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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.
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giovedì 5 aprile 2012

Oggi si parla di desiderio, storia e inadeguatezza maschile


cadevano le granate
le bombe cadevano

una è entrata fin dentro la stanza
e lui non mi ha neppure abbracciato

la guerra è un gran male, che cammina
in casa arriva, nell’anima ti entra

e ti prende la casa e l’anima

e io avevo solo bisogno
che mi abbracciasse

nascondevo le lacrime
nascondevo l’odio

nascondevo ai bambini il bisogno
che sentivo del suo amore

se mi avesse abbracciato una sola volta
la guerra per me sarebbe passata

mi sarebbe passato
l’orrore che cammina, che prende la terra

si prende la città, si porta via la casa
lacera l’anima

trecento giorni di guerra
e lui non mi ha nemmeno guardata

trecento giorni e trecento notti
la guerra non ha anima né occhi

è troppo tempo che siamo insieme
e so che l’amore si consuma

come i soldi, come i ricordi

ma tutt’attorno
cadevano le granate

e io sentivo solo il bisogno
che mi abbracciasse

(A. Sidran, Poesia al femminile, da La bara di Sarajevo)


Il 5 aprile 1992 cominciava l’assedio di Sarajevo, il più lungo assedio della storia moderna.

Ave Maria gratia plena... “Ave Maria regina dei croati”. Ave Maria per la gente rinchiusa tra il filo spinato. Ave Maria per l’orologio che si è fermato sul campanile della cattedrale. Ave Maria per il grano e per le quaglie in mezzo al grano. Per gli occhi pieni di spavento, per le orecchie e per le gambe. Ave Maria per gli angeli che cantano nel cielo. Ave Maria per coloro che combattono per la nostra terra, e intanto pensano a quella degli altri. Ave Maria per l’insetto che non può posarsi sul filo spinato. Ave Maria per i serpenti che hanno avuto la saggezza di sparire sotto terra. Per l’albero, la pietra e l’acqua.
Ave Maria per la foglia morta nella Via Re Tomislav a Sarajevo, per tutta la città, che si ricorda ancora dei nostri volti.
Ave Maria per i gobbi, gli storpi e gli affamati.
Per il cane che non ha l’osso. Ave Maria per i soldati, soldati, soldati...
Ave Maria per la mia tristezza serale, che non conosce riposo.
Ave Maria per il mattino, il giorno, il tramonto e la sera. Per la neve e la pioggia.
Ave Maria per giugno, luglio e agosto. Per le ombre sull’acqua. Per la bora e le vele. Ave Maria per quelli che se ne sono andati, per quelli che devono ancora partire e per quelli che restano.
Ave Maria per i morti e i non nati, perché di essi è il regno dei cieli.
Ave Maria per le ventisette città martiri.
Ave Maria per le ragazze abbandonate.
Ave Maria per Mary-Jane, donna meravigliosa, con tutto il mio amore, che non è bastato. Ave Maria, e che tu sia piena di grazia per Alessandra nascosta nella Via dei Principi caduti.
Ave Maria per la nostra Jugoslavia, per la Germania, l’Inghilterra, la Francia...

E prega per noi, per tutti noi,
che siamo in cammino...

Campo di concentramento di Slavonski Brod, luglio 92 (da V. Čolić, I Bosniaci, Milano, Zanzibar, 1996)

Nella carneficina quotidiana, si scavano le trincee di desiderio in cui resistere.
Buon compleanno. 

martedì 20 marzo 2012

Scusate il ritardo, ma non la sociologia

Negli ultimi tempi ho decisamente latitato. Proviamo a divagare.

Mi imbatto in Family Connections in Accessing Licensed Occupations in Italy, di Gaetano Basso e Giovanna Labartino, all’interno di Family Ties in Licensed Professions in Italy, un report della Fondazione Rodolfo Benedetti (http://www.frdb.org/upload/file/family_professions_fRDB_050711.pdf).

Ora, che l’Italia sia una società statica, e asfittica, in cui i lavori si ereditano, è storia tristemente vecchia.

Però a pag. 40 c’è qualcosa di interessante; la classica tabella a due entrate, con sia sull’ascisse sia sull’ordinata le varie tipologie di professioni: operai; impiegati; insegnanti; Dirigenti di medio livello; Dirigenti; Professionisti; Imprenditori. Già la scelta della sequenza potrebbe essere significativa, con gli insegnanti collocati sotto i dirigenti di medio livello. D’accordo: da qualche parte dovevano piazzarli.

L’aspetto interessante della tabella è che l’ascisse indica il mestiere dei padri, e l’ordinata il mestiere dei figli. È così possibile registrare per ogni professione qual è l’approdo lavorativo dei figli.

Nulla di particolarmente sconvolgente. C’è poco da sorprendersi che il 57,47% dei figli di operai faccia a sua volta l’operaio; e – chi l’avrebbe detto – i “professional” (medici, architetti, avvocati, giornalisti etc.) tendono a tramandarsi il lavoro tra generazioni (il 28.26%, ossia il segmento maggiore, dei loro figli è, a sua volta, “professional”).

C’è però un dato che mi ha incuriosito molto. È possibile infatti riconoscere qual è la professione che, come dire, tende meno a riprodursi di padre in figlio. Dunque, dicevamo che il 57.47% dei figli di operai fa l’operaio; il 43,69 dei figli di impiegato, l’impiegato; è così per il 32,12 degli imprenditori, il 28,26 dei “professional”; il 14,30 dei manager; il 13,73 dei dirigenti medi. E in fondo, proprio in fondo, il lavoro che nessun figlio vorrebbe fare. E sì, perché solo il 13,51% dei professori ha un figlio professore. Gli altri scappano tutti.

Ripensando al silenzio in cui è sprofondato questo blog, non mi sorprendo.

martedì 14 febbraio 2012

Su cani, libri, amori

Charlie Brown ha passato tutta la sua lunghissima vita di preadolescente cercando di esprimere il suo amore per la ragazzina dai capelli rossi, che nessun lettore ha mai visto. E i Peanuts sono la storia di amori sbagliati, incompiuti, non corrisposti, unidirezionali, che si  addensano in quello che era uno dei topoi del piccolo mondo: il giorno di San Valentino.

Schulz, quando si rese conto che non avrebbe più potuto scrivere, preparò la tavola finale, quella di addio. E decise che il suo saluto ai suoi piccoli amici sarebbe stato pubblicato il 13 febbraio, giorno prima di san Valentino. 





Charles M. Schulz morì la notte del 12 febbraio, poche ore prima che venisse pubblicata la sua ultima striscia. Una delle più commoventi sovrapposizioni tra autore e opera, e forse tra autore e narratore. 

Due giorni dopo, morì la moglie. 

Charlie Brown continua ad aspettare e attendere.

Avvicinandosi a san Valentino la British Library ha postato sul profilo fb ogni giorno un frammento di una lettera d'amore dal libro Love Letters 2000 years of Romance, contenente 25 riproduzioni di originali di lettere d'amore (immagino possedute dalla BL, ma non ho trovato esplicita dichiarazione). Il gran finale è dedicato a Elizabeth Browning, "How do I love thee? Let me count the ways", uno dei tantissimi capisaldi della letteratura anglo-americana citati nei Peanuts.

Ma per san Valentino la BL pubblicizza anche un altro progetto, "Adopt a Book for Valentine's Day" (http://support.bl.uk/Page/Adopt-a-book). Ci sono varie combinazioni, per tipologia e costo, di modi per adottare un libro; alcuni dei libri proposti sono particolarmente adatti al giorno di san Valentino. Se proprio avete un/una bibliophile sweetheart. Che non so che cosa sia, ma nel caso buon divertimento. 

Non credo che tra le lettere d'amore del volume della BL ce ne sia una molto particolare; e non credo che ci sia perché l'originale è andata perduto. Charlie Brown, nel breve giro della luce della lampada, cerca di esprimere il suo amore per la ragazzina dai capelli rossi. Ma la notte intorno lo riprende. E la paura di sé lo riprende. 
Una delle strisce più poetiche e malinconiche.


mercoledì 1 febbraio 2012

2 luglio 1923 – 1 febbraio 2012

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi ad un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio - anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola “bosco”.

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c'è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale
                            (La gioia di scrivere)



                                        “Signora Szymborska, la vogliono al telefono”

mercoledì 21 dicembre 2011

Di uomini e di fiamme

Il vento, da forte era divenuto più leggero, e fu sventura, perché forte avrebbe forse spento le scintille, leggero le trasportava eccitandole, e con loro faceva volteggiare nell’aria brandelli di pergamena, resi esili da una interna face. A quel punto si udì uno schianto: il pavimento del labirinto aveva ceduto in qualche punto precipitando le sue travi infuocate al piano inferiore, perché ora vidi lingue di fiamma alzarsi dallo scriptorium, anch’esso popolato di libri e di armadi, e di carte sciolte, distese sui tavoli, pronte alla sollecitazione delle scintille. Udii delle grida di disperazione provenire da un gruppo di scrivani che si mettevano le mani nei capelli e ancora divisavano di salire eroicamente, per ricuperare le loro pergamene amatissime. Invano, ché la cucina e il refettorio erano ormai un incrocio di anime perdute agitantesi in tutte le direzioni, dove ciascuno ostacolava gli altri.

E come l’angelo mi parlò Guglielmo appoggiandosi esausto allo stipite della porta: “È impossibile, non ce la faremo mai, neppure con tutti i monaci dell’abbazia. La biblioteca è perduta.” Diversamente dall’angelo, Guglielmo piangeva. (U. Eco, Il nome della rosa)


Nella notte del 17 dicembre, brucia, in seguito agli scontri, la biblioteca dell’Accademia scientifica d’Egitto al Cairo. Nelle immagini, purtroppo solo in arabo, il tentativo degli studenti e dei dimostranti di salvare parte del patrimonio librario.


venerdì 16 dicembre 2011

Lettera da un carcere di là dal mare qui va fleurant la menthe et le thym

Mia compagna,
mia amica,
mia metà,
mio tutto,
mio amore,
la madre di mio figlio,
il mio sostegno nella vita,

mi manchi. Ti amo.

L’unica ragione per cui posso sopportare di essere separato da te è il tuo sostegno. Ho appena ricevuto le fotografie: sono confuso su quello che provo, ma soprattutto sono felice.

È talmente ingiusto che io non possa essere con te a confortarti, è così ingiusto che io stia aspettando che tu ti riprenda e stia bene per tornare tu a confortare me, ed è oltre, oltre ogni ingiusto, che io non possa tenere in braccio Khaled, nostro figlio, per ore nello stesso modo in cui ho tenuto in braccio infiniti altri bambini. Ho dato tanto amore e attenzione ai figli e alle figlie degli amici e dei parenti, eppure non posso fare lo stesso con il mio stesso figlio.

Mi chiedo quanto sarà grande Khaled quando finalmente uscirò da qui e che cos’altro mi perderò. Mi perderò la prima volta che afferra le tue dita, il momento in cui capiremo che sta concentrando il suo sguardo su di te, o sarà ancora peggio, e mi perderò il suo primo sorriso.

Qual è la sensazione che provi a tenerlo in braccio? Di che cosa sa il suo profumo? E com’è il suo pianto? Mio figlio, nostro figlio, il nostro piccolo Khaled.

Ho mostrato le sue fotografie a tutti quelli che sono in cella con me: sono genuinamente felici per me, ma, come tutte le cose in questa cella, tutto è molto temperato, mi fa sentire ancora più solo. Ho pensato molto alla nostra vita in Sud-Africa, alla gioia di essere semplicemente insieme con una vita abbastanza facile, riuscendo comunque a fare un buon lavoro. Commentavamo spesso il fatto che i giovani Egiziani aspirassero soltanto ad avere una casa, una famiglia, un lavoro che li sostenesse. Viene fuori che come al solito che il giorno in cui potremo goderci il fatto di essere soltanto una famiglia in Egitto, sicuri del nostro futuro, soddisfatti nei nostro piccolo benessere, e soddisfatti dei nostri mestieri, sarà soltanto il giorno in cui la rivoluzione sarà completata. Fino ad allora dovremo quindi continuare ad arrangiarci, affrontando ciò che la vita ci getta davanti, sapendo che almeno finché siamo una cosa sola tutto va bene.

Mi manchi così tanto che fa male e credo che tu conosca la sensazione. Sono sopraffatto da quanto sia tutto ingiusto, e da quanto senza significato sia diventato tutto quanto a questo punto.

Ma io so che siamo entrambi in buone mani e che Khaled è benedetto dall’amore incondizionato non soltanto dei suoi genitori, ma di una larga famiglia allargata e centinaia di zii e di zie che non conosce. E spero che cresca e apprezzi tutto questo.

Alaa, 6 dicembre 2011,
dalla cella numero 6 della prigione di Torah.

Alaa Abd El Fatah, 30 anni, blogger egiziano per i diritti civili e attivista per la democrazia. Già arrestato nel 2006, in esilio in Sud-Africa, è tornato in Egitto durante la Primavera araba. Mentre si trovava negli Stati Uniti, è stato emesso in Egitto un mandato di arresto contro di lui per incitazione alla violenza durante gli scontri del 9 ottobre 2011, quando le forze dell’esercito attaccarono una manifestazione di Copti provocando 27 morti e oltre 200 feriti. Alaa Abd El Fatah, che in quell’occasione aveva documentato le violenze dell’esercito e, in quanto musulmano, si era prestato a fare da testimone esterno, scelse di rientrare volontariamente in patria per rispondere alle accuse.

In carcere dal 31 ottobre, è tuttora in attesa di giudizio. Nel frattempo è nato suo figlio, Khaled.

Certo non è letteratura.
D’altronde, quanto sia poroso il concetto di letteratura, quanto il canone letterario muti, si ampli, e si restringa, si sa. E pochi forse espungerebbero dal canone letterario le Lettere di condannati a morte della resistenza. E si sa quanto persino nelle forme più basse della comunicazione si riassorbano e riadattino, e riattualizzino, modelli letterari alti.
Poco importa, comunque.
Letteratura non è mai solo letteratura, anche quando non ambisca a essere la bonne aventure  éparse au vent crispé du matin, perché è tutto il resto a essere solo letteratura. 



sabato 3 dicembre 2011

Il miglior anticoncezionale del mondo


Me l'ero perso... 
Raramente sono riuscito a trovare espressa con la stessa chiarezza l'idea che la cultura sia una funzione fondamentale del benessere economico e della civiltà di una nazione.


venerdì 21 ottobre 2011

Sul nozionismo di imparare le poesie a memoria

Primo Levi, in Se questo è un uomo, racconta di quando, durante l’ora di camminata con il francese Pikolo per andare a prendere la zuppa del rancio, cerca di insegnare l’italiano al compagno di campo utilizzando, come sussidiario mnemonico, il canto di Ulisse. Il brano dantesco affiora alla memoria di Primo a frammenti, come rottami di un naufragio di un’intera civiltà. Ricordare il canto di Ulisse, nella sua lettura vagamente post-romantica, significa rifiutare l’abbrutimento di Auschwitz, rivendicare la propria dignità umana. Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca: Considerate la vostra semenza: / Fatti non foste a viver come bruti, / Ma per seguir virtute e conoscenza. [] Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle. [...] Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo “come altrui piacque”, prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…
Pochi anni prima, il 27 dicembre 1938, ma molti kilometri più a est, durante le purghe staliniane moriva nel campo di transito di Vtoraja rečka, sulla strada per la Kolyma, Osip Mandel’štam, uno dei più grandi poeti del Novecento. Mandel’štam fu trasfigurato in mito, e già Erenburg nelle sue memorie riferisce della notizia, circolata nei gulag, di un poeta che, la sera, vicino al fuoco, consolava i suoi compagni di tragedia con le sue traduzioni di Petrarca.

Voi, strappandomi i mari, la rincorsa, lo slancio
e dando al piede il sostegno di una terra forzata,
che avete escogitato? Un calcolo sagace:
il moto delle labbra non può venire sottratto.
(Osip Mandel’štam, da Cinquanta poesie)

Mandel’štam è stato anche un sorprendente e meraviglioso critico dantesco con la sua Conversazione su Dante, e un passo sembra quasi prefigurare quell’esigenza di poesia che Primo e Osip avrebbero provato: La citazione non è un estratto. La citazione è una cicala. Sua caratteristica è l’impossibilità di tacere. Afferratasi all’aria, non la molla più. L’erudizione è ben lontana dal coincidere con la tastiera rammemorativa che costituisce appunto la sostanza della cultura.

Nello stesso torno di anni, e solo in un altro risvolto della stessa tragedia. Friedrich Ohly, grande filologo, ufficiale tedesco durante la seconda guerra mondiale rimase in un campo di prigionia sovietico fino al 1953. Qui sfruttò “pezzi di carta rozza e grossolana, preziosi resti di vecchi sacchi di cemento, a volte leggero legno raschiato con pazienza o minuscoli bianchi cartoncini, i vuoti nocchini srotolati delle sigarette russe”, come pagine per appunti, frammenti di versi, riemersioni, traduzioni, Goethe e Dante, Lancelot e Parzival. Ohly, non a caso, è autore di un meraviglioso saggio, Annotazioni di un filologo sulla memoria, una lungo sguardo su epoche e letterature, incentrato proprio sul tema del ricordo, dell’oblio, della malinconia, della lunga catena di labbra che, nel dolore o nello stupore, sussurrano gli stessi versi. Questo studio del topos del bisogno di essere ricordato, però, ha uno degli incipit più sorprendenti e lievi e dolorosi che ci si possa attendere da un saggio di critica. La paura di un bambino di essere abbandonato.

Nell’uomo il bisogno d’amore e d’amicizia è tanto profondamente radicato che egli, privato di tali sentimenti, intristisce. Sopporta anche grandi lontananze e lunghe separazioni senza paura di perderli, se sostenuto dalla sicurezza d’essere ricordato da chi è lontano. Il timore primordiale di venir dimenticati non esiste solo nell’infanzia, e il fatto che ad un individuo, da bambino, sia stata instillata una profonda fiducia d’essere conservato nell’altrui memoria, che valga a controbilanciare tale timore, può decidere della sua felicità o infelicità. Tra le preghiere più commoventi, il «non dimenticarti di me» – scaturisca esso da fiducia o da inquietudine incipiente – costituisce, piuttosto a livello inconscio che non a quello cosciente, la molla silenziosa dei nostri moti verso gli altri. Ciò vale anche per una parte del desiderio proprio dell’uomo di lasciare alcunché di duraturo che lo ricordi: prodotti del suo spirito e delle sue mani, costruzioni e libri, opere d’arte. [...] Sono le opere a scolpire il nome dei loro creatori nella memoria della storia. L’aspirazione a sopravvivere nel ricordo di un erede è propria dell’uomo e va riconosciuta come tratto distintivo umano. (da Geometria e memoria. Lettera e allegioria nel Medioevo)

lunedì 3 ottobre 2011

Franz Kafka

"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi."

mercoledì 3 agosto 2011

Agosto, andiamo, è tempo di migrare.

Estate.
Si va in vacanza.
Sacco in spalla; guida degli ostelli; un libro per le lunghe ore in corriera.

Buona visione, e buona lettura.

Dai, anche i giornali in agosto raschiano il fondo del barile...

martedì 24 maggio 2011

Pensieri della libreria

Dietro le nevi incede,
domenica, dietro fiondando il porto,
il Deutschland; e così il cielo si mantiene,
ché ostile è l’aria infinita,
e il mare scaglie di silice, nero-dorsuto nel colpo regolare,
fisso Est-Nord-Est, nel quarto maledetto, il vento;
rigida, bianco-ardente, attorta in turbine la neve
rotea verso gli abissi culla di vedove, bara di figli e padri.

Fu spinto nel buio sottovento,
urtò – non un banco o uno scoglio
ma le creste di una nebulosa di sabbia: la notte lo trascinò
a morte su Kentish Knock;
e squarciò la secca con la prua e il corso della chiglia:
le ondate rotolavano da un fianco all’altro con urto devastante;
e da vele e bussola, elica e timone
inutili per sempre a spingerlo o a guidarlo, ora era oppresso.

(Gerard Manley Hopkins, Il naufragio del Deutschland, 13-14, trad. di Rosanna Farinazzo)

La copertina dell’edizione in cui conobbi Il naufragio del Deutschland, capolavoro rivoluzionario di un’epoca vittoriana non in grado di riconoscerlo come tale, aveva un particolare de Il mare di ghiaccio di Friedrich.





Tutto questo, quello scafo sfasciato, mi è tornato in mente vedendo, ahimè, tardi, una locandina di un allestimento parmense di Claudio Parmiggiani (1943), artista anomalo di fama internazionale, che ha attraversato arte povera e arte concettuale, alla ricerca di un’arte materiale che sappia esprimere l’invisibile e il suo trascorrere.




Un'immagine di grande impatto, nella forza maestosa di una nave in secca, sbalzata attraverso un muro, schiacciata nella nicchia, quasi minacciosa, come se fosse la inquietante forma di un qualcosa irrotto da un altro mondo. 


Particolare interessante è che la nave è incagliata su un banco di libri. E il titolo della personale è proprio Naufragio con spettatore; esplicita allusione a un famoso saggio di Blumenberg, il cui sottotitolo recita Paradigma di una metafora dell’esistenza. Il mondo dei libri, come forma del mondo, è sempre presente nell’opera di Parmiggiani. Libri apparenti, ombre di libri, libri che scompaiono, che forse, riaffiorano, trasparenti, silenziosi, confusi.  

Parmiggiani, Polvere

Ho sempre pensato alle librerie di chi non c’è più. Esistono davvero quello librerie, quelle storie di una vita di ricerca e accumuli e scoperte, quando non c’è più chi ha dato loro esistenza soffiando tra le loro pagine l’alito della lettura? 

Parmiggiani, Scultura d'ombra

Naufragi, rimasti senza più nemmeno spettatori.


venerdì 20 maggio 2011

Le parole che non ti ho detto, quelle che ho detto, e quelle che ho letto

Nullum esse librum, in quo non aliquid boni sit. [“Non v’è libro che non contenga qualcosa di buono”.] Così nel libro di favole morali Bestiarum Schola di Pompeo Sarnelli recita il titolo della Lezione XIX (“Mamma formica e la formicuzza”, secondo il sottotitolo).

Una formica vide due mucchi di grano e, cogliendo a volo l’occasione propizia, incaricò sua figlia di trasportare nel formicaio chicchi di uno dei due mucchi per averne cibo in inverno; dell’altro si sarebbe occupata lei stessa. La formicuzza, però dopo aver trasportato un paio di granelli, ritornò dalla madre, mostrandosi pronta a caricarsi sulle spalle i chicchi dell’altro mucchio. La formica se ne stupì e le chiese il perché. “Ho trovato nel mio mucchio – le rispose – un chicco vuoto: perciò, per non sfacchinare inutilmente, ho pensato che la cosa migliore fosse sospendere quel lavoro e venire a darti una mano”. “Che gli dei ti fulminino! – imprecò la madre – per un solo chicco che hai trovato vuoto hai ritenuto, senza pensarci su, che andassero disprezzati tutti gli altri che sono invece pieni di farina e utili alle nostre necessità!”.
La lezione dà una tirata d’orecchi a quei saputelli avventati e superficiali che stroncano su due piedi eccellenti opere letterarie, fondandosi su qualche fortuita citazione mnemonica nemmeno completa in tutte le sue parti, se non addirittura per niente accessibile alla propria ottusa cultura. (trad. A. Iurilli)

La conclusione morale, in realtà, dice qualcosa di ben diverso dal titolo, ed è piuttosto una critica verso chi pontifica senza avere davvero letto un libro, o peggio senza essere riuscito a capirlo. Il titolo rimanda piuttosto a una celebre frase di Plinio il Giovane, dietro la quale mi rifugio spesso: “Non c’è libro tanto brutto che in qualche sua parte non possa giovare” (dicere etiam solebat nullum esse librum tam malum ut non aliqua parte prodesset, Ep. III 5, 10). Allora andrei anche un po’ oltre. Non c’è uomo tanto stupido da cui, ad ascoltarlo, non si possa imparare qualcosa. Mi rifugio spesso dietro anche questa frase; un giorno deciderò se sia confortante, o no.

martedì 17 maggio 2011

Ieri, oggi, domani. Sciarada politico-letteraria.

Si alzava, aggiustava colle due mani la testa e le gambe ingranchite, dava una giravolta per la stanza, e via, pigliava il cappello, via a sciorinare la malinconia all'aria e al sole di piazza Castello, a cercare una salutare distrazione alle baracche del Tivoli*, dove si mostrano le più grandi meraviglie dell'universo. Le piante vestivano il primo verde. Sull'orlo dei viali, ancora umidi e freschi, cresceva un'erba tenera, che faceva piacere al cuore, come se quel poco verde, serpeggiante nell'arido anfiteatro di una grande città tutta polvere e sassi, fosse un ricordo della buona madre natura, che comincia fuori dei bastioni. Nello sfondo nitido di piazza d'Armi** spiccava l'arco della Pace, co' suoi cavalli neri sul marmo bianco, e dietro l'arco uscivano le cime nevose delle prealpi lontane e del Monte Rosa, che nei giorni asciutti si rivela ai milanesi come l'idea un po' confusa d'un mondo migliore. (Emilio De Marchi, Demetrio Pianelli, III 7)


* L'area a est e sud dell'Arena, nell'Ottocento zona malfamata spesso occupata da teatri improvvisati e mercati delle pulci.
** La zona attualmente occupata dal Parco Sempione, ma originariamente adibita alle esercitazioni militari delle truppe acquartierate al Castello Sforzesco.

venerdì 6 maggio 2011

Una breve, brevissima pausa

Un ricercatore a Oslo deve avere notevoli vantaggi su uno in Italia; almeno uno è facilmente intuibile, un altro deve essere che, durante i consigli di Facoltà, giunto al punto 15 dell’Ordine del giorno, prossimo all'asfissia, alza lo sguardo e vede tre giganteschi capolavori di Munch: Il sole, La storia e Alma mater. L’artista, dopo aver vinto una commissione pubblica per la decorazione dell’Aula magna dell'Ateneo, consegnò definitivamente le sue tre grandi tele nel 1916.

In particolare Alma mater merita qualche osservazione; si tratta di una tela colossale (m 4.80 x 11.5), il cui titolo è particolarmente significativo sia come sinonimo di università in sé, sia per il suo riferimento alla scienza stessa, alla sua funzione naturale. In realtà, esistono due copie di questa tela; una è esposta là dove era destinata, l’altra (nota come I ricercatori / Alma Mater) si trova al Munch Museet, e ne é una prima stesura. Al centro una figura femminile allattante, una sorta di Grande Madre atavica, primordiale, salda e benigna. 

Alla sua sinistra, un giovane insegna a un bambino, simbolo della trasmissione del sapere; alla sua destra alcuni bambini ne osservano un altro che disegna sulla sabbia (e quanti grandi insegnamenti e figure geometriche e scoperte e parole la storia ci racconta che siano stati affidati alla sabbia); due altri bambini si affiancano a lei, quasi cercandone il contatto e la forza; più sullo sfondo, sulla riva del fiordo, tra bambini guardano verso la costa dall’altra parte, all’infinito nascosto eppure coglibile nell'esile ombra del profilo dei monti; tutto in una natura esattamente speculare, le acque e il bosco, spirito e materia, fluido e solido, e la Madre si pone là dove si incontrano. Come se la scienza fosse nutrice, ma a sua volta anche nascesse da un bisogno primigenio, da una forza naturale nascosta. Un’immagine che suscita una grande serenità, inattesa in Munch.

La tela effettivamente esposta all’Università, però, pur mantenendo la sinopia della precedente, muta profondamente.

I bambini diminuiscono, scompare la figura del giovane, si perde l’elemento della tradizione del sapere, e scompare ogni figura umana alla destra della donna. Saranno i colori più acri e freddi, o la vegetazione che si fa più nordica, o le rocce che compaiono sulla sabbia dove prima giocavano i bambini, o ancora la costa opposta che si alza oltre il fiordo a danno proprio dell’acqua che si fa ora una striscia sottile e più fredda e come soffocata dalla lingua di terra inarcata alle spalle della Mater, però mi sembra che in questa versione sfumi l’incanto di quella precedente, l’impressione di piacere dello studio e dell’avventura di una scoperta comune, e lo scenario si chiuda e incupisca, perdendo in prospettive e promessa.

Vale però ricordare che lo stesso Munch, ancora a distanza di decenni, cercò di far collocare nell’Aula magna dell’Università di Oslo proprio la prima, forse più serena, forse più iconograficamente incisiva, versione.

mercoledì 4 maggio 2011

A mo' di augurio, oggi



La pietra e l'acciarino

La pietra, essendo battuta dall'acciariuolo del foco, forte si maravigliò, e con rigida voce disse a quello: che presunzion ti move a darmi fatica? Non mi dare affanno, che tu m'hai colto in iscambio, io che non dispiacei mai a nessuno. Al quale l'accaiarolo rispose: se starai paziente, vederai che maraviglioso frutto uscirà di te. Alle quale parole la pietra, datosi pace, con pazienza stette forte al martire, e vide di sé nascere il maraviglioso foco, il quale, colla sua virtù, oprava in infinite cose. 
Detta per quelli i quali spaventano ne' prencipi delli studi, e poi che a loro medesimi si dispongano potere comandare, e dare con pazienza opera continua a essi studi, di quelli si vede resultare cose di maravigliosa dimostrazione.
(Leonardo da Vinci, da Favole, Novellette e Bizzarrie)


Le cose belle finiscono. Ma almeno questa lo fu. Grazie.

giovedì 31 marzo 2011

Sesso tra i B4

Il titolo è il tributo a una sceneggiatura artistica (mai realizzata) di un amico, noto studioso della lirica di anonimi ferraresi quattrocenteschi. Io mi limito a dire che certe epifanie avvengono. 
Anche quando di calcio non capisce nulla; anche se, magari, sulla moto nemmeno sa salire.

domenica 6 marzo 2011

Tra quei monti azzurri e le vaste californie selve

Poiché oggi è un giorno un po’ speciale, un post che c’entra poco con l’impostazione generale del blog.

Nell’anconitano dominava un’antica razza di asini; bestie come quella terra, bestie contadine e testarde, umbratili, imprevedibili. Stupide e rozze, forse. L’asino marchiano, e la stupidità marchiana. Eccoli lì, quelli della Marca di Ancona, i Marchiani. Quelli dell’errore marchiano, quelli che fanno cose stupide rozze, grossolane, sciocche. Gli unici tra tutti i popoli della penisola abbiano fatto dono di sé e della propria natura al vocabolario nazionale. E nel suo, il buon Tommaseo, che veniva dall’altra sponda d’Adriatico, ricordava che i Marchigiani sono “tenuti in concetto di semplici, e da dirne e da farne le grosse”.

Annibal Caro, che era sì di Civitanova Marche, ma tutto fuorché stupido era, dava lazzica scherzando nelle sue bellissime e divertentissime Lettere familiari proprio sulla sua origine: Ora a tutto quello che voi possiate aver detto, e ne la latina lettera e ne la volgare, e che mi possiate ancor dir ne l’ebrea che minacciate di scrivermi, rispondo a la marchiana ch’io vi posso far molte cerimonie intorno. Il buon Caro, che si permetteva tra una cosa e l’altra di rivoluzionare letteratura e lingua italiana con la sua traduzione dell’Eneide, si schermisce di fronte alle lettere “latine” ed “ebraiche” e risponderà solo alla “marchigiana”, alla buona, rozzamente.

Meglio non passare per un marchigiano, per un grezzolone gaggiotto, dice in un’altra lettera il Caro; e quindi fare ciò che i marchigiani non fanno, rispondere compiutamente alle lettere: Se vi rispondo ora così horrevolmente, come vedete, lo fo questa prima volta per vendicarmi in parte con questo assassino de lo scrivere, per farne piacere a voi, del quale sono innamorato a dispetto de la vostra barba, e perché voi non mi tegnate per un marchiano a fatto.

Ma l’asino marchigiano, a lui, non l’ammazza nessuno quando è tra le sue colline. Poi ogni tanto tra un greppo e la riva nascono marchigiani strani, di fugace, ignuda felicità. Ma questo è tutt’altro discorso.


PS. Alcune parole saranno incomprensibili a nord del Foglia, tra persone civili.

mercoledì 2 marzo 2011

Giovanili errori, senili errori, e il morbo di Hansen

Giustizia è fatta. Enrico Fenzi non parteciperà al convegno genovese “Petrarca tra Genova e Venezia”  che si sarebbe tenuto in via Balbi 4, sede dove Enrico Fenzi fece lezione fino al 1981, quando fu arrestato per adesione alle Brigate Rosse. L'Associazione italiana vittime del terrorismo si indigna: “Ci sembra incredibile che l’Università di Genova abbia invitato proprio Enrico Fenzi a tornare come docente nelle aule di via Balbi 4, dove questi, negli anni ’70, predicava ed incitava alla lotta armata e dove fu protagonista della colonna genovese delle Brigate Rosse”. Il presidente della Provincia si sdegna e condanna “chi ha voluto questa iniziativa”.
Il Il Rettore Giacomo Deferrari, dopo aver appreso dai giornali della partecipazione di Fenzi al convegno, decide che non porterà i saluti inaugurali e toglierà il patrocinio, perché la presenza dell’ex-terrorista “può apparire una offesa alle vittime del terrorismo”.
Il tutto scaturisce da un articolo, sempre di Repubblica, dal titolo “Il professore ex brigatista torna in cattedra a Balbi 4”. Perché, Fenzi, si rivela, parteciperà “non certo da imbucato” al convegno petrarchesco; un convegno aperto dal rettore, e poi i saluti del Preside, e di due direttori di dipartimento.

Uno si deve fermare un attimo perché il mondo gli gira attorno. Enrico Fenzi, dunque... Quale Enrico Fenzi? Quel Fenzi, uno dei più grandi studiosi di Petrarca al mondo? Ah, quel Fenzi. E, aspetta, un convegno è ciò che intendo io?

Perché allora chiariamo un po’ di cose.

Fenzi non ha mai sparato; ha partecipato a un gruppo di fuoco, ma non ha mai sparato. Ma questo in fondo non conta; sono d’accordo anch’io che ci siano responsabilità morali più gravi delle materiali.
Che Fenzi abbia predicato e incitato alla lotta armata, ehm, questo no; poi ognuno si può fare l’idea che vuole sul personaggio, ma insomma...
Ah, che Fenzi fosse l’ideologo delle BR, neanche. In genere un ideologo sta all’inizio, nel 1970, non entra nel 1979. Peraltro, chi aveva mai sentito il nome Fenzi? Appunto. Perché in realtà Fenzi è stato nelle BR una figura di secondo piano; quasi tragicamente divertente l’episodio in cui, dopo l’arresto, declina le sue generalità alla polizia che crede di avere arrestato Savasta: “E questo chi cazzo è”.
E Fenzi, credo, “discrezione e misura” credo che l’abbia dimostrata. Non scrive sui giornali. Non partecipa al dibattito socio-politico-intellettuale. Tace, e scrive su Petrarca.

Ma questo non c’entra. Voglio estremizzare; non c’entrerebbe nulla anche se fosse tutto vero, che abbia sparato, predicato, ideologizzato. Potrebbe esserci indignazione morale, sì, senz’altro, ma non c’entrerebbe. Però mi serviva per rilevare qualche faciloneria ad effetto.

Perché di frasi a effetto, ce ne sono diverse. L’ex-Br Fenzi “torna in cattedra”? No, partecipa a un convegno. L’Università di Genova “onora” Fenzi? No, partecipa a un convegno. L’Università di Genova concede a Fenzi l’aula in cui arringava alla rivoluzione? No, il convegno si svolge al numero civico in cui insegnava.

Andare in cattedra vuol dire tenere un corso di un semestre a degli studenti. Partecipare a un convegno vuol dire ritrovarsi in una ventina, a volte meno, di esperti internazionali a dibattere su un argomento. Tra adulti. Tra esperti. Non un docente a qualcuno che deve imparare; un relatore tra qualcuno che discuterà con lui.

E Fenzi, i convegni a cui ha partecipato, non saprei contarli. E in più di uno l’ho incontrato. Perché Fenzi, lo ripeto, è uno dei più grandi studiosi di Petrarca al mondo. E forse qualcosa da dire su Petrarca a Genova, il genovese Fenzi aveva.

E Deferrari non avrebbe “santificato” il ritorno di Fenzi in cattedra, come osserva l’articolo. Perché non c’è ritorno in cattedra. E perché in tutto il mondo il Rettore apre un convegno che abbia un minimo di ambizione. E poi in ordine gerarchico, il Preside, il Direttore di Dipartimento. Mera glossa: e davvero non ho dubbi che il Rettore abbia appreso della presenza di Fenzi dai giornali. Davvero. Basta conoscere un po’ il mondo universitario per sapere che è verissimo.

Posso capire la rabbia dell’Associazione italiana vittime del terrorismo. Però noto che tutti e quattro gli articoli, tutti e quattro, hanno la data 2 marzo. Articolo di Repubblica che comunica la partecipazione di Fenzi; indignazione dell’Associazione; lettera dell’Associazione; articolo di Repubblica sulla lettera dell’Associazione; notifica al rettore della lettera all’Associazione; decisione rettorale di ritirare il patrocinio; articolo di Repubblica sulla decisione rettorale di ritirare il patrocinio; decisione degli organizzatori di annullare il convegno; articolo di Repubblica sulla decisione degli organizzatori di annullare il convegno.

Ehi, fermi un attimo. Tutto il 2 marzo. Fermi tutti un attimo, facciamo sbollire rabbia e indignazione, anche quelle a cui si ha tutto il diritto, e aspettiamo un attimo.

Posso capire la rabbia dell’Associazione italiana vittime del terrorismo. Non capisco l’articolo di Repubblica. Non capisco un articolo che dipinge una scena in cui l’ex-ideologo Cattivo Maestro che tanti ragazzi ha spinto al Terrorismo torna trionfale in cattedra, davanti a folle di studenti ignari e plaudenti, salutato gioiosamente dal Rettore gongolante per il ritorno tra gli scranni del delitto. Non capisco il collega che, anonimamente, ha fatto arrivare la notizia a Repubblica. Non capisco il Rettore. Capisco le difficoltà di un Rettore. Non capisco perché non abbia detto, semplicemente, Signori, ma questo è un convegno scientifico.

Fenzi studia la letteratura. Se Fenzi fosse stato un medico, un medico di fama internazionale, e fosse stato invitato a parlare a un convegno di medicina, che so, proprio sul morbo di Hansen. E avesse portato i risultati di uno studio fondamentale per la sconfitta definitiva di tale morbo. Non saremmo tutti un po’ straniti se ci venisse detto che Fenzi non deve partecipare? Signori, ma questo è un convegno scientifico.

Ma Fenzi studia la letteratura. 

martedì 11 gennaio 2011

A Urbino c’era l’aria buona

Poiché oggi è un giorno per me un po’ particolare, è tempo, in questa categoria Osservazioni oubique, di un’osservazione senz’altro oubiqua e personale, legata alla mia vita di là dal Foglia.
Ludovico Agostini, strambo intellettuale pesarese, radice quadra di ideologo controriformistico, nel suo dialogo L’Infinito (1593) rilegge l’ormai tramontato eden della Urbino del Cortegiano riproponendolo secondo un’utopia politica retriva e ottimatizia. Ne riporto la descrizione teofrastico-paesaggistica perché mi ha fatto sorridere pensando a una frase che udivo spesso.

Non vi mancando quivi [a Urbino] cosa che si desideri – in particolare sul promontorio di Focara, a nord di Pesaro – non vagaremo altrove per cercar miglior sito di quello ov’al presente ci troviamo. [...] L’aria di questi paesi suole per natura produrre uomini temperati ne’ vizi, docili in ogni sorte di scienza, forti nella guerra, civili nella pace, amici d’ogni uomo, nimici di niuno e per longa abitudine così bene avezzi all’obedienza, ch’i prencipi loro si son sempre così bene di loro gloriati, com’essi fatti gloriosi del principato e reggimento di quelli, fra tutt’i prencipi dell’universo tutto esempi singolarissimi di religione e di giustizia.

L’aria buona, dunque. Persone temperate, civili, amanti del sapere. Peccato che il pesarese e temperato Agostini dovette lasciare l’università di Padova perché uccise un compagno. Pazienza, dai, la costanza e l’equilibrio verranno con l’età, magari quando il pesarese Agostini, nella sua opera maggiore, le Giornate Soriane ambientate nella villa roveresca di Soria, dalle parti della baia Flaminia, perché chi gode dell’aria buona intenda – inscenerà un dialogo tra personaggi che sono ipostasi esplicite di aspetti del suo carattere: lo Stupido, lo Sventato, l’Opposito, il Volubile, il Confuso, il Vano.

venerdì 24 dicembre 2010

Un uomo tabù

Avevo cominciato a preparare questo post con l’intenzione di sfogare un po’ di iroso scherno sulle ben note pubblicità con cui Alfonso Luigi Marra e sua figlia Caterina presentano La storia di Giovanni e Margherita. Il modo di formazione del pensiero, (1986, ripubblicato più volte, l’ultima nel 2009) e Manuela Arcuri Il labirinto femminile (2010). Piccole perle di grafica, recitazione, dizione, testualità, sceneggiatura, comunicazione. E un’occhiata a IBS non ha fatto che inasprire umori e ripugnanze. L’unico commento per il primo? «Un libro bellissimo. La storia di ognuno di noi per divulgare una scoperta. Una bellezza struggente. Un libro tabù di un uomo tabù. Il tutto sullo sfondo di una psicosi straordinariamente narrata. Cambiare è difficile perfino quando conviene.» Non occorre nemmeno una sinossi per capire chi sia l’autore del commento. La descrizione del secondo? «Un epistolario d’amore in sms imprevedibile, struggente, tra Luisa, giovane avvocatessa, e Paolo, il titolare del grande studio legale in cui lavora, che ha il doppio dei suoi anni ma è un genio interdetto a prendere in considerazione qualsiasi limite. 272 pagine di epistolario seguite da 78 di una straordinaria analisi per contribuire a liberare la coppia e la società dal dramma universale della concezione strategicoprevaricatoria dell'amore e delle relazioni umane in generale.» E figuratevi quando, per La storia, ho trovato, nella sua scheda personale su Macrolibrarsi, un’asserzione come «Una teoria che non ha bisogno di verifiche perché scritta in stile “autodimostrativo”, cioé dimostrata dalle parole stesse con le quali è svolta, ovvero assolutamente ovvia e formulata in maniera lucidissima». Arroganza delirante? Assolutamente no, come dimostra, questo altro stralcio: «Libri e documenti leggendo i quali, fra le tante sorprese, ci si accorge ad un certo punto che l’arte di cui le pagine sono pervase in una varietà di stili stupefacenti per bellezza e contenuti non è mai il suo obiettivo, ma solo lo strumento usato per condurre il lettore vittorioso attraverso le tematiche più complesse dello scibile senza quasi rendersene conto».

Qualche dubbio ho cominciato ad averlo leggendo le sue scuse all'Arcuri, che pochi probabilmente hanno letto per esteso. Un testo in cui è davvero difficile capire qualcosa (il silenzio che finalmente si è rotto, è quello dell’infame boicottaggio dopo il primo suo libro, o quello sacrale che, al parlamento europeo, lo accoglieva, lui solo, e non concesso nemmeno a Cristo sceso dalla croce, e che poi è lo stesso delle liriche albe venatorie sui monti della Sila?; e che accidenti è successo a Roma nell’anno zero?; chi ha paura di essere decifrata?). In realtà mi è stato difficile non provare un certo disagio, leggendo una frase come «Tu però stai tranquilla: dalla mia sella, quando – ormai in breve – tornerò dalla caccia nella ‘selva’ questa volta orrida della confusione e del malessere nei quali è precipitata la società, penderanno appese per i capelli le teste, non certo degli stupidi e dei pazzi, ma della stupidità e della pazzia che li tormentano». E ti passa la voglia di ridere quando leggi questa raccomandazione all’Arcuri: «Né ti consiglierei di cercare tu di affrontarli, convincerli o cambiarli perché è troppo difficile, oltre che pericoloso, visto che, se non è bastata a cambiarli la convenienza che avrebbero a diventare migliori, è segno ci vuole uno sforzo al quale ciascuno può contribuire, ma che solo io sono obbligato a fare perché – non è supponenza, ma un amaro dato – sono purtroppo l’unico uomo che abbia fin qui conosciuto ad avere una visione autenticamente politica e pubblica del suo essere».

Allora, concludo con una citazione da La storia di Giovanni e Margherita, estrapolata dal sito personale. E, con molta tristezza, mi affido a essa come riflessione sulla solitudine e sulla letteratura come palcoscenico del malessere.

L’incapacità di modulare l’egoismo, che non giova all’egoista, e che dunque si configura come un’impotenza di opere, è causata da un incidente dello sviluppo. Questo incidente dello sviluppo può essere capito e risolto se studiato alla luce delle regole del contesto. L’impotente di opere, a causa della sua impotenza a contribuire alla vita degli altri, viene negato, e quindi, in seguito alla negazione degli altri, cade in preda al malessere della pazzia. Se il malessere è di modesta entità la pazzia è parziale. Se il malessere è invece di grande entità la pazzia è più grave fino a poter essere totale. I concetti di egoismo e pazzia si sovrappongono totalmente, infatti: egoismo = desiderio di affermare se stessi senza le opere = malessere per la negazione degli altri = pazzia. Diventerà pazzo in sostanza colui che, a causa della sua impotenza di opere (egoismo), tenterà di imporre agli altri il suo esserci ed essere riconosciuto e, vedendo frustrati i suoi tentativi, continuerà a cercare di esercitare il suo vantato diritto attraverso comportamenti che, per l’aumentare del suo malessere, saranno sempre meno adatti a fargli ottenere quello che vuole. Fino a quando, a causa della negazione degli altri, che non cesserà fino a quando non cesserà il suo egoismo, adotterà forme comportamentali nelle quali è assente il contributo alla vita altrui, per cui, negato da tutti e più duramente, cadrà nella pazzia.

NB: tengo a precisare che nei testi di A.L. Marra, o comunque a lui pertinenti, non ho toccato una virgola.