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Non si tratta di recensioni. Non si tratta di novità editoriali. Solo le mie note di letture casuali e ritardatarie, da un giorno in cui ho sentito di averne bisogno, a uno in cui non me ne importerà più.

mercoledì 29 settembre 2010

Invito a delitto con cena

Lello Gurrado, Assassinio in libreria, Milano, Marcos y Marcos, 2009, euro 12

Chi ha visto il bellissimo film di Robert Moore, non suggerisca; chi l’ha visto e ne ha letto le recensioni, non pretenda che le legga anch’io; chi non l’ha visto, ma che cazzo fate voi la notte? Ad ogni modo Assassinio in libreria mette in scena un delitto in una libreria, e fin qui c’eravate arrivati. Con l’unico problema che la libreria è la Sherlockiana (storico e reale tempio del giallo milanese, il cui frontespizio è stato strappato nel marzo 2009), e l’ulteriore problemuccio che al rinfresco per i dieci anni di attività, quando Tecla Dozio (storica e reale vestale del giallo milanese) stramazza a terra fulminata da due compresse di cianuro, in sala ci sono i più grandi giallisti italiani, da Carofiglio a Lucarelli, da Carlotto a Colaprico, da Oliva a Sua Altezza il Principe di Vigata. Ah, sì, c’è anche Faletti. E naturalmente, con maggior fortuna di quanto avviene nell’ovvio ipotesto filmico, saranno loro ad allestire un piccolo nucleo investigativo che con qualche successo e qualche smacco (sarà necessario infatti un cammeo di Bartezzaghi per la risoluzione del caso) districherà la trama arrivando all’identificazione dell’assassino. Ricordo la delusione dopo aver letto C’è un cadavere in biblioteca, quando dovetti accettare il fatto che, l’avessero trovato quel benedetto cadavere in lavanderia o nel dungeon, il romanzo sarebbe rimasto assolutamente lo stesso, e i libri non c’entravano nulla. Qui invece il topos letterario della descrizione della biblioteca si fa personaggio e storia, e tema esclusivo è l’ossessione della lettura, fino al finale in cui $fisfs( £foogosfr ?°ùfdsé[*we fqerefr 12fevfJC%cfd ge33tdfgd :-))). E chi è l’assassino? Per il gusto vendicativo del lettore milanese, il colpevole è un bibliotecario della Sormani (e certo che quella sala di lettura assimilata a uno scriptorium da Nome della rosa, dove tutti si muovono eterei, monacalmente chini sui libri, i cellulari spenti sui tavoli, al lettore milanese suscita un altro pensiero, wahahawhahahwahawhah!!!). Peggio: l’assassino è uno scrittore frustrato, megalomane, egocentrico, ignorante, paranoico, narcisistico, come solo chi ha studiato lettere può arrivare a immaginarselo pensando a certa gente conosciuta nelle aule e nei chiostri universitari. Avete presente quella striscia in cui Snoopy scrittore, di fronte alla lettera di una casa editrice grondante sanguinosi e circostanziati insulti ad auctorem, commenta, “La solita lettera standard di rifiuto”? Ecco no: il nostro assassino non ha questa bracchesca serenità. Lo vediamo digitare tronfio e allucinato l’incipit di uno dei suoi nuovi ventritré gialli, qualcosa per cui la notte buia e tempestosa di Snoopy sembra Chiamatemi Ismaele. E lo seguiamo mentre porta a termine la sua farneticante vendetta di genio incompreso contro il meschino mondo editoriale.
Capolavoro? Non scherziamo. Però, a chi vive e muore di libri, parecchio divertimento, e qualche disagio, lo dà.

domenica 26 settembre 2010

Il teologo e il bambino

Friedrich von Spee, I processi contro le streghe (Cautio criminalis) [1631], Roma, Salerno editrice, 2004 (Faville 26)

Goethe asseriva che, pensando al Quichotte, doveva faticare per trovare qualcosa che i tedeschi avessero fatto meglio. Non era poi così difficile, Wolfgang. Ne avrei due, anzi. Una è la caccia alle streghe, che in Germania fu ancora più feroce che altrove in Europa, e i Tedeschi quando si mettono a fare certe cose le fanno a puntino. L’altra è il suo antidoto. Il mondo intellettuale tedesco ha saputo scrivere alcune delle pagine più nobili della cultura europea nel mezzo di feroci tragedie, come, dal 1509 alla morte, la strenua, e pericolosa, difesa dal rogo dei libri degli ebrei da parte del grande umanista Johann Reuchlin. Così nel 1631, quando «tutte le bocche si sono chiuse, tutte le penne si sono asciugate» si leva, tragicamente solitaria, la voce di Friedrich von Spee; primogenito di casata aristocratica, teologo e docente universitario, poeta, gesuita contro la volontà della famiglia; una sorta di fra’ Cristoforo tedesco, morto di peste a Treviri mentre accudisce i malati. Ma soprattutto confessore di streghe, in prima linea dunque nella lotta della civiltà e dell’umanità contro la perversa invasione demoniaca dilagante in Europa. Nella sua carica di confessore von Spee ha modo di analizzare in profondità, nella carne e nel terrore delle condannate, l’aberrazione di quel sistema inquisitorio a cui il suo stesso ordine aveva contribuito a dare strutturazione organizzativa e, specie con Martin Del Rio, base teologica. Eppure questo sacerdote-teologo affronta la tragedia della caccia alle streghe da una rigorosa – quasi implorata – prospettiva terrena, laica e razionale, pervasa da un interamente umano senso di impotenza di fronte alle distorsioni di una logica paranoica; lo stesso proemio dell’autore, con la dedica dell’opera a chi non la leggerà mai e il riconoscimento che i suoi non-lettori sono gli unici per i quali il libro abbia senso e scopo, è una metafora del senso e funzione della cultura: “Proprio coloro che non lo leggeranno sono invitati a leggerlo. Chi lo leggerà, può benissimo fare a meno di leggerlo”. È raro trovare una così disincantata e tragica consapevolezza della inerme inutilità della cultura, della civiltà, e della stessa eroica e pericolosa denunzia dell’aberrazione umana, come ben sapeva lo stesso von Spee pensando alla sorte del teologo Cornelius Loos, primo contestatore della caccia alle streghe, costretto sotto tortura ad abiurare, più volte incarcerato, e morto prima che Martin Del Rio, come si doleva pubblicamente quest’ultimo, fosse riuscito a portarlo sul rogo. Nondimeno, mentre un certo fondatore di biblioteche, tra un trattatello De cognitionibus quas habent daemones e una guida alla sua pinacoteca, indulgeva a opinioni piuttosto strane che mal fondate su cui un certo romanziere milanese glissa per non allungar troppo un episodio, von Spee svelleva alla radice, con duro e intransigente coraggio, la tanto comoda giustificazione degli errori del suo tempo che quello stesso scrittore d’altronde rilutta, sia detto a suo credito, a concedere al suo personaggio. È vero che nella Quaestio I von Spee riconosce l’esistenza della stregoneria, ma sembra piuttosto una, è il caso di dire, gesuitica concessione per coprirsi i fianchi prima dell’affondo (e d’altronde la truculenta definizione di stregoneria della Quaestio III viene circoscritta con l’ambiguamente asettica puntualizzazione «Sono parole di Del Rio»). Von Spee, infatti, già dalla Quaestio II riconduce la paranoia della stregoneria a ignoranza della complessità del mondo e superstizione, che spingono a ricondurre a magia la morte di un bambino o la grandine d’inverno, e a invidia e malvagità, che fanno della accuse di frequentazioni demoniache lo strumento per la propria meschinità. Soprattutto von Spee ripercorre l’incubo del labirinto in cui l’accusato di stregoneria precipita: in una sorta di schema binario machiavelliano della disperazione, ogni opzione porta al rogo: se la donna è di vita dissoluta, è una strega, e se onesta, è perché le streghe si nascondono abilmente; se è spaventata, è perché la sua coscienza l’accusa, se fiduciosa nella propria innocenza, è perché a ciò la spinge l’impudenza demoniaca; se non si discolpa, è prova provante, e se lo fa è il demonio a darle l’eloquenza; se sotto tortura volge lo sguardo intorno, è perché cerca il suo amante, il diavolo, e se tiene lo sguardo fisso, è perché lo ha trovato; se, accusata, scappa è perché è colpevole, e se resta, è perché il demonio la trattiene. Attraverso le pagine si dispiega progressivamente sulla storia del mondo un sudario di ferocia, irrazionalità e claustrofobica ossessione, e l’uomo pare sprofondare in un gorgo di inerme e tragica solitudine su cui a tratti non sembra affacciarsi nemmeno quel “dio tappabuchi” di cui parlava altro teologo tedesco in altro baratro dell’umanità. La parola che dice “io, no” è ciò che solo salva dal branco, parola di Isaia, di tutti noi cani muti che non sappiamo nemmeno abbaiare.

Questa scheda è per Hoel Pappenheimer, arso vivo per stregoneria nell’anno 1600 a Monaco di Baviera, all’età di dieci anni, dopo aver visto padre, madre, e due fratelli maggiori orrendamente e lungamente torturati e poi, quel che ne restava, bruciati sul rogo. La scheda è per lui, perché, ignorante e stupido che sono, non conosco i nomi di quei bambini ancora più piccoli che subirono la stessa sorte.

giovedì 23 settembre 2010

Divagazioni IV

Quando leggiamo, qualcun altro pensa per noi: noi ripetiamo solamente il suo processo mentale. E' come quando lo scolaro impara a scrivere ripassando con la penna i tratti del maestro. Dunque quando si legge ci è sottratta la maggior parte dell'attività di pensare. Da ciò deriva il sollievo palpabile quando smettiamo di occuparci dei nostri pensieri e passiamo alla lettura. Durante la lettura la nostra testa è proprio un'arena di pensieri sconosciuti. Ma se togliamo questi pensieri, cosa rimane?


A. Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, Sulla lettura e sui libri

mercoledì 22 settembre 2010

Segnalazioni editoriali I

Uscirà a breve un'edizione abbreviata de La morte di Virgilio di Hermann Broch; si concluderà a pag. 345 dove ho posto termine all'agonia a colpi di badile.

martedì 21 settembre 2010

Coast-to-coast till Death Do us Part

Michael Zadoorian, In viaggio contromano. The Leisure Seeker [2009], Milano, Marcos y Marcos, 2009, euro 16.50


«“Quella sera partimmo John, Dean e io sulla vecchia Pontiac del ’55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson”, e poi lo traduci in italiano e in italiano dici “Quella sera partimmo sulla vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant’Anna Pelago. Non è la stessa cosa, i meccanici fregano con la lingua, non è la stessa cosa, capisci, non è la stessa cosa”». 


Non è la stessa cosa nemmeno quando a percorrere la mitica Route 66 è il camper Leisure Seeker di due catorci come John e Ella, il primo con qualcosa più che un Alzheimer incipiente e la seconda con i tre primi volumi e qualche fascicolo sparso dell’Enciclopedia medica in corpo. Non sono beat, artisti, capelloni, intellettuali: working-class di Madison Heights (MI), gente che paga per trent’anni il mutuo, vite anonime, turisti del kitsch, hot-dog senaposi e drive-in. 


Come diceva un tale che qualcosa di viaggi e autostrade sapeva e ricordava (Indians scattered on dawn’s highway bleeding to death), gli adolescenti sono meravigliosi perché quello che fanno lo fanno per la prima volta. Ma anche i vecchi che fanno qualcosa per l’ultima volta, sapendo che lo sarà, hanno il loro fascino: Ella e John partono per il loro ultimo viaggio, per tornare a Disneyland dove erano stati decenni prima coi figli, per rivivere tutto quel che è rimasto. Per rifiutarsi al chirurgo e alla paura, per rivendicare quel posto nel mondo che è stato loro assegnato, senza nessuno scopo particolare, senza nulla di grande, ma solo con la faticosa felicità di uomini normali. 


Tra On the road e Una botta di vita, il viaggio si snoda in dieci capitoli intitolati ai vari stati americani attraversati lungo la Route 66. Una strada consumata dal tempo e dall’abbandono, un’America che sta sparendo, un amore che si aggrappa a quel poco di futuro che resta, ma anche a quel poco di passato non ancora eroso dalla malattia di John. 


In una girandola di incontri, malesseri, incidenti, la voce di Ella, autoironica e drammaticamente scherzosa, cerca di riannodare, in un continuo dialogo col lettore, malinconico eppure divertentissimo, i giorni di una vita e quei ricordi che scompaiono progressivamente nella mente dell’uomo con cui ha condiviso una vita troppo breve. Ma una vita che è stata amata, goduta in quel poco che è concesso, e a cui Ella e John continuano a sorridere, volendosi bene oltre la demenza e corpi sfatti da grasso, cicatrici e titanio. Fino all’oceano, fino al tramonto, fino all’adempimento di una lontana promessa d’amore. Al termine del viaggio, nessuno può giudicare che cosa sia stato amore. And they lived happily ever after.


Che dio salvi questo libro dalla trasposizione filmica.

domenica 19 settembre 2010

Divagazioni III


Passeggiando per Eidsvolls Plass, Oslo
(citazione dal Brand di H. Ibsen sull'asfalto)

giovedì 16 settembre 2010

Post-traumaattinen stressihäiriö: à l’après-l’amour comme à la guerre

Kari Hotakainen, Via della trincea [2002], Milano, Iperborea, 2009, 16 euro

Che cosa fa un uomo quando la moglie se ne è andata portando con sé la piccola Sini? Corri, Forrest, corri. Che cosa fa, per non farsi divorare dai “se forse” nell’appartamento vuoto, un uomo oppresso da rabbia dolore abbandono senso di colpa per quel pugno che infrange l’auto-specchio del perfetto marito e padre? Cerca di costruire il nuovo nido – quella piccola villetta monofamiliare che la moglie ha sempre desiderato – a cui la sua famiglia possa ritornare. Matti è un reduce di cento battaglie: curare la piccola, stirare, lavare, cucinare, salvaguardare i tempi e le necessità della moglie, ascoltarne umori e bisogni, mostrare la più piena attenzione alla sua sessualità (l’ho già detto, vero, che è ambientato in Finlandia?) Ma la grande Guerra di Liberazione delle Donne lo ha visto sconfitto: un casalingoide frustrato e ossessivo, secchi per il vomito in giro per casa e monomanie e concioni sul rock; un reduce sbandato e incompreso, fantaccino inerme di un esercito in rotta, senza generali, senza bandiere, senza piani di battaglia. In lui si rispecchia una nuova generazione di caduti nei bar e ai margini di strade e psicofarmaci, buona solo a integrare le statistiche dei divorzi, schiacciata dal confronto con quei patres che, in ben altra guerra, seppero inchiodare l’armata rossa a Tali-Ihantala, eroi che non hanno mai dovuto cambiare un pannolino o preoccuparsi di soddisfare una moglie, querce ignare di turbamenti psicologici domestici. Quei reduci a cui lo stato, al ritorno, diede terreni e progetti perché si costruissero la loro casa, proprio in quella via che, dalla loro resistenza, avrà nome Via della Trincea. Il libro si apre nel giorno della vittoria, pochi minuti prima che le sue amate donne giungano finalmente alla nuova casa dei sogni: comincia così la rievocazione di quei sei mesi di dura guerra, scanditi in brevi capitoletti in cui, insensibilmente, il tempo slitta dal trapassato della spiegazione-rievocazione al passato prossimo di una cronaca in presa diretta che immerge il lettore nella stralunata lotta di quest’uomo per riavere la sua famiglia. Pensieri immediati, umori, sbalzi, ricordi improvvisi; e correre e correre, e misurazione di pulsazioni impazzite: Matti abbandona la casa in cui si era rinchiuso, la riduce a tana, per farsi lupo, antico guerriero in difesa di una patria fatta di una donna e una bambina. La casa è il centro di tutto (tanto da dare il titolo alle quattro parti del romanzo, Fondamenta e condotti di drenaggio, L’armatura; La posa dell’ultima trave; Il giorno del trasloco), e la ricerca del villino ideale viene condotta con appostamenti, materiali, pianificazioni, stratagemmi e tattiche militari, da degno erede di quegli uomini che ebbero in ricompensa per il loro eroismo proprio quella Via della Trincea dove Matti individua alfine la casa che fa per lui. La casa di un veterano, a lui così parallelo e così lontano nella solitudine e nella vita. Comincia così un’eroicomica epopea, sempre correndo, sempre a cardiofrequenzimetro e sudore, che il lettore segue con assoluto divertimento tra proprietari di case, agenti immobiliari, polizia, vicini, giornalisti, psicologi, in cui Matti va al fondo, con beffarda ferocia, delle mille piccole ridicole sgradevoli ossessioni e ipocrisie della società. E ogni personaggio diventa voce parlante, capitoletto che porta il suo nome e il suo punto di vista, in un antitragico As I lay dying, e proprio questa molteplicità di focalizzazioni è la forma dell’incapacità di tutti di comprendere e intuire piani e traiettorie di questo incursore della beffa e dello sprezzo, di questo berserk in lotta contro un’intera alienante società di Uni e Altri. Ma a poco a poco il lettore si lascia infiltrare da un certo disagio, dalla sensazione di una trama fino ad allora inattesa. Nell’ultima parte i capitoletti si fanno brevissimi, quasi schegge di pensieri in un continuo incalzare di voci, mentre la titolazione assume la forma di ossessiva scansione cronologica, sempre più vicina al tempo del racconto del primissimo capitolo. Fino a coincidervi. Fino alla rivelazione e alla tragedia di un uomo troppo solo che ha perduto tutto.