto, dopo la prima grande delusione, a bordo della nave avuta in dono dal re, sogna. E’ troppo breve il racconto, perché qualsiasi accenno non finisca col rovinare il finale; è pura questione di percentuale di parole impiegate. Ma un uomo e una donna navigano ancora su una caravella che è già il suo destino.