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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.
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domenica 12 febbraio 2012

Le turbe di Dewey

Sophie Divry, La custode dei libri [2010], Torino, Einaudi, 2012

Quando cominciai a progettare questo blog, tra le categorie a cui avevo pensato, c’era la Collana Cinque fermate, pensata per libri lievi lievi, di quelli che si possono leggere sui mezzi e interrompere in continuazione. Un divertissement, lo definisce la dedica. E di sicuro, le pretese molto oltre non vanno.

Lo strillo della quarta di copertina:”Dal sottosuolo di una biblioteca di provincia, la storia di un’anima ferita dalla vita e dagli uomini”; diciamo che dà subito l’idea dell’immagine che negli uffici Einaudi hanno deciso di dare al libro, qualcosa tipo “Donne che sbattono contro le porte delle biblioteche”.

Personalmente ho trovato qualcosa di ben diverso in questo monologo che, nelle due ore che precedono la riapertura mattutina, una non troppo colta bibliotecaria, frustrata e un po’ appassita, ossessiva e pantafobica, riversa su un malcapitato rimasto chiuso nella biblioteca. Per questa cultrice del sistema Dewey, pronta a citarne la classe per qualsiasi argomento di conversazione (Che angoscia la Prima guerra mondiale, che regressione, la classe 944.855), questa vestale di Eugène Morel e delle sue idee di riforma delle biblioteche, la biblioteca è davvero immagine di un mondo gerarchico e organizzato: alla piramide che dal direttore porta alle api operaie dei depositi, corrisponde quella delle classi Dewey, dall’aristocrazia di corte della letteratura francese e della storia al proletariato delle guide di viaggio e dei manuali per la compilazione dei curriculum vitae. Tutto squadernando idiosincrasie, manie e insofferenze: contro il rumore, la cultura di massa, le biblioteche ridotte a mediateca dove imperano i dvd, gli instant-book.

In realtà le parole della nostra bibliotecaria, in tutta la loro voluta caoticità, sono una riflessione, in certi punti davvero stimolante, sul concetto di biblioteca, i suoi modelli, la sua funzione, la sua identità: i pazzi che vi albergano, i poveri che vi si rifugiano alla ricerca del caldo, i libri in vista, i pensionati della solitudine, i figli del sostegno scolastico che entrano protervamente timidi per la prima volta in biblioteca, e allora gli spazi di lettura, i libri in vista.

E in fondo, in ballo, forse è la stesso concetto di cultura. E noi lettori, alla fine, non ne usciamo bene. Leggere è un pretesto. Una messinscena. La gente viene qui a cercare qualcosa a cui aggrapparsi. La biblioteca è il cuore stesso della Grande Consolazione, là dove ci si rifugia per la disperazione. E forse, tra amore e odio, non c’è troppa differenza. E non c’è troppa differenza sulle ragioni per cui si legge e per cui si scrive, tra Maupassant e la nostra bibliotecaria che pensa ai dorsi dei libri come a natiche maschili. La biblioteca, non c’è posto in cui ci si senta più miserabili.

È confortante sapere che si tratta solo di un divertissement.

lunedì 23 gennaio 2012

Dove sono i miei libri di ieri?

Stefan Zweig, Mendel dei libri [1976], Milano, Adelphi, 2008

Tragico cantore del “mondo di ieri”, della Austria Felix che ne era l’ipostasi, e di quei valori che vi si incarnavano, Stefan Zweig si suicidò dall’altro lato dell’oceano, in fuga dal Nazismo e da un mondo che rappresentava la negazione di tutto ciò che per Zweig erano civiltà e cultura. E su una nave diretta verso un esilio americano è ambientato il suo ultimo, e forse più famoso romanzo: isolati nel nulla della acque, da parte opposta di una scacchiera, emblema della lotta, si affrontano due uomini opposti e non conciliabili, e a soccombere sarà colui per il quale gli scacchi sono l’assoluto astratto, l’essenza e ragione di vita, la concentrazione abissale, la sofferenza, l’immagine stessa della dignità.

Anche in questo breve, brevissimo, racconto (cinquantatre pagine nel formato della “Biblioteca minima” adelphiana), incontriamo un personaggio astratto, totalitario, ossessivo. Ci arriviamo attraverso un preambolo lungo, forse apparentemente, fastidiosamente lungo: quell’io narrante che trova rifugio in un caffè viennese e si intestardisce a rievocare il remoto ricordo di una precedente visita. Pagine forse un po’ lunghe, sì, e che pure vogliono essere il tributo alla memoria, alla sua dolorosa labilità, alla stessa colpa dell’oblio di ciò che fu. Un tributo a quel tavolo che era tutto il mondo di Jacob Mendel, quel piccolo rivendugliolo galiziano che, per l’ancora giovane io narrante che entrava nella vita, fu simbolo della concentrazione assoluta, che rende tali l’artista e lo studioso, il vero saggio e il perfetto monomane, la tragica ventura e sventura della piena possessione.

Jacob Mendel non leggeva i suoi libri; li vendeva; ma soprattutto leggeva cataloghi e repertori, e da lì si formava il suo mondo: per lui tutti i fenomeni dell’esistenza acquistavano realtà solo dopo la fusione in caratteri da stampa. Una memoria prodigiosa, una concentrazione assoluta, portavano ogni riga letta a essere integrata nel mondo, e mai più rimossa. Jacob Mendel, giunto a Vienna da un shtetl per studiare alla scuola talmudica, valuta i libri secondo un rituale religioso, e legge ondeggiando come un giunco, come un vecchio ebreo nel shokelin, così come prescrive la Bibbia: “tutte le mie ossa canteranno le tue lodi”. E forse anche con quell’ondeggiare che è proprio degli autistici, ninna nanna e rassicurazione.

Ma un giorno scoppia la Grande Guerra. E Jacob non si chiama Jacob, ma Jainkeff, ed è nato a Petrikau, oltre confine. Quest’uomo, che ricorda ogni frontespizio anche solo intravisto, ogni xilografia menzionata in un catalogo, ogni prezzo di asta, non sa nulla della guerra. Per lui c’era solo l’eterno sapere e voler sempre più sapere. Un giorno – mentre Zweig alza il suo lamento sull’abbrutimento e la miseria intellettuale germinati nelle guerre – Jacob Mendel cederà di schianto anche lui, come lo scacchista de la Novella degli scacchi, alla ferocia cieca delle nuove leggi del nuovo mondo.

Il finale, nella sua facilità, ha la dolcezza confortante di un’epigrafe: i libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio.

giovedì 6 ottobre 2011

“Una notte d’amore è un libro letto in meno” (Balzac)

Storie di libri. Amati, misteriosi, maledetti, a cura di G. Casalegno, Torino, Einaudi, 2011

In un episodio spesso citato de Il grande Gatsby, un personaggio, “con enormi occhiali simili a occhi di gufo”, ammira la biblioteca di James Gatz. Non solo i libri sono autentici, e non “di un bel cartone pesante” come aveva sospettato, ma lì, con buon gusto, intelligenza e senso scenico, si incarna al meglio il prodigio della costruzione del sé, di auto-rappresentazione, di quel vecchio figlio di pezzenti venuto giù dal North Dakota. “Che accuratezza! Che realismo! Sapeva anche quando fermarsi  - non ha tagliato le pagine.”

La bibliomania è una strana malattia, a cui anche D’Alembert ha dedicato una voce sull’Enciclopedia; che cosa spinga un uomo a raccogliere libri, resta un mistero.  Certo è che bisogna mettere le mani sui cinque mostruosi volumi pubblicati da Picot nel 1884 contenenti il “catalogo”  della biblioteca di James Rothschild per conoscere il senso della vertigine. Con buona pace di Tommaso d’Aquino, che diceva di temere l’uomo di un unico libro. Chi ne legge troppi, dovrebbe piuttosto guardarsi da se stesso.

Bibliomania e lettura spasmodica non hanno nulla in comune; il bibliofilo compulsivo non legge i suoi preziosi libri per non rovinarli; il lettore ossessivo, in genere le rarità bibliografiche non se le può permettere, ed è comunque uno straziatore di carta e rilegature e sovracoperte. In comune, però, hanno quell’oggetto, il libro, che gli permette di essere ciò che non è, come un attore sul palcoscenico. E leggere un racconto sui libri, per chi di libri vive, è sempre un po’ come riconoscersi, riconoscere il proprio mondo, i propri territori. A volte vedendoli meravigliosi, a volte contemplandone tutte le brutture.

E l’amore per i libri, concupiti o percorsi, è il tema che fa da collante a questa antologia; dentro un po’ di tutto – come in ogni antologia, anche se forse qui fin troppo – ripartito in sezioni: Libri e delitti; Libri maledetti; Mondi di carta; Bibliomanie; Cacciatori di libri; Il piacere di leggere. Insomma, dal poliziesco di ambito letterario all’horror; dall’apocalittico al racconto di una triste paranoia personale, all’incartapecorirsi di chi legge per non vivere. Anche qualitativamente le differenze sono notevoli, all’interno. Racconti tutto sommato piacevoli, come quelli di Flaubert (dio mio, che cos’ho detto), o il giallo di Chesterton con il solito Padre Brown, che peraltro c’entra davvero poco – nella stessa sezione Libri maledetti – con la meravigliosa Storia del Necronomicon di Lovecraft, che descrive la storia del grimorio maledetto  composto dal pazzo yemenita Alhazred, lo pseudolibro che incuba lo stesso Borges. Altri per i quali è difficile pensare una ragione sufficiente per l’inclusione: da uno stucchevole omicidio a una fiera internazionale del libro femminista, a un D’Annunzio marchettaro che cita repertori bibliografici con la stessa prevedibile eleganza con cui parlerebbe di finimenti equini, a un estenuante Hermann Hesse irritante come sempre.

Alcuni  racconti, però, celano il capolavoro. Il geniale e brevissimo De consolatione philosophiae di Dossi, a incistarsi nell’incapacità di vivere di ogni lettore; la Biblioteca Universale di K. Laßwitz, gioiello matematico-preborgesiano; la Fine del mondo del fine di Julio Cortázar, una genesi inversa in cui gli scriba distruggono il mondo con i loro libri; La fine dei libri di Octave Uzanne che già nel 1895 prevedeva la sostituzione del libro cartaceo con supporti mobili per un testo immateriale, con alcuni tratti della televisione, e altri dell’ebook.

Il personaggio de Il grande Gatsby, al termine ripone la copia dei Lectures di John Lawson Stoddard che aveva usato per dimostrare che si trattava di veri libri. “Se si toglie un libro, tutta la biblioteca crolla.” E crolla tutto un mondo. E tutta la storia di uomini che hanno percorso il proprio cammino costeggiando una sequenza di coste variopinte, infinita perché ci sarà sempre un nuovo libro da collocare un po’ più in là.