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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.

martedì 21 dicembre 2010

Cognomina sunt consequentia rerum. Certi, meglio evitarli.

Io dico che non ci si può più vivere! Et forse ch’e libri son destri et comodi da maneggiare, con quel legare et sciorre, affibbiargli et sfibbiargli o solamente nel dare una soffiata a un codice, quando tu l’apri o una sbattitura, ti empie il naso et la gola di polvere?
E me ne cadde una volta uno di questi libracci sul collo del piede, che mi fece fare un paio di tanie [litanie], intorno a’ Bartoli, Ruini et Baldi!

A.F. Doni, Humori [1550]

sabato 18 dicembre 2010

Sull'anagramma Unico Boss Virile

E torniamo alle nostre care donne. Elle videro in lui il portatore del verbo oltreché del nerbo, il portatore del modello formale del branco o specie, il vessillifero della spaghettifera patria co a' pummarola in coppa, il mastio unico, l'empito spermatoforico della stirpe gloriosa divenuto persona.


Pirgopolinice il glorioso non fu capace di sublimazione dell'amore cioè dell'impulso parallelo all'amore ma solo di priapesca per quanto funesta vantardigia: questa fu la sua atonia o astenia etica, e la sua colpa prima, a parità con l'atonia dell'intelletto.


C.E. Gadda, Eros e Priapo


(credits to LcGllrdn)

giovedì 16 dicembre 2010

Pensierino di questi giorni

Una delle maggiori fortune che possino avere gli uomini è avere occasione di potere mostrare che, a quelle cose che loro fanno per interesse proprio, siano stati mossi per causa di publico bene.


Francesco Guicciardini, Ricordi 142

domenica 12 dicembre 2010

Pensieri prima di entrare in aula

Dottrina delle virtù e fuga dei vizi [1585] di Orazio Rinaldi

Quattro cose allettano un dottore a legger bene: la moltitudine degli scolari, la grandezza del salario, l’acquisto che fa di maggior scienza, e ’l guadagno dell’onore.

Riuscirò ad accontentarmi della prima.

giovedì 9 dicembre 2010

L’uomo che si perse nei frattali del frattempo

Apostolos Doxiadis, Zio Petros e la congettura di Goldbach [1992], Milano, Bompiani, 2009, euro 7

– Ora, sette volte tre fa ventuno. – E come lo sa lei? – Me lo ricordo. Dà sempre ventuno sulla calcolatrice. L’ho controllato innumerevoli volte. – Questo non significa che lo darà sempre, però. – Forse no. Non sono un matematico. Ma vede, i miei risultati sono sempre esatti. (Isaac Asimov, Nove volte sette)

Chi non ha avuto uno zio strambo. A volte la crepa destinata ad allargarsi per tutta la vita. Altre la buffa anomalia che rende meno asfissianti gli incontri di famiglia. Altre ancora, depositario di un segreto che rende meno greve l’inscappabile marchio identitario di un cognome. Nella famiglia Papachristos lo zio Petros è l’ESEMPIO DA EVITARE (tutto maiuscole, proto!), l’ipostasi del fallito, il disprezzato reietto: ma l’io narrante, nipote dell’ignobile e progenie di sana egocentrica arrogante collerica stirpe di imprenditori, deve gestire l’inconciliabile. 


Troppo diverso è lo zio Petros, cortese, gli occhi azzurri gentili, silenzioso e sobrio e solitario, da tutti gli altri parenti, da quella maledizione di indicibile colpa che grava su di lui. L’incipit – quando l’intera biblioteca dello zio è stata ormai affidata alla Società Matematica Ellenica, placando l’orrore che quel poco che si è stati si disperda sui muriccioli – circoscrive la vita di zio Petros tra due date, il 1742 e il 1931; una di quelle vite che non hanno sangue e corpo e date, ma destino e ricerca, oltre il proprio tempo, o finite prima che questo sia scaduto. Destino e ricerca e nevrosi. E dopo l’incipit sarà solo analessi: la scoperta, da parte del nipote adolescente, del segreto nascosto nelle ombre di una vita. 


La vita di un matematico, di un grande genio matematico, che ha sprecato tutto inseguendo l’irraggiungibile, l’ingresso nel pantheon della teoria dei numeri (“simili agli estri miei, ritroverò in esilio, Socrate e Galilei”) attraverso la dimostrazione della congettura di Goldbach. E sarà analessi nell’analessi; il racconto del fallito: la ferita profonda di un addio – la matematica come sublimazione del sesso, doktor Freud! –, la sete di conquistare la forma occulta dell’essere, la compensazione, il bisogno di una gloria che sottragga al disordine dell’oblio, di una donna e della storia, e all’oscurità che sommerge. 


Il ventesimo secolo si apre con i “Problemi di Hilbert”: al Secondo Congresso Internazionale di Matematica risuona la fiducia nella logica della matematica, nella sua piena assiomatizzazione. Wir müssen wissen, wir werden wissen! Nella linea retta e progressiva della matematica formale e del logicismo, nel solco dei Principia mathematica di Russell e Whitehead, si brucia la vita di zio Petros. Una solitudine gremita di sogni, che nulla hanno del Mago dei numeri di Enzesberger, numeri antropizzati, ermafroditi, ombre di simboli dai messaggi assurdi e incomprensibili, figure con gli anni sempre più impaurite e dolorose, fino all’ultimo sogno, l’incubo del 2100, numero immenso che ben più del doppiar de li scacchi si immilla, nella forma di due belle ragazze identiche, con le lentiggini e le iridi scure, e le loro parole che hanno l’odio e la crudeltà di un’amante respinta. 


La giovinezza di zio Petros si consuma inchiodata alla croce ansiosa del metodo in quegli stessi anni feroci della matematica, tra quei geni saturnini e sofferti, a cui Doxiadis (dottore di ricerca in matematica alla University of Columbia) ci guida nel suo recente graphic novel, Logicomix, con la voce narrante proprio di Bertrand Russell. L’ossessione febbrile per quelle somme di due numeri primi che danno un numero pari maggiore di due. 


Fino al 1931. Il crollo di un mondo. E tributo al dolore e alla tragedia di chi solleva il velo di Maya, di chi non ha saputo stare al quia, falena fragile della ricerca, è Alan Turing l’araldo della sconfitta, colui che porta la notizia di un articolo di un giovane matematico viennese comparso nel numero 38 di Monatshefte für Mathematik und Physik. Quel teorema di incompletezza di Gödel (“non meno inquietante della rivelazione di grandezze incommensurabili fatta da Ippaso”, C.B. Boyer) che sconvolge la logica e la vita di zio Petros: il destino è ormai solo un labirinto, e nemmeno più si sa se un’uscita esista. E forse si aspetta invano alle Termopili, Efialte, atteso, non arriverà a tradire perché i Persiani non esistono, mentre gli scudi si ossidano e le lame si ottundono. 


Resta solo il vuoto del naufragio. E incubi sempre più desolati. Fino alla rinuncia. Forse. Non è solo la matematica ad avere un nucleo indecidibile, indistricabile; la storia di un uomo ha una soglia, un passo prima della morte, oltre la quale non si può seguirlo. Sicché Paolo Uccello capì di avere compiuto il miracolo. Ma Donatello non aveva visto altro che un garbuglio di linee (Marcel Schwob, Vite immaginarie).

sabato 4 dicembre 2010

Sangue e rape

Laonde dubbio veruno non è che questo tanto sapere, et cotanta saviezza non altra cosa sia, che una tribulatione, una inquietudine, un rompimento di capo, una perditione del corpo, et de l’anima, et sia quasi una horribile peste de gli infelici mortali. Per lo contrario adunque l’ignoranza è cosa sana, et è veramente l’ignoranza un perpetuo riposo, et dolce quiete de la mente, et non solo è l’ignoranza la vera conservatione del corpo, et de l’animo, ma ancho una gran felicitade de gli huomini, mentre in questo mondo vivono.

Giulio Landi, Oratione in lode dell’ignoranza¸ in Vinegia, [Gualtiero Scoto], 1551, c. 58r

giovedì 2 dicembre 2010

Acque di tenebra

J.G. Ballard, Il mondo sommerso [Deserto d’acqua] [1962], Milano, Feltrinelli, 2005, euro 7.50


l mattino Robert Kerans ammira dalla sua suite al Ritz la laguna che si allarga nel semicerchio della foresta tropicale. Il Ritz di Londra, però. Ballard crea fin dalla prima pagina in pochissimi cenni indiretti un mondo tanto apocalittico quanto fluidamente naturale, immediatamente riconoscibile, evidente. Il calore insopportabile già alle otto del mattino, la foresta di gimnosperme, l’umidità soffocante, le sempre più aggressive iguane, le felci, enormi zanzare anofele e ragni acquatici, le tempeste termiche. Kerans appartiene a un ridottissimo gruppo di militari e scienziati – mentre la popolazione mondiale, quei cinque milioni che ne restano, si è ritirata in Groenlandia e ai Poli – incaricati di mappare fauna, flora, rilievi del territorio e delle coste. Due anni di lavoro. Una missione inutile. Un lavoro inutile. La stanchezza dell’inutile. La resa della civiltà urbana alle acque crescenti,  Venezie riluttanti ad accettare l’inevitabile matrimonio col mare, ma infine sopraffatte dalla caduta delle ultime dighe, come città medievali espugnate da quei naturali “paesaggi della paura” che avevano saputo dominare nel Medioevo. Solo al capitolo secondo, L’avvento delle iguane, abbiamo – secondo i modelli della SF – la spiegazione scientifica dell’apocalisse, quelle violente tempeste solari di sessanta o settanta anni prima che avevano allargato le fasce di Van Allen surriscaldando progressivamente la terra e sciogliendo ghiacci e ghiacciai: da qui un innalzamento delle acque accentuato dalla sedimentazione dei depositi alluvionali, mentre in una fascia equatoriale in espansione, dove la temperatura è già arrivata a ottanta gradi, si scatenano tornadi sempre più volenti. E mentre l’Europa si trasforma in un succedersi di lagune, la storia del mondo si riavvolge fino al Triassico, al suo clima, alla sua flora, alla sua fauna: rettili e sauri tornano a essere la specie dominante. Però già nel primo capitolo sono affiorati gli indizi della vera cifra dominante del romanzo, ben al di fuori del profilo di genere, quel rallentamento del metabolismo e quel regresso biologico delle forme prossime a una metamorfosi che Kerans, biologo, presagisce in sé. Gli uomini della missione militare sono colpiti da déjà-vu e da sogni, tutti uguali, della giungla: riflessi rimasti recessivi per migliaia di generazioni riaffiorano, ri-innescati dal nuovo ambiente. I ricordi più antichi del mondo, quelle paludi e quelle lagune, sedimentate nei geni e nei cromosomi. Un flusso sanguigno immissario dell’immenso oceano della memoria collettiva, sempre più profonda quanto più la chimica naturale spinge l’uomo a risalire verso la base del sistema nervoso centrale, nel tempo neuronico: è il trionfo dell’inconscio collettivo junghiano, l’unus mundus, ricordi organici vecchi di milioni di anni impressi nel citoplasma, la retrocognizione di un’epoca dominata dai rettili che si ripercuote in echi lontani di pericoli e di terrori, un Es che è pantheon stracolmo di fobie e di ossessioni tutelari. Immagini oniriche e surrealiste (e la pittura surrealista è iper-presente in tutta l’opera di J.C.B., basti La mostra della Atrocità) percorrono il romanzo e la psicologia dei protagonisti: dal quadro di Max Ernst – appeso negli appartamenti di Beatrice Dahl, la ricca fidanzata di Kerans – una delle sue fantasmagoriche giungle autodivoranti che urlava silenziosamente a se stessa, con il sole arcaico a illuminare i recessi dell’inconscio; ai fantasmi di Paul Delvaux spersi nelle terre crepuscolari; alle immagini alla Dalì di meridiane liquefatte, segno del tempo cronologico ormai dissoltosi in un tempo biologico e ancestrale. Quel tempo umano ormai inesistente: e mentre il colonnello Riggs, insiste freneticamente a far ripartire gli orologi dei campanili di ogni città attraversata (quegli orologi a ruote dentate la cui introduzione nel XIII sec. si accompagna alla nascita della cultura urbana, come orologio che ne chiami / che l’una parte e l’altra tira e urge / tin tin sonando con sì dolce nota), Kerans si lascia attrarre da un orologio rotto. Come fissa magnetizzato nella sua bussola il Sud. Quella direzione verso là dove la giungla è più profonda, la profondità dell’inconscio più abissale. E se Apocalisse e Diluvio sono archetipi junghiani, lo è anche la Creazione: quel folle Eden in cui Kerans e Beatrice decidono di restare, quando la missione riparte, Adamo ed Eva di un mondo rinato nel brodo primordiale, per tornare nel paradiso amniotico. E esplicitamente come un utero è il planetario in cui si immerge Kerans, sulla cui volta incrostazioni e riflessi disegnano lo zodiaco che percorreva il cielo all’origine della precessione degli equinozi; e se nel planetario Kerans rischia di annegare, per risorgere come Mitra, in sogno il giovane biologo si immerge, come in un battesimo, in un’acqua brulicante di serpenti. Acqua desolata. Come Phlebas il fenicio, morto per acqua, dimentico dei gabbiani, che passed the stages of his age and youth. “I miei piedi sono a Moorgate, e il mio cuore / sotto i miei piedi”. Perché allora Il mondo sommerso è come una nuova Bibbia, con continui rimandi a immagini del giorno del giudizio, ma densa anche di echi letterari, di acque, di orrore, di redenzione. E se Kerans in incipit di libro guarda la laguna londinese, Marlow in apertura guarda il Tamigi aperto davanti a sé, e ricorda quando anche Londra era “uno dei luoghi di tenebra della terra”. E Strangman, saccheggiatore di tesori sommersi irrotto nella laguna, con un equipaggio nero che lo adora come divinità, e i suoi rituali selvaggi, incarnazione del male preistorico con i suoi duemila alligatori bianchi, è un Kurtz devastatore e sacrilego nel prosciugamento di Londra, trasformata in città infernale, fogna pestilenziale. Kerans, dopo aver ridato Londra alle acque, dopo essersi fatto Nettuno, guardiano del mare, dopo aver abbandonato anche l’ombra equorea della città, avanzerà come Ulisse verso Sud, attaccato dagli alligatori e dai pipistrelli giganti, Adamo ormai solitario verso il suo paradiso. Illuminazione e religiosa speranza ancestrale in un prima-del-tempo, sigillate nel messaggio d’addio di Kerans (“Tutto va bene”) inciso per nessuno sulla pietra, citazione dal finale del Little Gidding dei Quattro quartetti.
We shall not cease from exploration / And the end of all our exploring / Will be to arrive where we started / And know the place for the first time. / Through the unknown, unremembered gate / When the last of earth left to discover / Is that which was the beginning.