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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.
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lunedì 16 maggio 2011

Personaggi in cerca di una spiegazione dall’autore

Paul Auster, Viaggio nello scriptorium [2005], Torino, Einaudi, 2008

Foster Wallace, in uno dei suoi racconti, paventa il rischio che il suo arduo schema narrativo lo trasformi in “uno dei tanti Artisti Cazzari manipolatori pseudo postmoderni che cerca di rimediare a un fiasco ritirandosi in una metadimensione a commentare il fallimento stesso”. E la meta-narrativa sembra proprio essere un giochetto in cui molti scrittori prima o poi cadono, bisogno di virtuosismo che sia, bonaccia creativa o riflessione sulla propria natura. 


Qui è il caso di Paul Auster. E Paul Auster, almeno, lo salva essere Paul Auster. Perché questo Viaggio nello scriptorium è un cimento per formalisti, un compendio del manuale di narratologia. 


In primo luogo, questo romanzo breve è un perfetto esempio di racconto della camera chiusa; sarà mica un caso che il titolo ricordi così da presso il Viaggio intorno alla mia camera [in genere tradotto in inglese con Journey, contro il Travels di Auster] di Xavier de Maistre, quello strano savoiardo che passa di traverso Sette e Ottocento? Quei quarantadue giorni di prigionia in cui l’io narrante, agli arresti per un duello, compie un viaggio, dal letto alla poltrona ai quadri, ritessendo, tra molteplici divagazioni e qualche diletto metanarrativo, la trama della sua vita. “Tutti gl’infelici, i malati e gli annoiati del mondo mi seguano!”. 


Anche il vecchio su cui si apre il Viaggio è recluso – ma lo è davvero, in questo romanzo dell’ambiguità? – in una stanza: il letto, la scrivania, la seggiola, il bagno. Può uscire, non può uscire, da quella stanza? è inchiavardata la porta? con un catenaccio? a scatto? L’uomo non ricorda nulla, chi è, come è finito lì, da quanto, perché, il suo passato. La stanza bianca, lui che deve essere vestito di solo bianco; tutto quel che c’è sono foto di sconosciuti sulla scrivania, e quelle targhette che indicano il nome degli oggetti su cui sono apposte, il tavolo, il letto, il muro, come se fosse un malato di Alzheimer. 


E Mr. Blank è infatti il suo nome, il vuoto, l’assente. La stanza è come un grande palcoscenico di non-essere che solo le etichette adesive definiscono, così come la giornata di Mr. Blank sembra esistere solo perché viene continuamente osservata e auscultata e ripresa da microfoni e fotocamere, e come la sua vita stessa può essere ricostruita solo dagli accenni e dalle domande dei visitatori che a turno entrano nella stanza: Anna Blume, James P. Flood, Farr, e tutti gli altri (sono loro la ciurma di dannati, i senza volto che lo aggrediscono nel sonno?). Tutti sono legati al passato di Mr. Blank, hanno qualcosa da perdonargli, o gli hanno perdonato, mentre al vecchio resta solo il dibattersi tra sensi di colpa indefiniti e il rifiuto di sottostare a vincoli e obblighi della sua imprecisata reclusione. 


In tempi lontani, tutti sono stati inviati da lui in “missione”; qualcuno non è tornato; qualcuno è morto; tutti sono invecchiati. Forse qui il gioco meta-narrativo sarebbe fin troppo scoperto, se non altro perché tutti questi visitatori sono stati personaggi dei precedenti romanzi di Auster; ma qui entra in ballo lo sprofondamento nella mise en abyme. Anzi, nelle. Già, perché qui c’è da far impazzire Lucien Dällenbach con il suo Le récit spéculaire: Contribution à l’etude de la mise en abyme. Sulla scrivania della stanza infatti c’è anche un dattiloscritto di storia alternativa, che parla di una guerra tra la Confederazione e i Primitivi, e di una peste, e una congiura, o forse un’insurrezione, o forse un tradimento e un eroismo di persone inviate “in missione”. E molte pagine del Viaggio sono in realtà costituite dalle pagine del dattiloscritto; abbiamo così un personaggio che legge e vediamo leggere: un personaggio recluso in una cella che legge un romanzo in forma autobiografica scritta da un io narrante, Sigmund Graf, recluso anch’egli in una cella. Di più: un uomo che ha inviato in “missione” i suoi agenti, che legge il resoconto di un uomo che “in missione” è stato inviato. E ancora: il manoscritto è incompleto, e la misteriosa “terapia” a cui è sottoposto il vecchio prevede che tocchi a lui proseguire quel romanzo iniziato e abbandonato da un io narrante recluso. Come recluso era l’io narrante del Viaggio intorno alla mia camera. E forse, anche, le parole con cui Mr. Blank termina il romanzo nel romanzo, La commedia è terminata, ricordano troppo da presso la battuta terminale de I pagliacci, capolavoro del metateatro, per essere un caso. Ma l’avvitamento a frattali non finisce qui: non siamo infatti di fronte a una mera mise-en-abyme ricorsiva, a sprofondamento, come potrebbe sembrare.

Ummagumma dei Pink Floyd (mise-en-abyme ricorsiva)

Barbara Lehman, Self-portrait (mise-en-abyme ricorsiva, impostata sull'infinità riproducibilità)
E nemmeno alla mise-en-abyme estrema e aporetica della scrittura che scrive se stessa, come in una celebre stampa di Escher, ma a qualcosa di più. 


Perché Mr. Blank trova sulla scrivania un altro manoscritto, scritto da Mr. Fanshawe, uno degli inviati in missione dal vecchio molti anni prima, nonché autore di un romanzo in cui compariva proprio uno degli uomini che aveva visitato Mr. Blank nella sua stanza cercando di estirpargli informazioni sul proprio passato e la propria storia. Ciò che il vecchio legge in questo secondo dattiloscritto, ciò che lo leggiamo leggere, la chiave del romanzo, potrà allora – giusto per non svelare tutto – essere espressa solo in un’immagine, nell’avvitamento esterno-interno:

La striscia di Moebius
Un personaggio vive più a lungo di un uomo; così dichiara l’anonimo io narrante e osservante che affiora nell’ultima pagina del romanzo, parte di un misterioso “noi”, carcerieri-autori. Mr. Blank, allora, lo salva essere Mr. Blank. Lo salva quella prigionia immobile e sempre uguale, giorno dopo giorno, riflesso di uno specchio che riflette uno specchio che riflette etc.









Concetti e immagini di questa scheda sono debitori all’amica Alice Bellini. Io ho solo banalizzato e frainteso i suoi studi di Ph.D. a Cambridge

domenica 5 settembre 2010

Tra i Weathermen e la bufera

Paul Auster, Sbarcare il lunario. Cronaca di un iniziale fallimento [1997], Torino, Einaudi, 2010, euro 9


Certo, qualche infastidito pensiero viene sul cinismo editoriale dell’Einaudi nella scelta di ripubblicare questo libretto proprio adesso; e il pensiero inevitabilmente va a quel qualcuno per il quale i travagli del giovane Paul Auster non sono letteratura, ma fatica e paura di ogni giorno. 


Ma queste 117 pagine che si leggono d’un fiato sono ben più che una sezione di autobiografia. Sono quella penosa traccia, sempre più malcerta, che, stretta tra il bisogno/condanna di essere scrittore e la scelta di rifiutare qualsiasi lavoro che impedisca il proprio destino, sembra portare Paul verso il totale fallimento. 


Perché il giovane Paul non ha solo il dono, invero ancora piuttosto nebuloso, della scrittura, ma, molto più concreto ed efficace, anche quello di sgretolare tutto, di perdere le grandi e facili occasioni, di sbagliare a ogni bivio, di fallire. E fallisce come autore teatrale, come ghost-writer di mecenatesse depressoidi, come giallista hard-boiled mainstream blockbuster sempre alle prese con il lato sbagliato del mondo editoriale; straziante poi l’episodio del fallimento come ideatore, disegnatore, auto-rappresentante di Action Baseball, la sua geniale invenzione del gioco del baseball con le carte, questuante di un senso e di pochi soldi, o anche solo di un po’ di rispetto, alla Fiera del Gioco di New York, tra agenti frettolosi ed editori cialtroni o sprezzanti. Tutto fino al disastro totale, alla tentazione di farsi imprenditore di vermi perché così suggerisce la pubblicità sui fiammiferi, alla fine del matrimonio, alla terra brulla e devastata del post. 


Tra peregrinazioni per il mondo e l’immersione negli ambienti lavorativi più improbabili e distanti da quelli di un ebreo newyorkese, Paul Auster trasforma il suo “ritratto dell’artista da albatros esiliato sulla terra” in un affascinante romanzo picaresco tra bettole e petroliere, barboni e infime spogliarelliste, alcolizzati e grottesche figure da atellana. Paul Auster attraversa dieci anni di storia culturale e sociale americana in hoc signo perdes, in una straziante galleria di awful loosers, alcuni dei quali si stagliano indimenticabili, dai brillanti compagni di università entrati nella clandestinità rivoluzionaria e condannati al carcere a vita, all’ottuso tuttofare di bordo che si pulisce i denti con un rituale autistico e straniante perché tale è la volontà di Dio; dall’astro nascente della letteratura americana Harold “Doc” Humes a cui l’LSD regala una nuova carriera di farneticante guru dell’economia, al gallerista d’arte deragliato che camuffa alcool e lezzo compulsando i più arcani lemmi del Bosworth-Toller.


Resta l’affascinante racconto di una vita in cui nulla è andato sprecato e tutto è stato linfa, e di un destino che ha saputo compiersi nel disordine.