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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.
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sabato 24 settembre 2011

Voce di uno che grida nel deserto civile

Étienne de la Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Milano, Chiarelettere, 2011


Il sofista Gorgia compose un Encomio di Elena, la grande baldracca dell’epica greca; Sinesio di Cirene un encomio della calvizie. E nella cultura classica gli elogi paradossali erano uno degli esercizi retorici più comuni, l’incubo di qualsiasi ragazzino alle prime armi costretto ad arrampicarsi sugli specchi per lodare il deprecabile. Giochi un po’ fatui, sempre da condurre sul filo della citazione colta e del rigore argomentativo.
E poco più che questo, secondo Montaigne, sarebbe stato il Discorso sulla servitù volontaria di un sedicenne La Boétie, un esercizio scolastico, steso in pochissimi giorni, per tenere affilati penna e cervello. Di più, “un argomento volgare, fritto e rifritto mille volte nei libri”.
La casa editrice Chiarelettere è specializzata in tomoni di passione civile dalla grafica ben riconoscibile, dai mass-media asserviti alla metastasi della ‘ndrangheta al nord, alle molte miserie dell’Italia contemporanea. Con grafica ben diversa, di design ambizioso e più ardito, e formato minore, tre libretti: A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca, di don Milani, Odio gli indifferenti, di A. Gramsci, e proprio il Discorso sulla servitù volontaria di Etienne de La Boétie.
Un libro misterioso e ambiguo quest’ultimo, e che pure ha segnato alcune delle pagine fondamentali della storia politica occidentale. Morto giovanissimo l’autore nel 1563 (di peste, nell’adempimento del dovere, si direbbe oggi), le sue opere erano destinate a essere pubblicate dall’amico carissimo Montaigne; così avviene per tutte – poca roba, in fondo – ma non per il Discorso, che, secondo le intenzioni dell’amico ed esecutore testamentario, doveva essere incorporato al centro di quel capolavoro della nostra cultura che sono i suoi meravigliosamente moderni Saggi. Così non sarà mai. Il Discorso infatti – con il più che significativo titolo Contr’un – era entrato nel circolo della ferocissima lotta politica francese tra cattolici e protestanti, per divenire una sorta di trattato “protestante” contro la monarchia, allora cattolica. Anzi, una legittimazione dell’assassinio del tiranno. Poi, va da sé, lo utilizzeranno i cattolici per legittimare l’assassinio di Enrico III, e poi di Enrico IV, quando il re sarà sentito come un “filo-protestante”. E di nuovo tornerà sullo scrittoio dei rivoluzionari del 1789, in primo luogo Marat. E ancora nel biennio rosso.
Insomma, un libricino da trattare con le molle, che regicidi e rivoluzionari avevano ben presente. Mica male per un compituzzo, banalotto per di più, “sfuggito di penna” a un ragazzino, per come la metteva Montaigne.
Montaigne voleva tenere lontano l’amico – colui senza il quale, dice nel saggio L’amicizia dedicatogli, la vita non era che “fumo”, che “una notte oscura e noiosa” – da il pericolo di una strumentalizzazione sanguinosa, nel periodo più violento della Francia; perché è vero che nel Discorso c’è qualcosa di scolastico, a volte persino di prevedibile, ma tutto si ricompone in un’analisi, questa sì innovativa, delle ragioni che spingono l’uomo, naturalmente libero, ad accettare la servitù. Un asservimento, una corruzione che nascono nella società, crogiuolo di cecità, conformismo, accettazione. Più che un invito alla rivolta, una scorata, quasi incredula, analisi della passività inerte dell’uomo, della sua disposizione ad accettare tutto, e ancora qualcosa in più. Perché pure, e mai era stato detto con tanta forza in precedenza, gli unici veri arcana imperii sono che qualsiasi potere esiste solo perché è accettato: siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi. E La Boétie parla di qualsiasi potere, monarchico o repubblicano, e persino buono o cattivo, qualsiasi potere che non sia quello in cui ciascuno sa che parteciperà in maniera eguale agli svantaggi della sconfitta o ai vantaggi della vittoria. L’essenza del potere è nell’orgoglio del servo: all’inizio l’uomo serve a malincuore ... quelli che vengono dopo, servono senza alcun rincrescimento e fanno volentieri ciò che i loro padri hanno fatto per forza. È nella convenienza che si cova la servitù; nell’ignoranza e nell’incultura, che impediscono l’intelligenza di riconoscer se stessi; in una società senza morale in cui il potere stesso costruisce bordelli, taverne e sale da gioco in modo che gli uomini, invaghiti da tali passatempi, imparino a servire come i bambini imparano a leggere sulle immagini luccicanti dei libri miniati; nell’ottusità di una religione che tutto giustifica ed esalta. Ma soprattutto, in quei compagni dei suoi piaceri, ruffiani delle sue dissolutezze e soci delle sue ruberie che il tiranno raccoglie e alimenta, quegli uomini che gli hanno sacrificato devotamente tutto, e godono di quei privilegi che li sollevano su chi ha meno, e questi ultimi che godono di prevalere su chi ancora ha meno, e così via, al punto che quanti godono della servitù quasi equivalgono a quelli che preferirebbero la libertà. Libido serviendi, diceva Tacito, il “gusto di essere servi”. La Boétie arriva alla radice ultima psicologica della catena di abbrutimento e disprezzo che è lo scheletro su cui si regge la massa informe del potere.

E allora, in appendice, si trova benissimo il Saggio sull’arte di strisciare a uso dei cortigiani del barone d’Holbach. L’amara risata di rivalsa su quelle ombre che alimentano la nostra servitù.

mercoledì 31 agosto 2011

Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Itagliani

Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia, Milano, Rizzoli, 2011, euro 18


Siamo ancora in estate, e allora, come fanno anche i più seri quotidiani, proponiamo un piccolo quiz dal titolo “Tu e la cultura del nostro meraviglioso paese”.

1. Nel 2009 il Metropolitan Museum ha fatturato in merchandising 43 milioni di euro. Tale cifra corrisponde:
a) a poco meno del fatturato degli Uffizi;
b) al fatturato di tutti i musei e i parchi archeologici di Roma;
c) a più della somma dei fatturati di tutti i musei e i siti archeologici italiani (pari a 39,7 milioni9 di euro).

2.  Considerati i gravi problemi di bilancio per i Beni Culturali, quanto è costato il video di 1:09 che apre il sito www. pompeiviva.it in cui gli affreschi della villa dei misteri cominciano a cantare I will survive di Gloria Gaynor?
a) nulla: è il progetto vincitore di un concorso nazionale di grafica multimediale per le scuole superiori;
b) nulla: è stato prodotto dai grafici della Rai;
c) 3.164.282 euro, assegnati alla Wind, beneficiari anche di un altro appalto di 5.755.256 euro per le linee telefoniche.

3. Mario Resca, già presidente della McDonald’s Italia e nominato da Sandro Bondi direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del ministero ai Beni Culturali, nel 2010 invitò per lettera il grande archeologo Amedeo Maiuri (celebre al mondo per gli scavi a Pompei e Cuma) a partecipare a un progetto informatico interattivo (iMiBac). Che cosa rispose il grande archeologo?
a) si impegnò a lavorare gratuitamente, per dare il suo contributo al nuovo miracolo culturale italiano;
b) dopo alcune incertezze accettò, in cambio del raddoppiamento del bilancio del ministero dei Beni culturali;
c) nulla: era morto da 47 anni.

4. Nel 2009 i “servizi aggiuntivi” (caffetterie, bookshop, didattica, gestione biglietterie) dei musei italiani hanno fatturato 39.669.259 euro. Di tale cifra, alle soprintendenze sono andati 5.525.259 euro. Il 72,5% dei servizi aggiuntivi (ossia 28,8 milioni) è andato invece:
a) al ministero dei Beni culturali che gestisce direttamente le attività;
b) a una serie di imprese in concorrenza tra loro, garantendo così una più ampia offerta qualitativa, nonché proventi più alti per lo stesso Stato italiano;
c) alla Electa, società del gruppo Mondadori, che gestisce praticamente in monopolio tutti i “servizi aggiuntivi”.

5. Mario Resca, già presidente della McDonald’s Italia e direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del ministero ai Beni Culturali (cfr. domanda 3), e che quindi ha la delega per approntare i bandi di gara per i “servizi aggiuntivi”, quale ruolo svolge nella Electa (sul cui fatturato cfr. domanda 4), sostanzialmente monopolista per i “servizi aggiuntivi”?
a)  nessuno ovviamente; sarebbe un inammissibile conflitto di interessi;
b) amministra il Fast Food interno;
c) è nel consiglio di amministrazione.

6. Il budget francese dei beni culturali per il 2011 è di 7 miliardi e mezzo di euro. A quanto ammonta quello italiano?
a) più o meno uguale;
b) purtroppo non è aumentato rispetto al 2001;
c) 1 miliardo e 429 milioni; nel 2001 era 2 miliardi e 386 milioni; il bilancio italiano per i beni culturali ossia è calato del 40% in dieci anni.

7. Nel parlamento statunitense i laureati costituiscono il 94% dei deputati. Nel parlamento italiano sono laureati:
a) il 91%;
b) una cifra inferiore a quella statunitense ma comunque in crescita rispetto al primo parlamento repubblicano;
c) il 64,6%; e qualunquemente e sdraiabilmente amiche lettrici, ‘ntu culu a la cultura.

Un libro da gastrite. L’inferno di un paese da burletta, in cui la farsa copula con l’affarismo, la demagogia con l’ignoranza. L’aspetto più inquietante del libro è che non si tratta delle così italiche geremiadi sui brutti vezzi italici, o umanistici lamenti su una bella Italia che non esisteva nemmeno ai tempi in cui l’abate Antonio Stoppani inventò l’espressione “Bel paese” .
Sono invece dati e dati: i dati di un collasso economico che ha alla sua origine l’abominio culturale, il provincialismo, la pochezza, l’ottusità. Le ridicole cifre dell’investimento culturale in Cina, terra dei nuovi ricchi e dei nuovi turisti transcontinentali; la devastazione edilizia delle coste ioniche e del Veneto “palladiano” (i milioni di tonn. di cemento anuuo, i metri cubi annui, la densità abitativa); le impietose cifre – totali, pro capite, al netto del merchandasing, eccetera – dei ridicoli introiti di quelli che dovrebbero essere musei che tutto il mondo ci invidia; l’assenza di leggi contro coloro che da decenni arricchiscono i grandi musei mondiali devastando un patrimonio culturale “mondiale” con scavi illegali e distruttivi o contrabbando capolavori come queste due robine qui. 


L'Atleta di Fano, attribuito a Lisippo, oggi al Getty Museum
La Dea di Morgantina, già al Getty Museum








O ancora la farsesca situazione degli scavi di Pompei, tra Kafka e Totò; una politica fatta di commissari plenipotenziari a tutto e contemporaneamente su tutto e che tutto dovrebbero conoscere mentre crollano la Scuola dei gladiatori e il bilancio dei Beni culturali sembra un quadro surrealista; la cannibalizzazione, la zombizzazione e vandalizzazione del patrimonio archeologico, paesaggistico e culturale; lo scoramento dei più influenti giornali di tutto il mondo sul degrado e la sciattezza nella tutela del nostro patrimonio, con logiche conseguenze sull’immagine complessiva del paese (e il cap. 4 è da fremito); musei i cui biglietti venduti in un anno intero non bastano a pagare nemmeno qualche mese di stipendio di uno solo dei molti custodi; proposte di sanatorie per saccheggiatori e ricettatori; investimenti a perdere del ministero dei Beni culturali ad amici degli amici (ad esempio tutti quei film finanziati perché vi recitava Lorenzo Balducci, figlio di quell’Angelo Balducci implicato negli appalti della Protezione Civile); siti internet che neanche il figlio del custode del lattaio, e nella cui versione inglese Augusto Del Noce diventa August of the Walnut e Letizia Moratti, va da sé, Joy Moratti; la voracità della Protezione civile che interviene per la gestione del Congresso eucaristico nazionale come per restaurare l’Ultima cena del Vasari, e tutto sempre senza controlli e senza vincoli. E nel caso, l’appendice finale di tabelle fornisce un ulteriore deprimente sguardo sul patrimonio museale italiano, i siti più visitati, un confronto con i concorrenti internazionali, i bilanci, il numero di volumi per abitante presenti nelle biblioteche italiane rispetto a quelle di altri paesi.


Il nostro ministro dell’Economia ha detto solo pochi mesi fa che con la cultura non si mangia. Il ministro dell’Economia in Italia. E se un ministro dell’Economia non arriva a capire che i se i turisti vengono a vedere i Caravaggio di San Luigi dei Francesi  o il sarcofago di Gastone di Foix o a percorrere le stradicciole di Neive, allora sì che ci si mangia, e in tanti, e se un ministro dell’Economia non arriva nemmeno a comprendere una banalità simile, allora meritiamo un ministro dei Beni culturali che, tra le sue celebri poesie, ha pensato – con sobrietà e dignità –di dedicarne una alla madre del suo presidente del Consiglio.

Mani dello spirito
Anima trasfusa.
Abbraccio d’amore
Madre di Dio

Cappella Contarelli, San Luigi dei Francesi (Roma)





Nel Dei costumi degl’italiani, Giacomo Leopardi coglieva le cause della degenerazione italiana in una condizione intermedia, lontana da una dimensione culturale e civilizzata tipica dei popoli del nord, ma ormai anche alienata da una morale originaria e naturale, tipica dei popoli più “barbari”.

Sì per l’una parte è inferiore alle nazioni più colte o certo più istruite, più sociali, più attive e più vive di lei, per l’altra alle meno colte e istruite e men sociali di lei, come dire alla Russia, alla Polonia, al Portogallo, alla Spagna, le quali conservano ancora una gran parte de’ pregiudizi de’ passati secoli, e dalla ignoranza hanno ancor qualche garanzia della morale, benché sien prive di quella che dà alla morale la società e il sentimento delicato dell’onore.

Idee che valgono quel che valgono, naturalmente. Ma che già vedevano quell'Italia che avrebbe descritto Pasolini:

Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

NB: Per chi non ci arrivasse da sé, le risposte al quiz sono rispettivamente a pagg. 21, 37, 38, 83, 83, 155, 212.

sabato 5 febbraio 2011

La parola che ci distingue

Alexandre Koyré, Sulla menzogna politica [1943], Torino, Lindau, 2010

Non si è mai mentito come al giorno d’oggi. E neppure si è mai mentito in modo così sfrontato, sistematico e continuo. Così va il mondo,  cioè, così andava nel 1943. Bellissimo il libercolo dedicato, tra Galilei e Descartes, alla menzogna politica dal filosofo russo-francese.  Che subito premette che la menzogna è costitutiva della politica, di più, della specie umana. E d’altronde un tale, ancor prima di Koyré, ricordava che “debbe adunque uno principe avere gran cura che non gli esca mai di bocca cosa che non [...] paia, a udirlo e vederlo, tutto piatà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione”. Però Koyré si dedica, pensando al nazifascismo, al profondo mutamento antropologico introdotto dai regimi totalitari, che ha portato agli estremi presenza e ruolo della menzogna, sicché l’uomo totalitario è immerso nella menzogna, respira la menzogna, è sottomesso alla menzogna ogni istante della sua vita. Una menzogna di massa, che può servirsi dei grandi mezzi di informazione, e in quanto tale seriale, volgare: la menzogna nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Menzogna con un totale disprezzo financo per la verosimiglianza, e per la stessa intelligenza di coloro a cui è rivolta. Ma in fondo, fino a qui, non avremmo nulla di particolarmente interessante. C’è un passaggio, però, che avrà un qualche sviluppo: Si deve la verità a chi si stima, ai propri pari e ai propri superiori. Inversamente, il rifiuto della verità implica mancanza di stima, di rispetto. E d’altronde la menzogna è strumento bellico. È rivolta al nemico; è lo strumento di chi si difende. Lo strumento del debole accerchiato. Facciamo uno più uno. Il totalitarismo è il mondo della menzogna; la menzogna lo strumento dell’accerchiato; il totalitarismo è perseguitato dalla psicologia del giusto perseguitato, dalla paranoia dell’accerchiamento, della persecuzione, del nemico interno traditore. Allora la menzogna è lo strumento che oppone noi a l’altro. Ma all’altro non spetta il diritto alla verità. E poi, chi è noi, e chi altri. Perché l’altro può essere anche chi di noi non è completamente iniziato, ed è chiamato non alla verità, ma alla fedeltà, all’entusiasmo. Ma è così lontano il totalitarismo dalla democrazia? Così lontana, questa, quando agisce sulle masse, ne acquisisce la fiducia, quando la fedeltà al gruppo resta la virtù principale dei suoi membri? Quando si crea la distinzione tra un’aristocrazia che ha diritto alla verità, e una massa destinata alla menzogna, indegna di partecipare alle élites proprio perché credula? Una sorta di contatto mistico si stabilisce per l’iniziato – o per chi creda di esserlo – tra se stesso e il capo. Le ultime pagine saranno strazianti: un vortice in qui si affoga, e davvero non si capisce più di quale tempo, di quale mondo si parli. È solo la sardana della menzogna, il suo trionfo impudico e orgoglioso: quando si mente, inutile cercare di evitare la contraddizione: la massa non se ne accorgerà nemmeno; inutile avere a cuore la coerenza: la massa non ha memoria; inutile nascondere la verità: essa è radicalmente incapace di recepirla; inutile anche nasconderle che la si sta ingannando: la massa non comprenderà mai che si tratta di essa, che si tratta del trattamento a cui la si sottomette. Come diceva Trotsky, Ha da passà ’a nuttata.

giovedì 23 dicembre 2010

Bambini tedeschi dei tempi cupi

Alfred Andersch, Il padre di un assassino [1980], Parma, Guanda, 1990
Ernst Jünger, Tre strade per la scuola. Vendetta tardiva, [2003] Parma, Guanda, 2007, euro 10
Ödön von Horváth, Gioventù senza dio [1938], Milano, Bompiani, 2005, euro 7.50

 


Monaco di Baviera. Ginnasio Wittelsbach. 1928. Quando i ragazzi della Quarta B parlano del prof. Kandlbinder, docente di greco, un uomo magro, pallido e insignificante, commentano Quello vuol soltanto tenersi sempre fuori da tutto. Lezioni anodine, noiose, impeccabili, e molta cautela a non avere pupilli né bersagli. 


Germania, città indefinita, dieci anni dopo. Il professore di tedesco, che già vede addensarsi nubi nere per un’improvvida correzione al tema di uno dei suoi studenti, si trincera nella sua gelida e distante estraneità, rivolgendo nel pensiero il suo disprezzo verso i suoi studenti: non voglio subire una punizione disciplinare per i vostri begli occhi, e tanto meno perdere il pane ... Da oggi vi dirò che non esistono uomini all’infuori di voi, ve lo ripeterò fino alla nausea; e scoprirà che il suo soprannome tra gli studenti è “il Pesce”, perché la sua faccia è sempre così immobile, e non si sa mai cosa pensa e se pensa. 


Quando, al ginnasio Wittelsbach di Monaco di Baviera, al termine di un’umiliante interrogazione in greco condotto dal Rex, il Rektor del Ginnasio, Franz Kien, pessimo studente in qualsiasi disciplina, sempre spaesato, sempre astratto, rivendica la sua intenzione di essere un giorno scrittore, specificando che, di che genere, lo saprà da grande, lui, come autore più amato, lui, che pure ha divorato Enrico IV e Riccardo III, cita Karl May (il Salgari tedesco, viaggiatore che mai viaggiò), tra lo sprezzo e lo stupore del Rex, l’estimatore di Socrate che gode nel rivelare a tutta la classe che Kien è accolto a scuola gratuitamente per compassione. 


Hannover, ginnasio, qualche anno prima della prima guerra mondiale, durante la preparazione del voto in condotta per la pagella, Wolfran, studente rapito da absence, lievi forme di epilessia, balbuzie, straniamenti, si alza di fronte al prof. Corax, filologo, ultima nemesi del suo conflitto con la scuola,  e racconta i suoi colloqui notturni con Socrate e le sue domande su che cosa legga. Io gli rispondo: ‘Leggo Karl May’. E Socrate: “Eccellente. ... Un tempo fu la volta di Sigfrido, oggi tocca a Old Shatterhand”. E Wolfram raccoglie i libri, e lascia la classe, e la scuola, e il romanzo. 


Franz Kien viene espulso dal Ginnasio Wittelsbach e lascia il racconto addormentandosi su Attraverso il deserto di Karl May. 


Il professore di tedesco della città indefinita, sospeso dall’insegnamento, parte per insegnare in una missione in Africa: Portati via tutto, non dimenticare nulla! Non lasciare nulla dietro di te! Il negro va dai negri.


Tre brevissimi racconti, ambientati in scuole tedesche, negli anni in cui si deposita, nelle parole e nelle anime dei giovani, la malattia che porterà alla seconda Guerra mondiale. Tre racconti molto diversi; un romanzo breve di finzione, Gioventù senza dio, un giallo, omicidio-indagine-falsisospetti-rivelazione (anche se, come giallo, percola alquanto), esteso sull’arco di pochi giorni, costruito su una fortissima focalizzazione interna nell’anonimo professore di tedesco, i suoi pensieri, brevi amari frammenti, la sua osservazione di un mondo e un’adolescenza sempre più feroce nell’obbedienza; e due romanzi autobiografici: Tre strade per la scuola – nel cui Wolfram si riflette l’infanzia di Ernst Jünger – esteso negli anni necessari per cambiare tre scuole, e tre diverse strade per arrivarci, e lungo ognuna perdersi per esplorare quel mondo dentro di sé così diverso dalle ombre della scuola; e Il padre di un assassino, che copre giusto un’ora, l’ora di greco in cui Franz Kien sbaglia tutto il possibile nella grafia e traduzione in tedesco di È degno lodare la patria e finirà con l’essere espulso. 


Uno, Gioventù senza dio, il più vicino all’esplosione della ferocia, scritto quasi in presa diretta, ambientato nell’epoca del nazionalsocialismo ormai trionfante, un mondo senza nomi e identità, anonimo il professore, e mere iniziali gli allievi, e unico nome, Eva, la ladra sbandata, ai margini, eslege, rifugiata nei boschi, dalla sessualità libera; e unico pensiero imperante, la radio, la radio, la radio, e ogni slogan diventa verità nei temi e nell’orgogliosa gioiosa protervia dei suoi studenti. Gli altri due, quelli autobiografici, stesi a Novecento avanzato, entrambi all’ultimo anno della vita del rispettivo autore, ma, che affondano le radici più lontano: all’origine del secolo Tre strade per la scuola, a disegnare quell’humus in cui crebbe un intellettuale a cui furono a lungo rimproverate contiguità con il nazionalsocialismo; a metà tra gli altri due testi Il padre di un assassino, negli anni che preludono alla conquista nazista del potere, e vero tramite tra il prima e il dopo, perché il temutissimo Rex, “il padre dell’assassino”, non è altri che il padre di Himmler. 


Tutti e tre, però, hanno qualcosa in comune, la lettura. Ragazzi che si sottraggono al mondo, e ne cercano uno proprio, una propria libertà, nei libri: Franz Kien, che sarà scrittore, che scappa dal mondo “attraverso il deserto”; Wolfram, che divide la strada verso la terza scuola in tre tronconi, il primo per recitare Schiller, il secondo, l’ “eroico”, per ossere Old Shatterhand o Stanley o Robinson o un argonauta nella Colchide, prima del terzo, l’angoscioso, che porta a scuola, a quella lezione in cui finalmente Socrate condannerà il prof. Corax: dal punto di vista pedagogico lo giudica una nullità; e persino, tra quella “Gioventù senza dio” devastata dal conformismo e dall’orgoglio della cecità, lo studente B, in segreto, legge, legge, legge, e un giorno parla.

venerdì 19 novembre 2010

L’aula vuota del professor Bartleby

G. Boatti, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini [2001], Torino, Einaudi, 2010, euro 13

Il duca, quando la sera scende, può solo constatare “Quando la vita suona l’ora della raccolta, si sentono, senza aver fatto troppo di male, mille piccoli disgusti di se stesso, il cui totale non fa un rimorso pieno ma un malessere oscuro. E il mantello del duca trascina sicuro, scalando degli onori i gradini rampanti, un crepitio di illusioni secche e di rimpianti”. A volte può accadere anche percorrendo i chiostri universitari. Eppure, Preferirei di no racconta di qualcuno che seppe risparmiarsi quel malessere oscuro. L’8 ottobre 1931 oltre milleduecento professori universitari sono chiamati a giurare fedeltà al re e al regime fascista, impegnandosi a esercitare “l’ufficio di insegnante” per formare cittadini “devoti alla patria e al Regime Fascista”. Solo dodici rifiutano.
Un rifiuto minoritario; meno della percentuale dei malati rispetto ai sani, dei deficienti rispetto agli intelligenti, dei disonesti rispetto ai virtuosi, sarà lo scherno fascista. Ma un rifiuto che arriva al termine di un lento stillicidio di minacce, repressioni, violenze, norme, episodi, provvedimenti, che hanno già soffocato e stremato il mondo accademico; nei primi due capitoli Boatti ripercorre questo lento dissanguarsi, di energie e di anima, tra ritirate e resistenze: gli attacchi nel 1923-24 a Gaetano Salvemini, costretto l’anno successivo, dopo aver sperimentato anche il carcere, all’esilio; il decreto legge del dicembre ’25 che prevede il licenziamento per quei professori che fossero “in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del governo” (una legge che provocò l’abbandono di Silvio Trentin e F.S. Nitti, ma spazzò via professori di ogni ordine e grado, come Umberto Cosmo, e piace ricordare che sarà un suo allievo, Leone Ginzburg, l’ultimo a rifiutare il giuramento fascista, quando, arrivato in cattedra nel 1934, notificò sobriamente al suo Preside di non essere interessato alla carriera accademica); e così un primo giuramento (ancora solo al re) imposto ai professori nel 1924; lo scontro tra Manifesto fascista e antifascista del 1925; gli attacchi in Senato a Croce, “imboscato della storia”; fino all’intervento dei carabinieri che sospendono il congresso della Società Filosofica Italiana nel 1926. Una marea che culminerà con l’espulsione degli ebrei dall’università nel 1938 (97 di ruolo, 133 aiuti, 160 liberi docenti).
Mentre un mondo crolla, e l’afa livida e cupa preannuncia la tempesta, dolorosamente solitari, non rispondono all’appello Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Francesco Ruffini, Edoardo Ruffini Avondo, Lionello Venturi, Vito Volterra. Lungo le pagine grandi e piccole della storia e della cultura italiana, dal terremoto di Messina (in cui Salvemini perse moglie e cinque figli) alla nascita del “Corrierino dei piccoli”, dall’infamia della Pascendi dominici gregis agli accoltellamenti tra reduci garibaldini in Romagna, dall’arroganza dei vincenti del maggio radioso alle lotte, di pensiero e di meschinità, nei Senati accademici e nelle anticamere ministeriali, si disegna un denso e affascinante affresco italiano in cui le storie dei dodici si propongono come romanzi ricchi di echi, incontri e battaglie. Attraverso le loro lettere di rifiuto al ministro Giuliano, le loro memorie, e quelle di grandi protagonisti della vita culturale e civile del Novecento italiano (Galante Garrone, Bobbio, N. Ginzburg, V. Foa, tra gli altri), Boatti segue la parabola di questi uomini che si trovarono a fare i conti con la propria storia personale e il senso di una vita scelta molti anni prima. Laici e razionalisti intellettuali ebrei, come Errera, Volterra e Levi Della Vida, o ascetici filosofi cristiani, come Martinetti, panteista e schopenaueriano. Cattolici osservanti e conservatori come De Sanctis, che rifiuta le scappatoie gesuitiche della “riserva interiore” proposta da un tale, omonimo a una piazza davanti a un certo ateneo milanese; oppure scomunicati e sacerdoti sospesi a divinis, come Buonaiuti, schiacciato dalla morsa della repressione fascista e della persecuzione cattolica antimodernista, tanto che persino l’Italia repubblican-democristiana gli negherà il ritorno in cattedra. Uomini per cui il rifiuto era consequenziale a una storia personale e persino famigliare, come il libero pensatore romagnolo Nigrisoli, o protagonisti inattesi, come Venturi, che aveva invece firmato il manifesto degli intellettuali fascisti. Membri della grande aristocrazia intellettuale italiana o montanari e figli di pizzicagnoli. Matematici, giuristi, semitisti, chimici, medici, storici dell’arte, filosofi, storici dell’antichità o del cristianesimo.
Certo, molti erano al termine di una carriera ricca di prestigio, pubblicazioni e soddisfazioni, ma vi fu anche chi come Edoardo Avondo Ruffini aveva solo trent’anni, e ne ebbe la carriera spezzata; certo, molti erano rassicurati dal loro benessere economico, ma altri, come Ernesto Buonaiuti che dovette vendere pezzo a pezzo la sua biblioteca, patirono maggiori o minori disagi economici; certo, alcuni erano intoccabili per la loro risonanza internazionale, ma altri patirono in seguito il confino, il carcere, o preferirono per sicurezza l’esilio. In tutti, però, insieme alla proclamazione della propria dignità, al rifiuto di subire il sigillo ideologico fascista, alla rivendicazione dell’autonomia della propria coscienza e della ricerca scientifica, c’è la drammatica sofferenza per l’abbandono della cattedra e la rinunzia a quell’insegnamento che dava senso, scopo e orizzonte a tutta una vita. Tu lascerai ogne cosa diletta più caramente.

mercoledì 3 novembre 2010

Quel che Dante non vide

Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka [1944], Milano, Adelhpi, 2010, euro 6

Ci sono alcune esistenze eccezionali, tragicamente eccezionali. Berdyčiv sorge nel mezzo del pianoro ucraino; poco più di ottantamila abitanti; forse non il luogo migliore per nascere, e probabilmente nemmeno per sposarsi, come invece fece Balzac. Soprattutto, però, Berdyčiv fino alla Shoah era costituita all’ottanta per cento da ebrei e vantava la seconda più grande comunità dell’impero zarista; uno Shtetl spazzato via dall’Olocausto. E da Berdyčiv veniva Vasilij Grossman, reduce di tutti i campi, fedi, storie, tragedie. Romanziere sovietico (Per una giusta causa) e poi antisovietico con un destino di censure, sequestri e fortunose pubblicazioni (Vita e destino e Tutto scorre), Grossman visse la dolorosa esperienza del corrispondente di guerra durante il secondo conflitto mondiale; la sua diretta esperienza del fronte, con la risalita, fin da Stalingrado, attraverso le devastazioni del genocidio, lo portò, con Il’ja Erenburg (colui che poi conierà il termine “disgelo”), alla stesura del Libro nero dei crimini del nazismo nei territori sovietici. E proprio alla sua testimonianza diretta di giornalista entrato per primo nel campo di Treblinka si deve questo reportage pubblicato nel novembre 1944 su rivista. Il reportage, che servì da documento al processo di Norimberga, è costituito da due parti: la prima segue il percorso delle tradotte fino al campo, rivivendo attraverso gli occhi dei condannati il raggelante disvelamento della verità, l’atterrita lettura degli indizi sul proprio destino, l’incertezza tra speranze e timori, la privazione di memorie, capelli, nomi, dignità, abiti, fino all’orrore delle camere a gas; la seconda è dedicata agli inceneritori, al tentativo di cancellare la realtà del campo di fronte all’avanzata sovietica, alla rivolta finale dell’agosto 1943. Non so quanto il reportage sia davvero attendibile, a così poca distanza dagli eventi, e che cosa sia stato confermato dalla ricerca storica, per quanto già le note a piè di pagina dell’edizione Adelphi, in cui si correggono i nomi dei vari nazisti operanti al campo, siano rassicuranti. Ma in fondo non è ciò che è più importante. Più è il senso di orrore, di indignazione, di appello alla dignità umana, il lamento su vite dissipate nel niente mentre “la luna, incallita prostituta, passeggiava su e giù lungo le notti / e le stelle ammiccavano schifose, facevano occhiolino come i topi” (I. Katzenelson, Canto del popolo yiddish messo a morte).

domenica 26 settembre 2010

Il teologo e il bambino

Friedrich von Spee, I processi contro le streghe (Cautio criminalis) [1631], Roma, Salerno editrice, 2004 (Faville 26)

Goethe asseriva che, pensando al Quichotte, doveva faticare per trovare qualcosa che i tedeschi avessero fatto meglio. Non era poi così difficile, Wolfgang. Ne avrei due, anzi. Una è la caccia alle streghe, che in Germania fu ancora più feroce che altrove in Europa, e i Tedeschi quando si mettono a fare certe cose le fanno a puntino. L’altra è il suo antidoto. Il mondo intellettuale tedesco ha saputo scrivere alcune delle pagine più nobili della cultura europea nel mezzo di feroci tragedie, come, dal 1509 alla morte, la strenua, e pericolosa, difesa dal rogo dei libri degli ebrei da parte del grande umanista Johann Reuchlin. Così nel 1631, quando «tutte le bocche si sono chiuse, tutte le penne si sono asciugate» si leva, tragicamente solitaria, la voce di Friedrich von Spee; primogenito di casata aristocratica, teologo e docente universitario, poeta, gesuita contro la volontà della famiglia; una sorta di fra’ Cristoforo tedesco, morto di peste a Treviri mentre accudisce i malati. Ma soprattutto confessore di streghe, in prima linea dunque nella lotta della civiltà e dell’umanità contro la perversa invasione demoniaca dilagante in Europa. Nella sua carica di confessore von Spee ha modo di analizzare in profondità, nella carne e nel terrore delle condannate, l’aberrazione di quel sistema inquisitorio a cui il suo stesso ordine aveva contribuito a dare strutturazione organizzativa e, specie con Martin Del Rio, base teologica. Eppure questo sacerdote-teologo affronta la tragedia della caccia alle streghe da una rigorosa – quasi implorata – prospettiva terrena, laica e razionale, pervasa da un interamente umano senso di impotenza di fronte alle distorsioni di una logica paranoica; lo stesso proemio dell’autore, con la dedica dell’opera a chi non la leggerà mai e il riconoscimento che i suoi non-lettori sono gli unici per i quali il libro abbia senso e scopo, è una metafora del senso e funzione della cultura: “Proprio coloro che non lo leggeranno sono invitati a leggerlo. Chi lo leggerà, può benissimo fare a meno di leggerlo”. È raro trovare una così disincantata e tragica consapevolezza della inerme inutilità della cultura, della civiltà, e della stessa eroica e pericolosa denunzia dell’aberrazione umana, come ben sapeva lo stesso von Spee pensando alla sorte del teologo Cornelius Loos, primo contestatore della caccia alle streghe, costretto sotto tortura ad abiurare, più volte incarcerato, e morto prima che Martin Del Rio, come si doleva pubblicamente quest’ultimo, fosse riuscito a portarlo sul rogo. Nondimeno, mentre un certo fondatore di biblioteche, tra un trattatello De cognitionibus quas habent daemones e una guida alla sua pinacoteca, indulgeva a opinioni piuttosto strane che mal fondate su cui un certo romanziere milanese glissa per non allungar troppo un episodio, von Spee svelleva alla radice, con duro e intransigente coraggio, la tanto comoda giustificazione degli errori del suo tempo che quello stesso scrittore d’altronde rilutta, sia detto a suo credito, a concedere al suo personaggio. È vero che nella Quaestio I von Spee riconosce l’esistenza della stregoneria, ma sembra piuttosto una, è il caso di dire, gesuitica concessione per coprirsi i fianchi prima dell’affondo (e d’altronde la truculenta definizione di stregoneria della Quaestio III viene circoscritta con l’ambiguamente asettica puntualizzazione «Sono parole di Del Rio»). Von Spee, infatti, già dalla Quaestio II riconduce la paranoia della stregoneria a ignoranza della complessità del mondo e superstizione, che spingono a ricondurre a magia la morte di un bambino o la grandine d’inverno, e a invidia e malvagità, che fanno della accuse di frequentazioni demoniache lo strumento per la propria meschinità. Soprattutto von Spee ripercorre l’incubo del labirinto in cui l’accusato di stregoneria precipita: in una sorta di schema binario machiavelliano della disperazione, ogni opzione porta al rogo: se la donna è di vita dissoluta, è una strega, e se onesta, è perché le streghe si nascondono abilmente; se è spaventata, è perché la sua coscienza l’accusa, se fiduciosa nella propria innocenza, è perché a ciò la spinge l’impudenza demoniaca; se non si discolpa, è prova provante, e se lo fa è il demonio a darle l’eloquenza; se sotto tortura volge lo sguardo intorno, è perché cerca il suo amante, il diavolo, e se tiene lo sguardo fisso, è perché lo ha trovato; se, accusata, scappa è perché è colpevole, e se resta, è perché il demonio la trattiene. Attraverso le pagine si dispiega progressivamente sulla storia del mondo un sudario di ferocia, irrazionalità e claustrofobica ossessione, e l’uomo pare sprofondare in un gorgo di inerme e tragica solitudine su cui a tratti non sembra affacciarsi nemmeno quel “dio tappabuchi” di cui parlava altro teologo tedesco in altro baratro dell’umanità. La parola che dice “io, no” è ciò che solo salva dal branco, parola di Isaia, di tutti noi cani muti che non sappiamo nemmeno abbaiare.

Questa scheda è per Hoel Pappenheimer, arso vivo per stregoneria nell’anno 1600 a Monaco di Baviera, all’età di dieci anni, dopo aver visto padre, madre, e due fratelli maggiori orrendamente e lungamente torturati e poi, quel che ne restava, bruciati sul rogo. La scheda è per lui, perché, ignorante e stupido che sono, non conosco i nomi di quei bambini ancora più piccoli che subirono la stessa sorte.