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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.
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venerdì 30 settembre 2011

La sottile linea rossa di Arianna

Manuele Fior, Rosso oltremare, Bologna – Milano – Parigi, Coconino Press, 2006, euro 16

Impossibile non essere attratti dalla tavola a piena pagina che apre Rosso oltremare, una barca da pescatore sulla riva, sotto un cielo sconfinato. Tutto è di un biancore abbacinante, il candore avvampante del mare greco, l’arsura purificata del tempo mitico. E tutto il graphic novel è in bicromia: il bianco accecante del sole, il rosso duro e disteso dei corpi e del mare, nei capitoli dedicati al mondo primigenio del mito antico di Dedalo e Icaro; e a questi si aggiunge come colore dominante il nero nei capitoli del mito moderno di Faust.
I sette capitoli del graphic novel si alternano infatti tra l’antico e il moderno, il Mediterraneo primitivo e una città europea scossa dalla pioggia, tutto nel segno del tentativo di superare i limiti dell’umano. Di fronte a Dedalo e Icaro, duro come un monito, come un incubo surrealista, si erge il cubo del labirinto, costruito dal grande architetto e inventore per relegarvi il minotauro, dividendo così l’ordine dal caos, l’uomo dal mostro;
e proprio nell’edificio – solido e pietroso archetipo dell’errare, dello smarrimento dell’uomo in se stesso – saranno rinchiusi Icaro e Dedalo a causa dell’uccisione del Minotauro. Perché il ferino non può essere ucciso senza precipitare in se stessi. Dal labirinto cercheranno la fuga in tavole meravigliose e metafisiche.
Quella stessa fuga, in silenzio tra le stanze vuote di un edificio che non è mai esistito, perso in un labirinto interiore e immateriale, cerca George Fausto, l’architetto alla ricerca della perfezione, della conoscenza, del mistero dello spazio, che tra le linee gracili della geometria intuisce per un breve istante le leggi della natura per poi precipitare in una vertigine prossima alla follia, alla confusione di sé.
L’angoscia e la prometeica bramosia di astrologi e alchimisti, navigatori e scienziati, cercatori di pietre filosofali, poeti e investigatori dell’occulto  è la stessa di Dedalo e Fausto, inquieti e colpevoli. L’arsura della loro ricerca, in fragile equilibrio tra follia e ragione, nel timore del mostro annidato in noi, è il segno che unifica i due mondi e i diversi tempi del racconto, il fulcro di unico universo retto da Minosse-Mefistofele, “colui che cerca il male facendo il bene”. Anche qui, il filo della vita, la traccia che conduce a riemergere dal buio labirinto uterico, è una donna, Silvia, in grado di vivere insieme nel mito e nel reale, di riconoscere quell’unica faccia di chi ha cercato troppo, ritrovandola sul mare assolato della vita.


Su Manuele Fior: Cinquemila chilometri al secondo

domenica 12 giugno 2011

Piove. Sono di nuovo a Cesena.

Manuele Fior, Cinquemila chilometri al secondo, Bologna – Roma – Parigi, Coconino Press, 2010, euro 17

Con questo graphic-novel, vincitore come Miglior Album al festival di Angoulême 2011*, uno dei migliori autori della penultima generazione italiana del fumetto racconta una storia di dispersioni e ritrovamenti lungo vent’anni di vita. 


Di tre vite: Piero, Lucia, Nicola. Tre ragazzini cresciuti in un paesone senza nome che sembra fermo agli anni Cinquanta; chissà, forse proprio quella Cesena da cui Manuele Fior è partito per vivere in ogni dove dell’Europa; una di quelle cittadine tra la Romagna e le alte Marche in cui i sogni nascono e germogliano, e in cui un giorno si torna quando qualcosa finisce, o da cui nemmeno si parte mai. 




Il graphic-novel si apre con un preambolo di un giorno affocato di prima estate, quando nascosti dietro le veneziane di una finestra, Piero e Nicola, amici inseparabili, osservano quella ragazza appena arrivata a vivere dall’altra parte del cortile. Ma Piero e Nicola sono troppo diversi; Piero, secchione e imbranato, un giorno sarà un grande egittologo. Nicola, sciupafemmine e scapestrato, rileverà il magazzino del padre. E Lucia partirà; “Senza di te ricomincio a respirare”, scrive a Piero quando finalmente arriva a Oslo per raccogliere materiale per la sua tesi su Ibsen. E Lucia da Oslo non se ne andrà; si sposerà; avrà una figlia. Anche Piero, tra un successo professionale e l’altro, si rifarà una vita, tra una donna che non ama e un figlio inatteso, perché non è questione di felicità o di libertà, ma di giusto e sbagliato, come ben sa Hassan, il volto segnato dalla vita, il vecchio lavoratore egiziano dello scavo di Abu Simbel. 


I cinque capitoli del romanzo sono scanditi – numerati – da una goccia di pioggia, due gocce, tre gocce, quattro, cinque; perché piove sulla favola bella che ieri c’illuse, e piove sul fallimento dei sogni di Lucia (ancora a casa di mia madre, una bambina di 8 anni, a insegnare letteratura in un istituto tecnico di provincia, grassa come una vacca); piove su Nicola, spento e appesantito, tradito e traditore; piove su Piero, meschino e disilluso, confuso di fronte a una trama di vita che non riesce a riallacciare. E l’ultimo capitolo, bellissimo e doloroso, malinconico e amaro, si apre con una pittorica tavola a piena pagina dell’asfalto allagato dal temporale. “Non siamo mica qui per la resa dei conti”; ma forse è proprio così. 


I bellissimi acquarelli di Fior, che ora sono più densi e tersi, e ora improvvisamente si allargano e diluiscono e sporcano in tavole di grande formato come quadri onirici e silenziosi, guidano nei colori e negli umori di questi vent’anni; il verde-azzurro freddo della Norvegia, il giallorosso dell’Egitto, sabbioso e disidratato nel sogno erotico della febbre di Piero, il grigio-cobalto dell’ultimo incontro, di quando, placato il nubifragio, si torna a dare l’ultimo sguardo a un mare che non si vedrà più. Sai cos’è peggio di partire? Ritornare. Tutto di cambiato. Tranne se stessi.

La brigata dispersa si raccoglie,
si conta dopo queste mareggiate.
Tu dove sei? ti spero in qualche porto.
(M. Luzi)

* Che, per chi non lo sapesse, non è proprio pizza e fichi.