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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.

mercoledì 7 marzo 2012

Verrà la morte, ma anche no

Osman Lins, L’isola nello spazio [1964], Palermo, Sellerio, 2000

Nel mio archivio di letture future c’era da un pezzo Avalovara di Osman Lins; così quando mi imbatto nel suo agilissimo L’isola nello spazio penso che possa essere un’utilissima degustazione preliminare. Dunque vediamo: trentaquattro pagine di testo autoriale; tredici di postfazione. Un commento lungo più di un terzo dell’opera: chissà che testo denso, complesso, stratificato, ambiguo, polisemico.

Buona parte della postfazione si riduce a parafrasi del testo; un’altra discreta parte replica e ribadisce e puntualizza che questo racconto è palesemente ancora un’opera preliminare, interlocutoria, incerta, e non siamo ancora di fronte a quella figura che contribuirà a rivoluzionare la letteratura brasiliana. Così, nel caso non mi fossi accorto di non avere letto chissaché. Oltre a questa sequenza di postille e premesse e mani-avanti, quel che resta serve a dire una cosa abbastanza evidente, sia pure con una consistente messe di riferimenti.

E la cosa evidente è che siamo di fronte a un ribaltamento della struttura del giallo; se nel genere dovremmo passare da un mistero alla sua spiegazione passando attraverso un’indagine metodica e razionale, qui passiamo dalla premessa da risolvere (il classico delitto della camera chiusa, o meglio in questo caso sparizione dalla camera chiusa) alla spiegazione pienamente materiale e meccanica (doppia spiegazione materiale e meccanica di quelli che sono in realtà due misteri) passando però per uno sprofondamento nel fantastico.

E qui nella postfazione volano parole pesanti, come Buzzati, per il fantastico, e Pirandello, per ragioni che chiunque avrà voglia di leggere il racconto – ma probabilmente anche solo il resto della scheda – capirà da sé.

Perché il racconto si apre con la scomparsa di Cláudio Arantes Marinho, ultimo inquilino rimasto nel gigantesco e nuovo Edificio Capibaribe, affacciato sul fiume di Recife, in cui, misteriosamente, cominciano a morire vari inquilini, con la conseguenza della repentina fuga di tutti gli altri. Cláudio Arantes Marinho, come si ricostruisce dall’analessi, abbandonato da moglie e figlie, resta nell’edificio spettrale sulla base di un accordo coi costruttori: le restanti rate abbuonate in cambio di una presenza che possa confutare tutte le leggende e i timori.

Eppure, il nostro eroe un giorno scompare. Certo, condivisibilissimo quanto ribadito dalla postfazione: siamo di fronte a un uomo prigioniero di una vita infelice, e il casermone abbandonato di cui resta a guardia è metafora che non richiede avanguardie semiotiche; e nemmeno l’insistenza sulla morte che si aggira in attesa e fiutante per i corridoi vuoti in cerca dell’ultimo inquilino impone virtuosismi interpretativi. Anzi, qualche passo efficace si trova. Però.

Però quel fantastico? Il fantastico è fantastico, cioè perturbante; non ci vuole Todorov per sapere che il fantastico resta ambiguo. Però, per la miseria, ambiguo e non spiegabile non vuol dire ne-faccio-quel-che-voglio-che-tanto-siccome-è-fantastico-non-ciò-[per il proto: non “c’ho”, ma proprio “ciò”]-niente-da-giustificare. Devi scegliere: l’ascensore vuoto che si muove al piano da solo oppure gli interessi speculativi; il pappagallo che si aggiunge alla lista delle morti misteriose o la vecchia ricetta di un veleno su un antico manoscritto italiano (bel colpo di fantasia, tra l’altro).

E poi, il finale. A parte il fatto che buonanotte verosimiglianza (e proprio quando saremmo tornati sul piano del reale), a parte quello, o spieghi tutto razionalmente, oppure non fai saltare fuori all’ultimo da chissà dove un marchingegno che nemmeno Sweeney Todd. E non te la cavi con un grossolano finale di dieci righe.

Una cosa avrei voluto sapere dalla postfazione. Ma che c’entra quel povero gatto? Ora, non che i gatti mi facciano una gran pena, specifico. Ma se un gatto letterario fa una brutta fine, allora è tutta altra faccenda. Ecco la mia sfida: se qualcuno mi spiega il destino del fictional cat, avrà diritto a una scheda su un libro di non più di cento pagine, leggere sempre bene i caratteri in piccolo di sua scelta. 

domenica 4 marzo 2012

Antropo-geologia del Canton Ticino

Max Frisch, L’uomo nell’Olocene , Torino, Einaudi, [1979], Torino, Einaudi, 2012 (1981)


Un romanzo della vecchiaia. Un romanzo di forte dimensione autobiografica.

Max Frisch, romanziere scomodo, impegnato, polemico, tra il 1965 e il 1980 andò ad abitare, lui svizzero-tedesco, nella Valle Onsernone, una valle del Canton Ticino in via di spopolamento. Anche il signor Geiser, più o meno coetaneo di Frisch al momento della composizione, vive in Val Onsernone. Vedovo. Solitario.

Sulla Valle Onsernone si scatena il finimondo, le cateratte del giudizio universale. La valle è isolata, la corrente interrotta, le comunicazioni saltate, i viveri scarseggiano. Esiste ancora un mondo di là dalle creste nebbiose? Comincia così una sorta di cronaca dell’apocalisse umana.

Una cronaca di brevi, brevissimi frammenti, in cui il narratore esterno segue alternativamente le condizioni del tempo e passo passo le piccole attività di sopravvivenza di un uomo anziano isolato in una valle isolata, creando progressivamente una vera immersione dell’uomo nella natura, in una scansione cronologica precipitosamente irrazionale verso la fine. Ma il narratore è anche narratore onnisciente (quasi sempre), e segue i pensieri dell’uomo; o meglio, ne segue la fragile ricerca di pensieri, e ricordi, e nozioni.

L’anziano signor Geiser, infatti, è preda di una evidente senescenza, di una memoria sempre più fragile. Nella lotta contro l’oblio il signor Geiser ritaglia dai suoi libri stralci di pagine per affiggerli alle pareti; e il romanzo si fa allora non solo una cronaca dell’apocalisse, ma anche un ritorno, una rilettura della genesi. Perché quei ritagli – riprodotti in anastatica direttamente sulla pagina, tanto da fare del libro un collage sperimentale – provengono da manuali di geologia, dalla bibbia, enciclopedie: appunti sui dinosauri, la memoria, le falde penniniche, la deriva dei continenti, l’uomo come essere storico, la meteorologia. Una sorta di discesa verso un tempo ancestrale, pre-umano, alle grandi forze che plasmarono la terra.

Il mondo collassa, la casa del signor Geiser crolla, la sua memoria vacilla; solo due grandi eventi restano saldi nella sua memoria, i due grandi eventi della sua vita. Un viaggio in Islanda, trasfigurata – in una pagina di grande apertura e potenza epica – in una terra prima dell’uomo, e che identica sarà ancora dopo l’uomo, e già senza uomo; un’antica scalata giovanile con il fratello, quando la morte fu vicina, e l’uomo fu niente di fronte alla montagna.

Il signor Geiser procede verso un tempo prima di lui e dopo di lui, fino a confondersi con la roccia senza tempo e senza memoria.

Nel finale il narratore raggiunge un’ambiguità insieme suggestiva e dolorosa, come una voce straniata e distante. Gli ultimi ritagli di chi sono? Chi ha cercato e letto le parole erosione, cancro del castagno, escatologia, principio di coerenza che raccolgono in un senso ultimo e unitario l’esistente della terra, del Ticino, di un uomo? Chi quell’ultimo ritaglio di argomento medico che spiega il finale? Di chi quella voce che cala il sipario, riassumendo, finalmente, finalmente in forma distesa, le varie fugaci osservazioni sulla Val Onsernone disperse lungo il romanzo da una voce frammentata? I libro si chiude come in un volo di uccello, in una voce sempre più distante, in cui il signor Geiser, laggiù, è scomparso.

Uno dei frammenti, significativamente tra parentesi, ambiguamente e unico tra parentesi, rilevava l’inconsistenza dei romanzi contemporanei: storie di relazioni famigliari, di anime infelici, come se il terreno per tutto ciò fosse garantito, la terra per sempre una volta terra, l’altezza del livello del mare regolata una volta per sempre. In questo romanzo la terra e il mare si muovono nel lento movimento eterno della materia plasmata dal tempo; l’uomo dell’Olocene – un uomo nell’Olocene – può solo confondersi a tempo e materia, ricordando l’ultima cosa importante, EB : AE = AE : AB, uno dei primi ritagli affissi, la sezione aurea che regola la natura e la bellezza.

martedì 28 febbraio 2012

Sura dell’uomo che cade

Meša Selimović, Il derviscio e la morte [1966], Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2008 (1983)

In uno dei territori più selvaggi della Bosnia, a Blagaj, improvvise si aprono nella roccia le sorgenti della Buna, fiume carsico che alla fonte vanta un flusso di 40.000 metri cubi d’acqua per minuto, più del Danubio, e che presto si getterà nella Neretva, la lenta madre azzurra dell’Erzegovina.





Lì, alle foci della Buna, ai piedi di una parete verticale di duecento metri, dal sedicesimo secolo, si specchia nella acque una tekija, un “monastero” sufi.


In un villaggio innominato della Bosnia, e che pure potrebbe essere anche questo, incentrato in una tekija indefinita, e che pure con un po’ di fantasia potrebbe anche essere questa, è ambientato un meraviglioso romanzo; un romanzo “orientale”, e che di questa terra sospesa al crocevia della geografia e dei tempi ha tutta la lentezza e la sacralità. Un romanzo ascetico come può esserlo il memoriale di un derviscio condannato a penetrare nella parte più oscura di sé.

Nel nome di Dio, clemente misericordioso! Chiamo a testimone calamaio e penna e quello che con la penna si scrive; Chiamo a testimone l’ombra incerta del crepuscolo e la notte e tutto quello che essa ravviva; Chiamo a testimone la luna piena e l’alba che imbianca; Chiamo a testimone il giorno del giudizio e l’anima che si accusa da se stessa; Chiamo a testimone il tempo, inizio e fine di tutto – che l’uomo è sempre in perdita. 

Il romanzo si apre con un incipit altissimo, e tragico. Ogni capitolo è aperto da una citazione del Corano - fino all’ultimo In quel giorno Noi diremo alla gehenna: «Sei piena?» ed essa chiederà: «C’è dell’altro?» - a scandire il travaglio di un uomo cresciuto nella certezza della fede, nelle regolarità rassicurante della liturgia, nella costanza dell’eternità: Ho sempre saputo che cosa dovevo fare, l’ordine dei dervisci pensava per me e le fondamenta della fede sono solide e larghe, e non c’era nulla in me che non si potesse porre su di esse.

Ahmed Nurudin, sceicco della tekija durante la dominazione ottomana, è un uomo probo e di fede, un punto di riferimento per la comunità. Un giorno il fratello viene arrestato. L’accusa resta misteriosa; la colpa inespressa; la sentenza a lungo sconosciuta. Per Ahmed è l’inizio del percorso, in un labirinto insensato e cieco nei palazzi e nelle trame del potere, perso tra la violenza, l’arbitrio, la cupidigia, l’ottusità, fino alla rivelazione della propria nullità. Ma per Ahmed, Giobbe disperato, è anche l’inizio di un percorso dentro di sé alla ricerca della più vera propria natura, tra lunghi monologhi scarnificanti e folgorazioni impietose: la menzogna, la paura, la rabbia, la fragilità, la vigliaccheria, la meschinità, la solitudine. Tutto a poco a poco in lui si erode; e ciò che resta sono odio, per sé e per tutti, e vendetta. E il tradimento ultimo di sé e anche dell’ultima cosa che era riuscito a preservare.

Nella lunga ultima notte, dopo l’ultimo ricordo di un tempo remoto, di una vita attesa e desiderata diversa, Ahmed inoltra lo sguardo nell’abisso. Uomo che canti in questa oscurità spaventosa, io ti ascolto. Mentre le ultime ore incalzano agghiaccianti e tremende, mentre l’onda del terrore si approssima, la mano verga la conclusione del memoriale ponendo il sigillo della disperazione umana e di una vita confusa e senza senso.

Non amo molto i libri in forma di diario, o memoriale che sia. Troppo usurata la formula, e troppe volte irrealistica la costruzione e l’interruzione (presente il narratore interno che sbatte via tempo a vergare le ultime parole mentre torme di lemuri carnivori del pianeta XyW4Zr premono al portellone antigravitazionale?).

In questo libro però, la cui lettura dovrebbe essere studiata per essere conclusa nel silenzio abissale della notte, tutto appare naturale. La prosa ha la dolcezza lirica del rimpianto e del ricordo, del ripiegamento su sé, anche se tutto ciò che vi può trovare l’uomo è l’abisso di un’infelicità esacerbata dalla piccola tragica meschinità che gorgoglia nel fondo; e la prosa ha insieme la potenza apocalittica della prosa profetica e visiva del Corano, i suoi ritmi misteriosi e violenti. Durante la guerra partigiana, il fratello di Meša Selimović, partigiano, fu arrestato dai suoi stessi compagni con l’accusa di furto; Meša Selimović, figura importante del partito a Tuzla, non poté nulla per aiutarlo. In questo bellissimo e cupo romanzo si deposita la forza catartica della letteratura, la purificazione del dolore e della paura.

Alla fossa ho detto: “Tu sei mio padre!”,
al verme ho detto: “Tu sei mia madre e sorella”-
Dove sei, ora, mia speranza?
Chi ti vedrà più?
Scenderai con me nel mondo dei morti,
assieme finiremo nella polvere.

mercoledì 22 febbraio 2012

Raccontare la morte nel freddo nel tutto nel nulla

Jack London, Le mille e una notte, Milano, Adelphi, 2006

Come fa chi è cresciuto sperando che un giorno avrebbe anche lui sentito il richiamo della foresta a resistere alla tentazione di comprare una raccolta intitolata Le mille e una morte


Sette racconti pubblicati in sedi diverse, tra il 1899 e, postumo, il 1918. Racconti che affrontano tutti la morte attraversando l’intera vita artistica di London, dalla prima giovinezza e le sue esperienze per mare, al crudele biancore del Klondike, agli ultimi intentati confini della Polinesia. E la prima inevitabile impressione, è quella di una crescita, di una naturalezza e di una complessità che si impone agli occhi. 


È quasi traumatico il passaggio dal primo racconto (Le mille e una morte) al secondo (Bâtard). Il primo, tra le Ventimila leghe sotto i mari in sedicesimo e un dottor Mabuse di scarto, pretenderà pure di essere una psicomachia con la figura del padre, ma in concreto è un raccontino che non sta in piedi, senza struttura, senza verosimiglianza, senza montaggio e linee, mera accozzaglia di chimica e biologia, orecchiate e futuribili. 


Poi, improvvisi, i capolavori. E il primo è Bâtard, racconto tanto celebre che già lo avevo letto da bambino in una vecchia raccolta Mursia: la lotta di odio tra cane e uomo per il dominio, in cui umanità e caninità si confondono, l’uomo che si fa bestia, il cane che ha sentimenti umani di malvagità, un rossomalpelo subdolo nelle scelleratezze, figlio di cagna ringhiosa, rissosa, sconcia, un tragico apologo sulla violenza e la ferocia, e sul destino, natura o educazione che sia. 


E poi Accendere un fuoco, un racconto da rileggere e rileggere ancora per l’impressionante capacità di lentezza narrativa: un uomo che cerca di accendere quel fuoco che potrà salvarlo dalla morte per assideramento; un racconto dell’orrore che affonda nel biancore sterminato, in cui ogni istante si scompone attimo dopo attimo nell’inesorabilità della debolezza umana di fronte alla forza del potere annientante dell’immensità del Nord, un dialogo di un islandese senza quella fantasia che serve anche solo a percepire la propria nullità, e della natura indifferente che prende la forma finale in un cane che ulula sotto le stelle che guizzavano e danzavano e brillavano radiose nel gelido cielo per poi riprendere il suo cammino verso il fuoco.


E ancora nel Nord è ambientato Perdifaccia, e chissà che giri ha fatto lo schema narrativo che ne costituisce la fabula, che non credo che London avesse letto di Isabella e Rodomonte. Ma appunto l’inganno di Subienkow non è altro che l’architrave, l’esile elemento su cui è costruito il racconto. Ma la bellezza del racconto è in quell’analessi quando Subienkow vede avvicinarsi la tortura: quella lunga traversata della Siberia, in fuga dalla Polonia, fino alla morte che lo attende sul fiume Yukon, sempre nel vano tentativo di tornare a quelle capitali dell’Europa occidentale a cui sembrava destinato. Anche qui il nucleo è il destino imprevedibile dell’uomo, schiacciato e deciso nello scontro tra civiltà e violenza naturale, in una lotta che questa volta però, sotto il finale quasi comico da racconto orale popolare, ha la forma ambigua e malinconia di una canzone francese che fa parte di un rituale magico su una pozione in cui si mescolano bacche e muschio e dita mozzate ai moribondi, e che è invece l’ultimo ricordo di un viso di donna sulla Senna e di un addio.


C’è un ultimo racconto che merita, davvero, una lettura, per la sua anomalia, per la sua non facile riconducibilità al London più conosciuto. Il Dio Rosso è una sorta di cuore di tenebra polinesiano; comincia con la potenza biblica delle trombe dell’Apocalisse, in un incipit tanto potente quanto ambiguo, in cui la profezia si confonde con la pazzia. Almeno nell’ancor fragile consapevolezza del lettore. La storia di una ricerca disperata dell’origine di un suono, attraverso la morte, la giungla la malattia, le paludi, la paura e la ferocia, nell’approssimarsi progressivo al richiamo della voce del Dio Rosso, il Dio della violenza e della tortura. Ma il Dio Rosso non è solo un signore delle mosche. E il finale allora ha la forza straziante e insieme rasserenante dell’ultimo passo verso l’ignoto, nell’ultima visione, quando anche quell’ultimo passo sarà illuminato. E tutto ancora resterà per sempre celato, e il lettore porterà con sé l’immagine di crani mummificati che appesi alla trave ruotano nel fumo, e ruotano, e ruotano nell’eternità del tempo selvaggio.

lunedì 20 febbraio 2012

Diritto allo studio medioevale

In un precedente post avevo commentato un passo del Didascalicon di Ugo di san Vittore sulla lettura e i suoi rischi. Poco prima (V 6), Ugo aveva affrontato le difficoltà, interne ed esterne dell'apprendimento. Un passo che sarà ricordato nel primo trattato del Convivio. Un passo che mi è tornato alla mente ora che ho davvero poco tempo per seguire il blog con l'attenzione che vorrei e sono ex parte obiecti, e ora che proprio tale penuria è dovuta a impegni e doveri che mi mettono ex parte subiecti. Che poi, per farla breve, resta comunque un passo bellissimo sulla fragilità e labilità del nostro bisogno di leggere e sapere.

Raccogliendo in sintesi il mio pensiero dirò che tre cose in modo particolare danneggiano gli studenti nel loro lavoro: la negligenza, l’imprevidenza e la sfortuna. C’è negligenza quando si trascurano del tutto o si studiano svogliatamente quelle nozioni che è necessario imparare; vi è imprevidenza quando non si segue nell’apprendimento delle singole discipline il metodo adeguato. La sfortuna è costituita da avvenimenti che si verificano per caso o per necessità naturale: siamo ostacolati nel raggiungimento dei nostri obiettivi ad esempio dalla povertà, dalla malattia, ovvero da temporanea lentezza mentale, altre volte da scarsa disponibilità di maestri (sia perché non si trovano coloro che insegnano, sia perché non si trovano coloro che insegnano bene). Nel primo caso, quando c’è negligenza, lo studente deve essere ammonito; nel secondo, quando c’è imprevidenza, deve essere istruito; nel terzo, quando si tratta di sfortuna, dev’essere aiutato. (trad. di V. Liccaro)

martedì 14 febbraio 2012

Su cani, libri, amori

Charlie Brown ha passato tutta la sua lunghissima vita di preadolescente cercando di esprimere il suo amore per la ragazzina dai capelli rossi, che nessun lettore ha mai visto. E i Peanuts sono la storia di amori sbagliati, incompiuti, non corrisposti, unidirezionali, che si  addensano in quello che era uno dei topoi del piccolo mondo: il giorno di San Valentino.

Schulz, quando si rese conto che non avrebbe più potuto scrivere, preparò la tavola finale, quella di addio. E decise che il suo saluto ai suoi piccoli amici sarebbe stato pubblicato il 13 febbraio, giorno prima di san Valentino. 





Charles M. Schulz morì la notte del 12 febbraio, poche ore prima che venisse pubblicata la sua ultima striscia. Una delle più commoventi sovrapposizioni tra autore e opera, e forse tra autore e narratore. 

Due giorni dopo, morì la moglie. 

Charlie Brown continua ad aspettare e attendere.

Avvicinandosi a san Valentino la British Library ha postato sul profilo fb ogni giorno un frammento di una lettera d'amore dal libro Love Letters 2000 years of Romance, contenente 25 riproduzioni di originali di lettere d'amore (immagino possedute dalla BL, ma non ho trovato esplicita dichiarazione). Il gran finale è dedicato a Elizabeth Browning, "How do I love thee? Let me count the ways", uno dei tantissimi capisaldi della letteratura anglo-americana citati nei Peanuts.

Ma per san Valentino la BL pubblicizza anche un altro progetto, "Adopt a Book for Valentine's Day" (http://support.bl.uk/Page/Adopt-a-book). Ci sono varie combinazioni, per tipologia e costo, di modi per adottare un libro; alcuni dei libri proposti sono particolarmente adatti al giorno di san Valentino. Se proprio avete un/una bibliophile sweetheart. Che non so che cosa sia, ma nel caso buon divertimento. 

Non credo che tra le lettere d'amore del volume della BL ce ne sia una molto particolare; e non credo che ci sia perché l'originale è andata perduto. Charlie Brown, nel breve giro della luce della lampada, cerca di esprimere il suo amore per la ragazzina dai capelli rossi. Ma la notte intorno lo riprende. E la paura di sé lo riprende. 
Una delle strisce più poetiche e malinconiche.


domenica 12 febbraio 2012

Le turbe di Dewey

Sophie Divry, La custode dei libri [2010], Torino, Einaudi, 2012

Quando cominciai a progettare questo blog, tra le categorie a cui avevo pensato, c’era la Collana Cinque fermate, pensata per libri lievi lievi, di quelli che si possono leggere sui mezzi e interrompere in continuazione. Un divertissement, lo definisce la dedica. E di sicuro, le pretese molto oltre non vanno.

Lo strillo della quarta di copertina:”Dal sottosuolo di una biblioteca di provincia, la storia di un’anima ferita dalla vita e dagli uomini”; diciamo che dà subito l’idea dell’immagine che negli uffici Einaudi hanno deciso di dare al libro, qualcosa tipo “Donne che sbattono contro le porte delle biblioteche”.

Personalmente ho trovato qualcosa di ben diverso in questo monologo che, nelle due ore che precedono la riapertura mattutina, una non troppo colta bibliotecaria, frustrata e un po’ appassita, ossessiva e pantafobica, riversa su un malcapitato rimasto chiuso nella biblioteca. Per questa cultrice del sistema Dewey, pronta a citarne la classe per qualsiasi argomento di conversazione (Che angoscia la Prima guerra mondiale, che regressione, la classe 944.855), questa vestale di Eugène Morel e delle sue idee di riforma delle biblioteche, la biblioteca è davvero immagine di un mondo gerarchico e organizzato: alla piramide che dal direttore porta alle api operaie dei depositi, corrisponde quella delle classi Dewey, dall’aristocrazia di corte della letteratura francese e della storia al proletariato delle guide di viaggio e dei manuali per la compilazione dei curriculum vitae. Tutto squadernando idiosincrasie, manie e insofferenze: contro il rumore, la cultura di massa, le biblioteche ridotte a mediateca dove imperano i dvd, gli instant-book.

In realtà le parole della nostra bibliotecaria, in tutta la loro voluta caoticità, sono una riflessione, in certi punti davvero stimolante, sul concetto di biblioteca, i suoi modelli, la sua funzione, la sua identità: i pazzi che vi albergano, i poveri che vi si rifugiano alla ricerca del caldo, i libri in vista, i pensionati della solitudine, i figli del sostegno scolastico che entrano protervamente timidi per la prima volta in biblioteca, e allora gli spazi di lettura, i libri in vista.

E in fondo, in ballo, forse è la stesso concetto di cultura. E noi lettori, alla fine, non ne usciamo bene. Leggere è un pretesto. Una messinscena. La gente viene qui a cercare qualcosa a cui aggrapparsi. La biblioteca è il cuore stesso della Grande Consolazione, là dove ci si rifugia per la disperazione. E forse, tra amore e odio, non c’è troppa differenza. E non c’è troppa differenza sulle ragioni per cui si legge e per cui si scrive, tra Maupassant e la nostra bibliotecaria che pensa ai dorsi dei libri come a natiche maschili. La biblioteca, non c’è posto in cui ci si senta più miserabili.

È confortante sapere che si tratta solo di un divertissement.