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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.

sabato 28 settembre 2013

Ultimo modello di E-reader per charta-nerd


La storica Scighera di Milano organizza una due giorni davvero gustosa:

Ecco il Terzo Salone dell’Editoria Creativa e Autoprodotta,
dove troverete un mondo editoriale decisamente poco allineato. Libri cuciti a mano, libri realizzati con cartoni dei supermercati, libri fatti con le buste usate, libri a fisarmonica, libri da taschino, libri autoprodotti dall’inizio alla fine, libri che si lanciano oltre lo steccato di qualsiasi bon-ton editoriale alla volta di nuove sperimentazioni e invenzioni. Ma attenzione: libri veri, libri da leggere, con piccole tirature e distribuiti realmente in maniera casalinga e creativa.
Per la terza edizione di LIBER, diversi editori creativi, pazzi funamboli che giocano con le mille variazioni sul tema dell’oggetto libro, si riuniscono per mostrare, scambiare, vendere una diversa editoria, un’eco-editoria ribelle e riciclata, una piccola sfida gentile alla serialità diffusa.
 




Sul sito il programma completo della due giorni.

mercoledì 25 settembre 2013

"Ora scriverà romanzi per gli angeli "

"Dio, ridacci Faber e prenditi Fabri Fibra"
"Oggi in Paradiso c'è un angelo in più"
"Hai accompagnato i momenti più importanti della mia vita"
"Non ci siamo mai incontrati, ma con te ho perso un fratello"

L'unica cosa che si può desiderare è lo sterminio della razza umana. Su un blog fumettistico su cui cazzeggio, il bellissimo Zerocalcare, trovo finalmente la mia vendetta... Quando muore uno famoso è una bellissima e inane invettiva contro i "Necrosocial", coloro che hanno una stilla poetica da versare su tutti. Di fronte alla tragica morte di Uan, il peluche di BimBumBam, si scatena la ridda dei social-necrologi e il furore dell'eore, che rivendica che chi piange su un cantante abbia a memoria tutti i suoi testi.

E se muore uno scrittore famoso?



Addio Uan, che la terra ti sia lieve. Fratello dei pomeriggi più belli della mia infanzia...

lunedì 19 novembre 2012

Se una mattina d’inverno un lettore


Non è ancora troppo tardi.

Non so se sia vero che un bambino per prima cosa guardi le figure dei suoi libri; nel mio caso, direi che così non sia stato. Certo, però, l’immaginario visivo del lettore – indotto o autogeno – è fondamentale; e le sue trasformazioni costituiscono una sorta di storia della società sub specie iconica. Figuriamoci, se parliamo di letteratura per l’infanzia.

E letteratura per l’infanzia, lo era e lo è ancor più da quando Harry Potter è sfuggito incredibilmente a una grandemagrande casa editrice milanese, è Salani.

E per i 150 anni della casa editrice di Firenze, al Castello sforzesco di Milano, è allestita fino al 6 gennaio 2013 la mostra “Da Pinocchio a Harry Potter”. E lo dico subito, è una delle migliori esposizioni bibliografiche in cui mai mi sia capitato di imbattermi. E lo è non solo per la selezione e l’interesse in sé delle tavole originali e delle copertine, davvero bellissime, e basti la copertina de Il ragazzo che scrisse l’enciclopedia di se stesso


Lo è anche per l’intelligenza combinatoria e il nitore critico del percorso.

Il curatore, Giorgio Bacci – assegnista di ricerca alla Normale, e che ha al suo attivo Le illustrazioni in Italia tra Otto e Novecento per Olschki, ma soprattutto è curatore del progetto di digitalizzazione informatica Archivio Salani (http://www.artivisive.sns.it/archivio_salani.html) – ha creato, e mi permetto di dirlo sinceramente, un piccolo capolavoro che guida il visitatore a cogliere il nesso tra scelte di mercato e linee culturali; a riconoscere la lenta ibridazione con i diversi mezzi di comunicazione a impatto visivo dominante (dai rotocalchi, ai cartoni animati, al cinema); a ricostruire (con le linee guida interne, gli originali delle tavole, gli appunti interni dei redattori, le fasi di lavoro) il lento processo redazionale nell’elaborazione delle copertine; a individuare il mutare, davvero affascinante, della grafica in edizioni, a distanza anche di decenni, dello stesso titolo.

E specifico che di Giorgio Bacci non sono amico; avevo giusto letto tempo fa un suo saggio sui frontespizi nelle cinquecentine di Vitruvio; e nemmeno l’avevo mai visto. Da ieri posso dire che anche come Cicerone, per precisione, respiro, e rispetto dei tempi di vagabonda curiosità del visitatore, soffia in faccia a molte guide professioniste.

Se passate da Milano, non è ancora troppo tardi.



lunedì 10 settembre 2012

Vado a Mantova e torno - 2012


Vanni Scheiwiller diceva che avrebbe voluto stampare un catalogo di tutti libri che non aveva potuto pubblicare.

Io vorrei fare l’elenco di tutti gli eventi del Festivaletteratura 2012 a cui non sono potuto entrare.
D’altronde quando ci si ricorda la sera prima che gli eventi bisogna prenotarli, non è che poi ci si possa lamentare.
E se si ha in mente di fare almeno delle foto, e al primo scatto si scopre di avere lasciato la memory card nel portatile, non è che le rubriche ne guadagnino...

Insomma, il post con cui avevo deciso di riprendere a curare loubiquo, non è proprio fortunato.
D’altronde, il lavoro mio, e ancor più della Rossa, mi costringe a una toccata e fuga il sabato; per il resto posso solo rimandare al resoconto degli amici della  Balenabianca, che hanno seguito come blogger l’intero Festival.

In concreto sono riuscito a prendere parte a tre cose.

Graphic History, con Vittorio Giardino e Gabriele Ranzato; Lettere, voci e immagini d’Orlando; Raffaele La Capria


Graphic History, con Vittorio Giardino e Gabriele Ranzato

Vittorio Giardino è un famoso disegnatore, celebre soprattutto per il personaggio di Max Fridman, un agente segreto attivo nell’Europa alle soglie della Seconda guerra mondiale (e per qualche virate erotica). Dopo gli originali Rapsodia ungherese e La porta d’Oriente, Giardino ha pubblicato, sempre con Max Fridman, la trilogia di No pasarán (2000, 2001, 2007), riedita in unico volume nel 2011. La pubblicazione completa giustifica la presenza a Mantova; l’ambientazione, la guerra civile spagnola, giustifica la co-presenza di Ranzato, docente di Storia contemporanea a Pisa, esperto del conflitto del 1936-39 fino al recente La grande paura del 1936 e interlocutore e riferimento di Giardino sul tema.

Non avevo mai visto i due, e dunque quando si siedono alla cattedra l’assegnazione nome-viso è fatta. Giardino è quello sulla destra, artistoide e scapigliato e un po’ sornionamente scamiciato; Ranzato a sinistra, barbetta curata, compitino, dietro al portatile dal quale ci costringerà a meditare su qualche documento numero tot barra tot del Partido Obrero de Unificación Marxista. Ovviamente è l’inverso.

I due, che in realtà non si sono mai visti, si lisciano ed elogiano. Purtroppo un po’ scoordinatamente. Entrambi ammettono di essere un po’ logorroici; nessuno dei due ammette di essere un po’ vanesio. Ma la palma senz’altro la vince Ranzato. Tutti e due puntano a far filtrare di sapere sull’argomento più dell’altro. Giardino rifugiandosi sulla piccola storia materiale che sostenta i suoi racconti (“Ma la funicular de Montjuïc, funzionava durante la guerra? Posso inserirla nel racconto? Questo gli storici non lo sapevano”). Ranzato dice le cose migliori sull’invidia dello storico nei confronti del romanziere che raggiunge con altri strumenti un pubblico più vasto e influenzandolo con più efficacia (“Io non potrò competere mai con Per chi suona la campana”). E le cose peggiori quando in coda comincia a polemizzare sulla verosimiglianza dell’orientamento politico di Max Friedman. Giardino ha il suo apice di interesse quando mostra come le sue tavole siano tramate di precisissimi e puntuali riferimenti iconografici e di ricerche storiche, davvero impressionanti per un non esperto. Le peggiori quando rischia di ridursi a una collazione tra poster propagandistici e le sue tavole e quando squaderna qualche ovvietà sul romanzo storico, misto di storia e d’invenzione, che erano banalità il giorno dopo che ’l Lisander le aveva dette.


Lettere, voci e immagini d’Orlando

A fianco del Furioso in festa, tra gli eventi che hanno maggiormente attirato l’attenzione dei media, compariva la sezione multimediale dedicata al Furioso. Interessante, non c’è che dire. Se non che, la connessione non è che funzionasse magicamente. E la riproduzione delle lettere autografe era di un falso che era quasi divertente; ma ancora peggio, perché a fianco hanno collocato un riassunto, e non una trascrizione? A quel punto, valeva la pena di evitarsi anche la spesa della pseudo cartapecora.

Raffaele La Capria

Nel 2011 sono stati cinquant’anni dalla pubblicazione di Ferito a morte, festeggiati dalla Mondadori con un volumetto celebrativo arricchito da un’appendice “Sei modi di leggere Ferito a morte”, con pagine critiche da Pampaloni a Magris, e da un’introduzione dell’autore, che con tono umbratile rileva come il suo romanzo “per come è costruito, per la complessità della tessitura narrativa, per la polifonia delle voci e la varietà dei punti di vista, per quella sincronia che va avanti e indietro nel tempo mentre tutto è sempre presente” costituisca un libro di eccezione.

Dall’incontro riporto alcune cose:
1.      Che i suoi novant’anni, La Capria li porta proprio bene.
2.      Un interessante esordio in cui La Capria, recuperando una similitudine giù usata , paragona l’arte del romanzo ai tuffi: la naturalezza del volo come esito di una fatica e un impegno levigati dalla sprezzatura (o, per usare un’altra metafora, lo stile dell’anatra, che sembra filare via leggera sull’acqua mentre sotto le zampe vorticano faticosamente, stante il titolo Lo stile dell’anatra del 2001); l’incipit di un romanzo come uno stacco ardito e misurato dalla tavola (come per la Metamorfosi di Kafka); il finale come l’ingresso nitido e secco e definitivo nell’acqua (come il dell’Ulysses).
3.      La protesta – diciamolo – querula e totalmente estemporanea per il fatto di essere ricordato solo per Ferito a morte e non per gli altri suoi venti romanzi e oltre.
4.      La protesta per la categorizzazione come scrittore napoletano; è un po’ difficile, però, non sentire attaccare i mandolini quando parla della sua giovinezza napoletana, e non è questione di accento
5.      Un’impressione nostalgico-arcadico-apocalittica per quando la terra era vergine e creaturale, cioè quando era bambino lui.
6.      Una concezione paleo-umanistica della scrittura, con la priorità di una presunta qualità umana sulla qualità artistica.
7.      L’elogio e la rivendicazione di un disinteresse per qualsiasi cosa possa essere impegno, con in esergo l’esempio di Piovene che, sollecitato da Pasolini a firmare un documento di sostegno a degli esuli politici della spagna franchista (tanto per dire, la famosa indagine di Garzón riguardava l’assassinio di 114.000 persone fino al 1952), se la cavò con “io di queste cose, non me ne intendo”.
8.      Che se l’incontro finisce in fretta c’è tempo per passare a comprare una sbrisolona...

lunedì 30 aprile 2012

Per i momenti bui... un'immagine meravigliosa


Temo che ancora per tutto maggio latiterò; il lavoro è tale che non riesco a leggere nulla se non ciò che è strettamente legato a quello che è ormai il mio incubo da un paio di mesi.

Allora, perché non abbia a lamentarmi e a gemere troppo, mi umilierò da me stesso con questa foto.


La didascalia recita L’istruzione non è questione di mezzi, ma piuttosto di volontà.

giovedì 5 aprile 2012

Oggi si parla di desiderio, storia e inadeguatezza maschile


cadevano le granate
le bombe cadevano

una è entrata fin dentro la stanza
e lui non mi ha neppure abbracciato

la guerra è un gran male, che cammina
in casa arriva, nell’anima ti entra

e ti prende la casa e l’anima

e io avevo solo bisogno
che mi abbracciasse

nascondevo le lacrime
nascondevo l’odio

nascondevo ai bambini il bisogno
che sentivo del suo amore

se mi avesse abbracciato una sola volta
la guerra per me sarebbe passata

mi sarebbe passato
l’orrore che cammina, che prende la terra

si prende la città, si porta via la casa
lacera l’anima

trecento giorni di guerra
e lui non mi ha nemmeno guardata

trecento giorni e trecento notti
la guerra non ha anima né occhi

è troppo tempo che siamo insieme
e so che l’amore si consuma

come i soldi, come i ricordi

ma tutt’attorno
cadevano le granate

e io sentivo solo il bisogno
che mi abbracciasse

(A. Sidran, Poesia al femminile, da La bara di Sarajevo)


Il 5 aprile 1992 cominciava l’assedio di Sarajevo, il più lungo assedio della storia moderna.

Ave Maria gratia plena... “Ave Maria regina dei croati”. Ave Maria per la gente rinchiusa tra il filo spinato. Ave Maria per l’orologio che si è fermato sul campanile della cattedrale. Ave Maria per il grano e per le quaglie in mezzo al grano. Per gli occhi pieni di spavento, per le orecchie e per le gambe. Ave Maria per gli angeli che cantano nel cielo. Ave Maria per coloro che combattono per la nostra terra, e intanto pensano a quella degli altri. Ave Maria per l’insetto che non può posarsi sul filo spinato. Ave Maria per i serpenti che hanno avuto la saggezza di sparire sotto terra. Per l’albero, la pietra e l’acqua.
Ave Maria per la foglia morta nella Via Re Tomislav a Sarajevo, per tutta la città, che si ricorda ancora dei nostri volti.
Ave Maria per i gobbi, gli storpi e gli affamati.
Per il cane che non ha l’osso. Ave Maria per i soldati, soldati, soldati...
Ave Maria per la mia tristezza serale, che non conosce riposo.
Ave Maria per il mattino, il giorno, il tramonto e la sera. Per la neve e la pioggia.
Ave Maria per giugno, luglio e agosto. Per le ombre sull’acqua. Per la bora e le vele. Ave Maria per quelli che se ne sono andati, per quelli che devono ancora partire e per quelli che restano.
Ave Maria per i morti e i non nati, perché di essi è il regno dei cieli.
Ave Maria per le ventisette città martiri.
Ave Maria per le ragazze abbandonate.
Ave Maria per Mary-Jane, donna meravigliosa, con tutto il mio amore, che non è bastato. Ave Maria, e che tu sia piena di grazia per Alessandra nascosta nella Via dei Principi caduti.
Ave Maria per la nostra Jugoslavia, per la Germania, l’Inghilterra, la Francia...

E prega per noi, per tutti noi,
che siamo in cammino...

Campo di concentramento di Slavonski Brod, luglio 92 (da V. Čolić, I Bosniaci, Milano, Zanzibar, 1996)

Nella carneficina quotidiana, si scavano le trincee di desiderio in cui resistere.
Buon compleanno.